L’eccezionalismo americano riletto dal Project 2025 e dal National Security Strategy
Il programma presidenziale Project 2025 e la National Security Strategy degli Stati Uniti, del novembre 2025, rappresentano due articolazioni divergenti, ma strutturalmente sottese al rilancio dell’eccezionalismo americano.1 Entrambi i documenti ne avvertono la crisi e, pur adottando strategie opposte per la ricostruzione di un fondamento della decisione, del limite e del rapporto tra politica interna e ordine globale, aprono un fronte conflittuale e aporetico con il suo pilastro: le “Four Freedoms”2. Le quattro libertà fondamentali, delineate dal presidente F.D. Roosevelt nel 1941 come essenziali e donate da Dio, costituiscono un pilastro dell’eccezionalismo americano e dei diritti umani: libertà di parola/espressione, libertà di culto, libertà dal bisogno e libertà dalla paura. Da questa prospettiva appare evidente come il nodo irrisolto della strategia americana contemporanea non sia di ordine geopolitico, bensì politico-filosofico.
Perché La National Strategy Security e Project 2025 sono un problema di teoria politica
Nel dibattito pubblico e accademico recente, Project 20253 è stato interpretato prevalentemente come un programma di policy radicale, espressione di un’agenda conservatrice volta alla ristrutturazione dell’apparato statale americano.In parallelo, la National Security Strategy4 viene letta come documento tecnico-strategico, finalizzato alla gestione della competizione globale in un contesto multipolare. Questa separazione analitica, tuttavia, oscura una questione più profonda: entrambi i documenti articolano risposte concorrenti alla stessa crisi politico-fondativa.
Per comprenderene la profonda unitarietà e perfetta integrazione Project 2025 e National Security Strategy non vanno letti come alternative tra liberalismo e illiberalismo, bensì come due modalità di riattivazione dell’eccezionalismo americano, radicato nella tradizione del Manifest Destiny5. In questa prospettiva, la divergenza tra i due testi non riguarda il fine ultimo della politica americana – la preservazione di una posizione ordinatrice nel sistema mondiale – ma il modo in cui tale fine viene giustificato, istituzionalizzato e reso politicamente operativo.
Il problema che emerge non è dunque strategico in senso stretto, ma teorico-politico: come può una potenza liberale continuare a esercitare una funzione egemonica in assenza di un fondamento condiviso del proprio ordine interno?
“Manifest Destiny” come struttura politico-teologica di lunga durata
Il Manifest Destiny viene spesso confinato al XIX secolo, come ideologia dell’espansione territoriale verso ovest. Dal punto di vista della teoria politica, questa riduzione storicistica è fuorviante. Il Manifest Destiny funziona piuttosto come struttura simbolica di lunga durata, capace di riformularsi in contesti storici differenti senza perdere la propria funzione legittimante.
Infatti, esso combina tre elementi fondamentali: una concezione teleologica della storia, un soggetto politico investito di una missione, una giustificazione morale dell’espansione del potere.
In termini schmittiani, il Manifest Destiny può essere letto come una teologia politica secolarizzata, nella quale la provvidenza divina viene tradotta in necessità storica e la missione religiosa in responsabilità politica. Questa struttura non scompare con la secolarizzazione del linguaggio politico americano; al contrario, viene incorporata nelle forme istituzionali del liberal internationalism del XX secolo.
La National Security Strategy rappresenta il punto più avanzato di questa trasformazione: il destino si traduce in leadership, la missione in ordine basato sulle regole, l’eccezione in governance. Tuttavia, per Schmitt, ogni ordine normativo presuppone una decisione originaria che non può essere interamente normata. La National Security Strategy tenta di rimuovere questa aporia, ma non può eliminarla.
Project 2025 interviene precisamente su questo punto: non rifiuta il Manifest Destiny, bensì rifiuta la sua gestione liberale. Ciò che viene contestato non è l’idea di missione, ma la sua amministrazione procedurale. In questo senso, Project 2025 non rappresenta una rottura con l’eccezionalismo americano, bensì una sua radicalizzazione decisionista.
Carl Schmitt: eccezione, decisione e ordine predatorio
In questa nuova prospettiva, l’eccezione e la decisione intese schmittianamente consentono di cogliere la continuità strutturale tra National Security Strategy e Project 2025 al di là delle loro differenze normative. Infatti, per Schmitt, il fondamento dell’ordine politico non risiede nella norma, ma nella decisione sull’eccezione. Applicata al contesto globale, questa intuizione permette di leggere l’ordine internazionale come nomos, ossia come distribuzione originaria di spazio, potere e legittimità.
