Tecno-profeti tra neoplatonismo e apocalittica nella Res pubblica Americana

Visionari capaci di dare una base tecnologica e contenuto imprenditoriale alle loro percezioni dei mondi futuri, rappresentano il sistema nervoso centrale dell’attuale rivoluzione in corso, in particolare nella società americana. Nei grandi incubatori tecnologici, nati sotto la spinta dell’urgenza della guerra e della successiva competizione egemonica, si è formata questa nuova figura titanica dei tecno-profeti. In questo panorama Peter Thiel e Alexander Karp rappresentano un binomio unico in cui l’impresa tecnologica diventa agente di influenza geopolitica e soggetto di politica interna. I due, pur guidando insieme la Palantir Technologies con visioni divergenti, producono una originale armonia tra una visione “apocalittica della controrivoluzione” e quella della “operatività progressista”. Il primo, Thiel veste i panni del profeta dell’Alt-Right tecnologica, mentore e finanziatore di J.D. Wance, il secondo, Karp il neoplatonico, quelli del patriottismo tecnologico e della difesa egemonica.

La Repubblica Tecnologica e i Re Filosofi

Il comune richiamo alla Repubblica di Platone si manifesta nella loro visione di un’élite intellettuale e tecnologica destinata a guidare la società, una versione moderna dei “Re Filosofi”. Questa connessione è diventata centrale nel dibattito pubblico del 2025 e inizio 2026, specialmente in relazione al concetto di Repubblica Tecnologica teorizzato da Karp in cui il potere non risiede più solo nelle istituzioni democratiche tradizionali, ma in una nuova classe di “iconoclasti tecnici”. Dove l’élite cognitiva, i guardiani di Platone, è scelta per la sua superiore capacità intellettuale e morale. Un’élite tecnologica dotata di sapere filosofico e tecnico per proteggere l’Occidente. La capacità di dominare l’algoritmo è l’areté, la necessaria virtù per garantire la prosperità della Repubblica. Ovviamente Repubblica intesa come res publica e non come assetto istituzionale tipico delle liberal democrazie. Per far sì che la Repubblica possa sopravvivere, l’Occidente deve abbandonare le derive disfattiste di una tecnologia orientata alla soddisfazione dei desideri mercantili per riabbracciare l’ambizione tecnologica come imperativo morale volto all’egemonia. Il mito della caverna viene rielaborato attraverso il concetto secondo il quale solo le élites possono gestire le verità, mentre il resto della società può sopravvivere solo nell’oscurità della caverna guidata. Questo porta a guardare con estremo scetticismo la compatibilità fra le forme della liberal democrazia e l’instaurazione della nuova repubblica che può essere guidata solo da leader che agiscono “fuori dalle regole” come fondatori. In questa tecnocrazia autoritaria, la sorveglianza e l’ordine sono garantiti dal software di Palantir che sostituisce lo sguardo onnisciente dei guardiani platonici, con la sua capacità di mappare ogni connessione sociale e finanziaria ed imporre l’ordine desiderato. 

I Profeti

Per Thiel e Karp la Res Publica non è la traduzione in istituzioni di un’ideale di partecipazione democratica e libertà, bensì un progetto di ingegneria sociale e militare guidato da chi possiede una conoscenza superiore del codice e dei dati. Due scritti esemplari come The Straussian Moment  del 2004 di Peter Thiel e la La Repubblica tecnologica di Alexander C. Karp del 2025, si impongono per il loro particolare approccio della lettura del passaggio di fase dell’imperium egemonico degli Stati Uniti, della società americana sotto la spinta della rivoluzione tecnologica e rappresentano il manifesto politico culturale della nuova Alt-Right americana. I due testi sono scritti in periodi storici e politici differenti, uno segnato dallo shock del settembre 2001, mentre l’altro dall’urgenza della nuova confrontation rappresentata dall’ascesa della superpotenza cinese. Uno cerca di fare i conti con la perdita dell’inviolabilità del cuore dell’impero indotta dalla globalizzazione, l’altro con lo sgretolarsi dell’egemonia e le nuove sfide geopolitiche e tecnologiche, l’uno più orientato al senso, l’altro costruttivista