La National Security Strategy come eccezione normalizzata
La National Security Strategy riconosce implicitamente che l’ordine liberale internazionale è entrato in una fase di crisi strutturale. La competizione prima con l’Urss e ora con la Cina viene presentata come condizione permanente, non come contingenza storico politica.Tuttavia, questa eccezione viene normalizzata attraverso un linguaggio procedurale: alleanze, istituzioni multilaterali, standard normativi. Siamo di fronte, detto in termini schmittiani, al tentativo di istituzionalizzare l’eccezione, trasformandola in governance. Il conflitto non viene negato, ma reso gestibile. Ciò consente di preservare l’apparenza della continuità normativa, ma al prezzo di una crescente distanza tra decisione effettiva e legittimazione formale.
Project 2025 come decisione polemologica
Project 2025 rompe questa ambiguità. La crisi dell’ordine viene esplicitata e attribuita non solo a fattori esterni, ma a una degenerazione interna dello Stato liberale. La soluzione proposta è una riconcentrazione della decisione, fondata sulla subordinazione dell’apparato amministrativo all’esecutivo e sulla politicizzazione della distinzione tra amico e nemico nelle relazioni politiche interne. Qui l’eccezione non viene più amministrata, ma nominata. In termini teorici, Project 2025 assume apertamente il rischio schmittiano: senza decisione non c’è ordine, ma una decisione senza limite, soprattutto in politica interna, rischia di dissolvere la politica stessa.
La National Security Strategy: contenuti, categorie e presupposti politici
La National Security Strategy del 2025 segna un passaggio rilevante nella storia della dottrina strategica statunitense. Pur presentandosi come documento di policy, essa svolge una funzione eminentemente politico-teorica, poiché ridefinisce i presupposti di legittimità dell’azione americana in un contesto dichiaratamente post-unipolare. Tre elementi strutturano il testo della National Security Strategy: la ridefinizione della minaccia, la riconfigurazione dell’ordine internazionale, la trasformazione del rapporto tra valori e potenza.
Il documento delinea il passaggio dal mondo – tenuto il forma dalla“minaccia” – della deterrenza alla “competizione strutturale”dell’ordine predatorio, dei “capicaccia” e dell’ordine di beccata. A differenza delle strategie precedenti, non concepisce più l’instabilità internazionale come perturbazione dell’ordine, ma come condizione permanente. La categoria chiave non è più crisis, bensì competition. Questa scelta lessicale non è neutra: essa implica l’abbandono dell’idea di un ritorno possibile alla normalità liberale.
In termini teorici, la National Security Strategy riconosce implicitamente ciò che Schmitt definirebbe la fine dell’eccezione temporanea: la competizione tra grandi potenze diventa lo stato normale del sistema internazionale. Tuttavia, invece di trarne le conseguenze decisioniste, il documento tenta di stabilizzare l’eccezione, trasformandola in orizzonte amministrabile.
La Cina viene descritta non solo come rivale militare, ma come attore capace di combinare potenza economica, tecnologica e narrativa normativa. La minaccia non è più soltanto materiale, ma ontologica: riguarda la possibilità stessa di un ordine mondiale fondato su presupposti liberali.
Ordine internazionale e universalismo condizionato
La National Security Strategy continua a difendere l’idea di un rules-based international order, ma ne modifica profondamente il significato. L’universalismo non è più assunto come dato, bensì come obiettivo da difendere in condizioni avverse. Ne risulta una forma di universalismo condizionato: le regole valgono finché possono essere sostenute dalla potenza.
Da un punto di vista di teoria politica, questo passaggio è cruciale. L’ordine non precede più il conflitto, ma emerge attraverso il conflitto. In termini schmittiani, il nomos non è più presentato come fondamento neutrale, ma come risultato di una decisione storicamente situata.
La National Security Strategy , tuttavia, evita di tematizzare apertamente questa decisione. Il linguaggio rimane normativo, ma la struttura del discorso è conflittuale. Si tratta di ciò che potremmo definire una normatività armata: le regole non sono abbandonate, ma sostenute dalla minaccia della forza.
Valori, democrazia e sicurezza
Un ulteriore elemento qualificante della National Security Strategy è la centralità assegnata alla democrazia come fattore di sicurezza. La sicurezza nazionale viene presentata come inseparabile dalla difesa dei valori democratici, sia all’interno sia all’esterno.
Da una prospettiva arendtiana, questa fusione è ambivalente. Da un lato, riconosce che la politica non può essere ridotta a tecnica; dall’altro, rischia di strumentalizzare i valori, trasformandoli in risorse strategiche. La democrazia cessa di essere forma di vita politica e diventa attributo funzionale dell’ordine internazionale.
Qui emerge una tensione strutturale: la National Security Strategy difende la democrazia come valore universale, ma accetta pratiche – sorveglianza, coercizione economica, militarizzazione delle alleanze – che ne svuotano il contenuto partecipativo. Il risultato è una democrazia procedurale e securitaria, sempre più distante dall’ideale arendtiano di spazio pubblico condiviso.
Politica interna come condizione della potenza
Un aspetto spesso trascurato della National Security Strategy è l’insistenza sul nesso tra coesione interna e credibilità internazionale. Il documento afferma esplicitamente che la capacità degli Stati Uniti di guidare l’ordine globale dipende dalla tenuta delle proprie istituzioni democratiche. Questo passaggio è teoricamente decisivo. Esso introduce una continuità strutturale con Project 2025: entrambi i testi riconoscono che la politica estera è funzione dell’ordine interno. La differenza risiede nella soluzione proposta. La National Security Strategy invoca il rafforzamento istituzionale e la resilienza democratica; Project 2025 propone la centralizzazione decisionale. In entrambi i casi, tuttavia, si assiste a una politicizzazione dell’interno: la sicurezza non è più solo protezione da minacce esterne, ma gestione del conflitto domestico. Questo segna la crisi della distinzione liberale tra sfera interna e sfera internazionale.
La National Security Strategy come forma di eccezionalismo riflessivo
Nel complesso, la National Security Strategy può essere interpretata come una forma di eccezionalismo riflessivo. Essa riconosce i limiti dell’universalismo liberale, ma non rinuncia all’idea che gli Stati Uniti debbano continuare a svolgere una funzione ordinatrice. Rispetto al Manifest Destiny classico, la missione non è più presentata come destino manifesto, ma come responsabilità storica sotto condizioni avverse. Tuttavia, questa riformulazione non risolve il problema del fondamento: il fine resta presupposto, non argomentato.
In questo senso, la National Security Strategy rappresenta il tentativo di salvare il telos liberale senza nominarlo come tale, mantenendo una distanza prudente dalla decisione sovrana, ma senza poterne fare completamente a meno.
Leo Strauss: crisi del liberalismo e ritorno del telos
La lettura attraverso la lente di Leo Strauss consente di interpretare Project 2025 non come mera deviazione autoritaria, ma come sintomo della crisi del liberalismo moderno. Infatti, per Strauss, il liberalismo tende a neutralizzare il conflitto politico, dissolvendo i fini in procedure e diritti formali. La National Security Strategy incarna questa tendenza: essa presuppone la validità universale dell’ordine liberale senza interrogarsi sui suoi fondamenti normativi. Mentre Project 2025 reagisce a questa crisi reintroducendo l’idea di fine, telos, ma lo fa in forma ideologica, sostituendo la filosofia politica con l’identità culturale. Dal punto di vista straussiano, Project 2025 pone una domanda legittima: quale fine per la politica? ma fornisce una risposta filosoficamente insufficiente. Il risultato è un ritorno del telos privo di riflessione critica, che trasforma la politica in destino.
Hannah Arendt: potere, violenza e mondo comune
Un approccio che utilizza il rasoio critico di Hannah Arendt produce una critica trasversale alla teologia politica di Schmitt e al telos finalistico di Strauss. Per Arendt, il potere nasce dall’azione collettiva e dal consenso, mentre la violenza segnala il fallimento della politica. Applicata al contesto americano contemporaneo, questa distinzione produce una doppia critica: la National Security Strategy propone di ridurre il potere a gestione tecnica della forza, svuotando lo spazio dell’azione politica; Project 2025, invece, lo sostituisce di con la violenza decisionista, dissolvendo il pluralismo. In entrambi i casi, ciò che viene eroso è il mondo comune, ossia lo spazio simbolico e istituzionale che rende possibile la politica come attività condivisa. Quando il Manifest Destiny diventa principio operativo e non mito fondativo, esso tende a distruggere il mondo che pretende di ordinare.