Peter Thiel, l’11 settembre e la fine dell’illusione liberale

Per Thiel l’11 settembre 2001 rappresenta una frattura storica. Nel saggio scrive che “lo Stato liberale moderno crede che l’economia prevalga sulla politica; l’11 settembre ha dimostrato il contrario”1. Questa affermazione condensa una critica profonda al paradigma post-Guerra fredda, secondo cui la globalizzazione economica, il commercio e la diffusione dei diritti umani avrebbero progressivamente neutralizzato il conflitto politico e ideologico. Gli attentati mostrano, invece, che esistono attori disposti a sacrificare benessere, sicurezza e persino la propria vita pur di affermare un fine assoluto. Di fronte a questa realtà, il liberalismo appare a Thiel ingenuo e disarmato. La politica non può essere ridotta a gestione tecnica o amministrativa, perché è intrinsecamente legata alla possibilità del conflitto e della violenza. Qui emerge implicitamente l’influenza di Carl Schmitt, per il quale la politica si fonda sulla distinzione amico/nemico e sulla possibilità dello stato di eccezione. Anche se Thiel non cita Schmitt in modo esplicito, la sua critica alla neutralità liberale e alla depoliticizzazione dell’economia è chiaramente di derivazione schmittiana.

Esoterismo, violenza e crisi post-liberale della democrazia americana

Negli ultimi due decenni, la crisi della democrazia liberale occidentale è divenuta uno dei temi centrali del dibattito politico e filosofico. Fenomeni come la polarizzazione estrema, la sfiducia nelle istituzioni, l’ascesa di leadership forti e la crescente influenza delle grandi piattaforme tecnologiche hanno messo in discussione l’idea, dominante nel secondo dopoguerra, che il liberalismo rappresenti l’orizzonte definitivo della politica moderna. In questo contesto, la figura di Peter Thiel emerge come particolarmente significativa. Thiel autore di una riflessione teorica che intreccia filosofia politica, antropologia e geopolitica, è un importante investitore nella Silicon Valley, cofondatore di PayPal e Palantir e attivo sostenitore di progetti politici conservatori radicali. Il suo saggio The Straussian Moment rappresenta una sorta di manifesto implicito di questa visione. In esso, Thiel sostiene che il liberalismo moderno abbia rimosso la dimensione tragica e conflittuale della politica, rendendosi incapace di affrontare minacce esistenziali. Attraverso il riferimento a Leo Strauss, Carl Schmitt, Oswald Spengler e René Girard, Thiel costruisce una critica radicale della democrazia liberale e ne suggerisce un possibile superamento in direzione di forme di potere più centralizzate, elitiste e tecnologicamente potenziate. Il  saggio è la matrice teorica di una visione post-liberale, che oggi trova una traduzione concreta nel contesto politico americano, in particolare nella piattaforma del Project 2025. 

Leo Strauss e l’arte della scrittura esoterica

Il punto di partenza del The Straussian Moment è la filosofia di Leo Strauss, pensatore ebreo-tedesco emigrato negli Stati Uniti negli anni Trenta. In opere come Persecution and the Art of Writing  del 1952, Strauss sostiene che molti filosofi del passato scrivevano su due livelli: uno essoterico, destinato al pubblico generale e conforme alle convenzioni politiche e religiose del tempo e uno esoterico, riservato a pochi lettori attenti e capaci di cogliere allusioni, contraddizioni e omissioni. Secondo Strauss, questa pratica non era dettata da malafede, ma da prudenza. La filosofia, in quanto ricerca della verità sul potere, sulla giustizia e sulla natura umana, entra inevitabilmente in conflitto con l’opinione pubblica e con l’ordine politico vigente. Scrivere esotericamente significa dunque proteggere sia il filosofo dalla persecuzione sia la società dalla destabilizzazione. Come afferma Strauss: “le verità più importanti non sono sempre adatte a essere dette apertamente”2. Questa concezione implica una visione fortemente anti-illuministica della politica: la trasparenza non è un valore assoluto e la verità può essere pericolosa. La filosofia politica autentica, per Strauss, non è democratica nel senso moderno del termine, perché presuppone una distinzione tra chi è in grado di comprendere la verità e chi non lo è.