Politica interna e ordine globale: la fine della distinzione
Uno degli elementi più rilevanti di Project 2025 è la fusione esplicita tra politica interna e politica estera. Il nemico esterno e il nemico interno vengono integrati in un’unica narrazione conflittuale. La National Security Strategy, pur evitando questa formulazione esplicita, presuppone comunque una continuità tra ordine domestico e leadership globale. Dal punto di vista della teoria politica, questo passaggio segna la crisi della distinzione classica tra dentro e fuori. L’Anglosfera, l’Unione Europea, la Cina, il Global South e l’Impero Ctonico Russo non sono più solo attori geopolitici, ma figure politiche che riflettono conflitti interni all’identità americana.
National Security Strategy e Project 2025 come risposte concorrenti alla crisi del fondamento
Il confronto tra National Security Strategy e Project 2025 può essere condotto in modo stringente solo abbandonando la dicotomia tra moderazione e radicalismo, e assumendo invece che entrambi i documenti rispondano alla medesima crisi del fondamento politico dell’ordine americano. Tale crisi non riguarda semplicemente la distribuzione della potenza internazionale, ma la legittimità della decisione in un contesto in cui né il liberalismo procedurale né l’eccezionalismo tradizionale risultano pienamente convincenti.
La National Security Strategy tenta di preservare il fondamento liberale attraverso una strategia di riflessività: l’ordine viene riconosciuto come fragile, storicamente situato e contestato, ma comunque difeso come orizzonte normativo irrinunciabile. Project 2025, al contrario, assume che tale fondamento sia già collassato e che ogni tentativo di preservarlo equivalga a una rimozione ideologica della realtà. Ne consegue una divergenza cruciale: la National Security Strategy cerca di ritardare la decisione; Project 2025 cerca di anticiparla.
In termini schmittiani, potremmo dire che la National Security Strategy tenta di mantenere la decisione nello spazio dell’eccezione amministrata, mentre Project 2025 mira a re-iscriverla nel cuore del politico. Tuttavia, questa differenza di strategia non implica una differenza di diagnosi: entrambi riconoscono che l’ordine non è più autoevidente e che la politica americana non può più limitarsi alla gestione tecnica della continuità.
Amministrazione contro decisione: due modelli di sovranità implicita
Un confronto più ravvicinato tra i due documenti mostra che National Security Strategy e Project 2025 articolano due modelli concorrenti di sovranità, entrambi parziali e problematici.
La National Security Strategy elabora una forma di sovranità diffusa, esercitata attraverso reti istituzionali, alleanze multilaterali e standard normativi. In questo modello, la decisione non scompare, ma viene distribuita e diluita. Il soggetto sovrano non è più chiaramente identificabile: esso emerge come effetto combinato di procedure, coalizioni e narrazioni morali. Questa forma di sovranità è compatibile con il liberalismo, ma soffre di una fragilità strutturale: quando il consenso si erode, la decisione perde legittimità senza acquisire forza.
Project 2025 propone l’alternativa opposta: una sovranità concentrata, identificata con l’esecutivo e giustificata in nome della sopravvivenza della nazione. In questo modello, la decisione riacquista visibilità, ma al prezzo della riduzione del pluralismo e della subordinazione delle istituzioni intermedie. Dal punto di vista della teoria politica, il rischio è evidente: la sovranità, separata dal mondo comune, tende a trasformarsi in comando.
Ciò che rende il confronto teoricamente rilevante è che nessuno dei due modelli risolve il problema del fondamento. La sovranità diffusa della National Security Strategy presuppone un consenso che non può più essere dato per scontato; la sovranità concentrata di Project 2025 produce decisione, ma destruttura i processi di legittimazione.
Ordine globale e ordine interno: convergenze inattese
Un ulteriore elemento di convergenza tra National Security Strategy e Project 2025 riguarda il rapporto tra ordine globale e ordine interno. Sebbene con linguaggi e finalità differenti, entrambi i documenti assumono che la capacità degli Stati Uniti di esercitare leadership internazionale dipenda direttamente dalla ricomposizione dell’ordine domestico.
La National Security Strategy parla di resilienza democratica, coesione sociale e credibilità istituzionale come prerequisiti della sicurezza nazionale. Project 2025 utilizza una grammatica più conflittuale, ma giunge a una conclusione simile: senza una ristrutturazione dell’apparato statale e una ridefinizione dell’identità nazionale, l’America non può sostenere la competizione globale.
Dal punto di vista della teoria politica, questo passaggio è decisivo. Esso segna la fine dell’illusione liberale secondo cui la politica estera possa essere separata dalla forma di vita politica interna. In entrambi i casi, la sicurezza diventa una categoria totalizzante, che attraversa tutte le sfere dell’azione politica.
Qui emerge una tensione arendtiana fondamentale: quando la sicurezza diventa il principio ordinatore dell’intero spazio politico, la distinzione tra potere e violenza tende a dissolversi. La National Security Strategy tenta di contenere questa deriva attraverso il linguaggio dei valori; Project 2025 la assume come necessità storica. Ma il rischio è comune: la politica viene subordinata alla sopravvivenza.
Manifest Destiny, da missione a obbligo
Il confronto tra National Security Strategy e Project 2025 consente di cogliere una trasformazione interna dell’ideologia del Manifest Destiny. Se nella sua formulazione classica il destino americano era presentato come missione storica, nei documenti contemporanei esso assume la forma di obbligo politico.
Nella National Security Strategy, l’obbligo è formulato in termini di responsabilità: gli Stati Uniti devono guidare l’ordine globale perché l’alternativa sarebbe il caos sistemico. In Project 2025, l’obbligo è formulato in termini di sopravvivenza: l’America deve riaffermare la propria sovranità perché altrimenti cesserà di esistere come soggetto politico.
In entrambi i casi, il destino perde la sua dimensione simbolica e diventa vincolo operativo. Dal punto di vista straussiano, questo passaggio segnala la perdita di una riflessione filosofica sul fine: ciò che era orizzonte di senso si trasforma in necessità indiscussa. La politica non sceglie più il proprio telos; lo subisce.
Prect 2025, National Security Strategy e il crivello di Schmitt, Strauss e Arendt
A questo punto, i due documenti possono essere passati al setaccio attraverso la teologia politica e il decisionismo di Schmitt, il platonismo e il diritto naturale Straussiano e l’agire politico della vita activa della Arendt. Schmitt riconoscerebbe in Project 2025 il coraggio della decisione, ma ne criticherebbe la tendenza a trasformare l’eccezione in normalità permanente. Nella National Security Strategy vedrebbe invece il tentativo, tipicamente liberale, di occultare la decisione dietro la norma. Strauss criticherebbe entrambi per la mancanza di una riflessione autentica sul fine. La National Security Strategy presume il bene senza interrogarlo; Project 2025 lo impone senza giustificarlo. Arendt rifiuterebbe entrambe le soluzioni nella misura in cui riducono la politica a funzione della sopravvivenza. In entrambi i casi, il mondo comune viene sacrificato sull’altare dell’ordine. Questa triangolazione teorica consente di formulare una conclusione non ideologica: il problema della strategia americana contemporanea non è l’eccesso o il difetto di decisione, ma l’incapacità di pensare il limite come categoria politica positiva.
Il realismo politico, il liberalismo democratico e il problema del limite
Il realismo politico, che rifiuta ogni teleologia storica, -da Morgenthau a Mearsheimer- ha definito la politica internazionale come gestione dell’equilibrio di potenza, non come realizzazione di un fine morale. Inquadrati da questa prospettiva, National Security Strategy e Project 2025 condividono una pericolosa hybris: trasformano la competizione in missione. Quindi, attraverso il realismo è possibile criticare la National Security Strategy per il suo moralismo normativo e Project 2025 per il suo volontarismo decisionista. Entrambi, seppur in forme diverse, aumentano il rischio di conflitto sistemico. Infatti è l’idealismo wilsoniano il filo rosso che lega le presidenze repubblicane da Reagan a Trump, passando per i neocon di George W Bush.
La critica liberale individua una contraddizione fondamentale: la difesa della democrazia attraverso mezzi sempre meno democratici. La National Security Strategy mantiene questa contraddizione; Project 2025 la risolve eliminando il pluralismo come valore. Dal punto di vista democratico, il problema non è la perdita dell’ordine, ma la sospensione del limite costituzionale.