Thiel come autore straussiano

The Straussian Moment non è soltanto un saggio su Strauss, ma un testo che applica concretamente il metodo straussiano. Thiel adotta una scrittura allusiva, disseminata di citazioni non tradotte e riferimenti impliciti, che funzionano come segnali per un pubblico selezionato. A livello essoterico, il saggio può essere letto come una riflessione sulla sicurezza nazionale e sui limiti del liberalismo dopo l’11 settembre. A livello esoterico, esso veicola una diagnosi molto più radicale: la democrazia liberale non è semplicemente in crisi, ma concettualmente inadatta a governare il conflitto politico. Questa doppia scrittura consente a Thiel di evitare affermazioni apertamente autoritarie, pur suggerendo che il superamento del liberalismo sia non solo possibile, ma necessario. In questo senso, Thiel si presenta come un pensatore “tra le righe”, fedele alla lezione di Strauss.

Verità, élite e critica dell’egualitarismo

Uno dei punti più controversi del saggio è la critica all’egualitarismo cognitivo. Strauss aveva sostenuto che la filosofia è “essenzialmente elitaria”, perché non tutti sono in grado di sostenere il peso della verità. Thiel riprende questa tesi e la applica alla politica contemporanea: l’idea che tutti i cittadini siano ugualmente capaci di comprendere la realtà politica è, a suo avviso, una finzione pericolosa. La democrazia liberale, fondata sulla trasparenza e sulla deliberazione pubblica, presuppone un livello di razionalità e di consenso che raramente esiste nelle situazioni di crisi. In questi contesti, la richiesta di partecipazione e di mediazione può trasformarsi in paralisi. Da qui la rivalutazione del ruolo delle élite: una minoranza di individui competenti, capaci di comprendere la realtà e di prendere decisioni difficili. Questa concezione non elimina formalmente la democrazia, ma la svuota di significato sostanziale. Il popolo conserva una funzione di legittimazione, mentre il potere decisionale reale si concentra altrove.

Spengler e l’orizzonte cesaristico

Il riferimento più inquietante del pensiero di Thiel è quello a Oswald Spengler, autore de Il tramonto dell’Occidente. Spengler interpreta la storia come un processo ciclico, in cui le civiltà attraversano fasi di nascita, sviluppo e declino. Nella fase terminale, secondo Spengler, le istituzioni democratiche perdono vitalità e vengono sostituite da forme di governo cesaristiche: leadership forti, legittimate dall’emergenza e dalla promessa di ordine. Thiel riprende questa visione in modo allusivo. Il cesarismo non è presentato come una degenerazione patologica, ma come una risposta storicamente comprensibile al fallimento del liberalismo. Il Cesare moderno non è necessariamente un dittatore militare, ma un decisore capace di agire rapidamente, aggirando i vincoli procedurali che paralizzano la democrazia.

Tecnologia e cesarismo contemporaneo

Un elemento originale del pensiero di Thiel è l’idea che il cesarismo contemporaneo possa assumere una forma tecnologica. Il potere non si esercita più solo attraverso la legge o la forza militare, ma attraverso infrastrutture tecnologiche capaci di raccogliere, analizzare e interpretare enormi quantità di dati. La tecnologia diventa così uno strumento di anticipazione del conflitto, di prevenzione della violenza e di concentrazione del potere decisionale. In questa prospettiva, la tecnologia non è neutrale, ma profondamente politica. Essa consente a un’élite ristretta di “vedere” ciò che la maggioranza non vede, rafforzando la logica esoterica e cesaristica del potere.

René Girard e la dimensione antropologica del conflitto

Accanto a Strauss, Schmitt e Spengler, una figura decisiva per comprendere la profondità del pensiero di Thiel è René Girard, suo professore a Stanford. Secondo la teoria girardiana del desiderio mimetico gli esseri umani desiderano, imitando il desiderio altrui, generando così rivalità e conflitti potenzialmente illimitati. La violenza, in questa prospettiva, non è un’anomalia, ma una possibilità strutturale delle società umane. Secondo Girard, le società tradizionali riuscivano a contenere questa violenza attraverso il meccanismo del capro espiatorio, che concentrava la colpa collettiva su una vittima simbolica, la quale accettava tale colpa. Il Cristianesimo, anche se Thiel parla genericamente di modernità, ha smascherato questo meccanismo La vittima, Gesù, proclama la sua innocenza. Questo grido rende inefficace il rito di purificazione, lasciando la società esposta a una violenza senza catarsi. Thiel forza questa diagnosi per poter imputare al liberalismo moderno la distruzione dei miti e dei rituali che contenevano il conflitto, senza offrire un’alternativa altrettanto potente. Da qui la necessità di nuove forme di contenimento, che non passano più per il sacrificio simbolico, ma per il controllo, la previsione e la decisione centralizzata.