Seguendo questo filo rosso il nodo teorico che emerge non è geopolitico, ma politico-filosofico. L’eccezionalismo americano, radicato nel Manifest Destiny, ha fornito una potente fonte di legittimazione storica. Tuttavia, quando il destino si trasforma in necessità e la necessità in decisione permanente, la politica rischia di dissolversi in amministrazione o violenza. La National Security Strategy non è il contrario di Project 2025, ma il suo specchio deformato: laddove il secondo nomina la decisione, la prima la dissimula; laddove il secondo assume il destino come principio, la prima lo trasforma in responsabilità. Entrambi, tuttavia, testimoniano la difficoltà della politica americana contemporanea a pensare il limite senza rinunciare alla missione.
Oltre la missione, verso il limite
Portato a questo livello di articolazione, il confronto tra National Security Strategy e Project 2025 mostra che gli Stati Uniti non stanno semplicemente scegliendo tra due strategie, ma tra due modalità di sopravvivenza dell’eccezionalismo. Entrambe riconoscono la fine dell’illusione post-Guerra fredda; entrambe rifiutano il ritiro; entrambe cercano una forma di continuità storica.
Ciò che manca, tuttavia, è una teoria del limite. Senza limite, la missione si trasforma in obbligo; senza limite, la decisione si trasforma in comando; senza limite, l’ordine si trasforma in dominio. La vera alternativa, che né la National Security Strategy né Project 2025 riescono a pensare fino in fondo, è una politica capace di rinunciare al destino senza rinunciare alla responsabilità.
Questo è il punto cieco dell’eccezionalismo americano contemporaneo e il luogo teorico in cui si gioca il futuro della sua legittimità politica, dove il problema decisivo non è se l’America debba guidare o ritirarsi, ma se sia possibile esercitare potenza senza trasformarla in destino.
Pensare l’impensato
Il confronto tra National Security Strategy e Project 2025 non rivela una scelta tra liberalismo e decisionismo, ma l’impossibilità di entrambi. Finché la politica americana continuerà a pensare la propria legittimità solo in termini di missione o sopravvivenza, il problema del limite resterà impensato. Ed è precisamente in questo spazio non pensato che si gioca oggi la crisi dell’eccezionalismo statunitense.
Note
- Eccezionalismo americano: la convinzione che gli Stati Uniti d’America siano una nazione qualitativamente unica o superiore, con destino speciale basato su ideali di libertà, democrazia e libero mercato. Tocqueville, nel 1835, lo individuò nei valori dell’individualismo, il duro lavoro e il patriottismo. In politica estera è stato interpretato come missione per esportare il modello liberal-democratico. Da alcuni usato come giustificazione della leadership globale, da altri come forma mascherata di sciovinismo imperiale.
- Le “Quattro Libertà” (Four Freedoms) sono i diritti fondamentali enunciati dal presidente statunitense Franklin D. Roosevelt nel discorso sullo stato dell’Unione del 6 gennaio 1941: libertà di parola, di culto, dal bisogno e dalla paura. Queste libertà, ispirate a valori liberali e umanitari, hanno influenzato la Dichiarazione Universale dei Diritti umani e rappresentato una visione per un mondo post-bellico più giusto. Queste libertà costituiscono un ponte tra i diritti civili classici (libertà di parola/culto) e i moderni diritti sociali e di sicurezza (libertà dal bisogno/paura), anticipando il concetto di diritti umani su scala globale
- Il Project 2025 (o 2025 Presidential Transition Project) è un’iniziativa politica coordinata dalla Heritage Foundation per rimodellare il governo federale degli Stati Uniti in senso conservatore. A febbraio 2026, circa il 51-53% delle proposte contenute nel documento è già stato avviato o completato dall’amministrazione Trump.
- Il 4 dicembre 2025, il presidente Donald Trump ha pubblicato la Strategia per la sicurezza nazionale del 2025, che l’amministrazione ha definito “una tabella di marcia per garantire che l’America rimanga la nazione più grande e di maggior successo nella storia dell’umanità e la patria della libertà sulla Terra”.
- Destino manifesto, la convinzione che gli Stati Uniti d’America abbiano la missione di espandersi, diffondere la loro forma di libertà e democrazia. I propugnatori sostenevano che l’espansione non fosse solo buona, bensì ovvia (manifesta) e inevitabile (destino). Il giornalista John L. O’Sullivan che il 27 dicembre del 1845, sul New York Morning News coniò il termine lo definì in questo modo:” E tale rivendicazione è per diritto del nostro destino manifesto di diffonderci e di possedere l’intero continente, che la Provvidenza ci ha dato per lo sviluppo di un grande esperimento dsi libertà e di autogoverno federale, che ci è stato affidato.”