Il contenimento della violenza e il rischio post-democratico

L’integrazione della teoria mimetica di René Girard consente di comprendere più a fondo la coerenza interna del momento straussiano di Peter Thiel. Se Strauss fornisce il metodo (la scrittura esoterica) e Schmitt la grammatica politica (decisione, eccezione, nemico), Girard offre la fondazione antropologica: il conflitto non è un incidente storico, ma una possibilità permanente inscritta nella struttura del desiderio umano. Dal punto di vista thieliano, la modernità liberale appare quindi doppiamente fragile. Da un lato, presume individui razionali e autonomi, ignorando la natura imitativa e competitiva del desiderio; dall’altro, smaschera i meccanismi simbolici di contenimento della violenza senza sostituirli con dispositivi altrettanto efficaci. Il liberalismo, in questa prospettiva, non elimina la violenza, ma la rimuove simbolicamente, lasciandola riemergere in forme improvvise e incontrollabili.

Da qui deriva la tentazione post-liberale: se la violenza è inevitabile, la priorità non è la libertà, ma il contenimento dell’escalation mimetica. Il cesarismo tecnologico, implicito nel pensiero di Thiel, può essere letto come un tentativo di sostituire il vecchio capro espiatorio con sistemi di previsione, sorveglianza e decisione centralizzata. Dove le società tradizionali sacrificavano una vittima, la modernità avanzata anticipa il conflitto e lo neutralizza prima che diventi visibile. In questo modo però il rimedio thieliano rischia di essere antropologicamente coerente, ma politicamente distruttivo. Se il contenimento della violenza diventa il fine supremo, la libertà, la trasparenza e la partecipazione non sono più valori, ma variabili subordinate. La democrazia smette di essere un regime di autogoverno e diventa un semplice strumento di legittimazione di decisioni prese altrove. Inoltre, l’abbandono del principio di pubblicità del potere – giustificato in chiave straussiana come prudenza – mina la possibilità stessa di responsabilità politica. Se la verità è riservata a pochi per “proteggere” i molti, il confine tra tutela e manipolazione diventa indistinguibile. La scrittura esoterica, da tecnica difensiva, rischia di trasformarsi in tecnologia di governo opaca. Infine, la lettura girardiana del conflitto, pur illuminante, non impone necessariamente una soluzione autoritaria. Un’obiezione democratica forte può sostenere che, se il desiderio mimetico è universale, nessuna élite ne è immune. Concentrando il potere decisionale, il cesarismo tecnologico non elimina il rischio mimetico, ma lo trasferisce ai vertici, amplificando le conseguenze di errori, rivalità e ossessioni di pochi attori.

Da questa prospettiva, il vero limite del momento straussiano non è la diagnosi della crisi liberale, in larga parte convincente, ma la sua risposta. Thiel coglie con lucidità la fragilità antropologica e simbolica della modernità, ma propone una soluzione che sacrifica il principio democratico in nome della sicurezza. La domanda decisiva resta quindi aperta: è possibile contenere la violenza senza rinunciare alla libertà, o ogni tentativo di governare il conflitto conduce inevitabilmente a una forma di dominio opaco? In questa tensione irrisolta tra ordine e libertà, tra verità e governo, tra contenimento e partecipazione, si gioca il significato ultimo del momento straussiano di Peter Thiel e, più in generale, il destino politico delle liberal democrazie occidentali.

Tra realismo tragico e promessa democratica

The Straussian Moment  di Thiel colpisce per la forza della sua diagnosi. Attraverso Strauss, Schmitt e Girard, Thiel mette in luce le fragilità antropologiche e simboliche del liberalismo moderno: l’illusione della neutralità, la rimozione del conflitto, la fiducia eccessiva nella razionalità procedurale. In questo senso, la sua critica è difficilmente liquidabile come semplice reazione ideologica. Tuttavia, proprio la coerenza interna di questa diagnosi rende problematiche le sue conseguenze politiche. Se la verità è riservata a pochi, se la decisione prevale sulla deliberazione e se il contenimento della violenza diventa il fine supremo, la democrazia perde il suo significato normativo. La soluzione cesaristica, anche quando tecnologicamente sofisticata, rischia di trasformare l’eccezione in regola e di concentrare il potere in modo irreversibile.

Dal punto di vista liberale e democratico, l’obiezione decisiva è che nessuna élite è immune alle dinamiche mimetiche descritte da Girard. Concentrando il potere, il cesarismo non elimina il rischio del conflitto, ma lo amplifica, rendendo gli errori di pochi potenzialmente catastrofici per molti. Il momento straussiano segna dunque una soglia: costringe il liberalismo a confrontarsi con i propri limiti, ma propone una via d’uscita che rischia di sacrificare la libertà in nome della sicurezza. La domanda che resta aperta – e che nessuna teoria può eludere – è se sia possibile contenere la violenza senza rinunciare all’autogoverno e se la democrazia possa sopravvivere riconoscendo la propria fragilità senza trasformarsi nel suo opposto.

Il contesto storico e culturale della “Repubblica tecnologica”

Karp colloca la sua analisi all’interno di una narrazione storica ben precisa: quella dell’alleanza tra Stato, scienza e industria che avrebbe consentito all’Occidente di raggiungere l’egemonia tecnologica nel XX secolo. Il Progetto Manhattan, la nascita della DARPA3 o lo sviluppo di Internet vengono presentati come esempi paradigmatici di una collaborazione orientata da una forte missione collettiva.

Secondo l’autore, la Silicon Valley nasce proprio in questo contesto, come spazio in cui l’innovazione tecnologica è pensata fin dall’inizio come strumento al servizio di obiettivi pubblici e strategici. Tuttavia, con la fine della Guerra fredda e l’affermarsi del neoliberismo, questo paradigma si sarebbe progressivamente dissolto. La tecnologia avrebbe smesso di essere un mezzo per affrontare problemi strutturali e sarebbe diventata un fine in sé, orientato prevalentemente al consumo e all’intrattenimento.

Questa ricostruzione storica, pur efficace sul piano narrativo, tende però a idealizzare il passato. Le grandi imprese tecnologiche del Novecento erano infatti inseparabili da apparati militari, logiche di potere e decisioni politiche altamente controverse. La “missione collettiva” evocata da Karp non era universalmente condivisa, né priva di costi umani e morali.

Tecnologia, Stato e missione collettiva nel Novecento: dalla Guerra totale alla Guerra fredda

La riflessione di Alexander C. Karp prende avvio da una precisa interpretazione storica del Novecento occidentale, considerato come il secolo in cui la tecnologia diviene definitivamente un fattore politico-strategico. Secondo l’autore, è proprio nel contesto delle guerre mondiali e, successivamente, della Guerra Fredda che si consolida l’idea di una missione collettiva tecnologicamente mediata, capace di mobilitare risorse scientifiche, industriali e simboliche su scala nazionale. Durante la Prima e soprattutto la Seconda guerra mondiale, la tecnologia cessa di essere un semplice strumento di progresso economico per diventare apparato decisionale, elemento centrale della sopravvivenza statale. La scienza entra stabilmente nei processi di governo: fisici, ingegneri e matematici vengono integrati nei centri di comando politico-militari, ridefinendo il rapporto tra sapere e potere¹. Il Progetto Manhattan rappresenta, in questa prospettiva, il paradigma originario di tale integrazione: un’impresa scientifica senza precedenti, resa possibile da una combinazione di volontà politica, investimento pubblico e consenso culturale. Karp legge questa stagione come il momento fondativo della “repubblica tecnologica”: una forma di organizzazione implicita in cui la legittimità della tecnologia deriva dal suo contributo a un fine collettivo percepito come esistenziale. La bomba atomica, pur nella sua ambiguità morale, incarna per l’autore la capacità di una società di orientare il sapere verso un obiettivo comune, assumendosene la responsabilità storica.

Con l’inizio della Guerra Fredda, questo paradigma non viene meno, ma si stabilizza. La competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica trasforma l’innovazione tecnologica in un campo permanente di confronto ideologico. La corsa agli armamenti, allo spazio e all’informatica non è soltanto una gara di potenza, ma una sfida simbolica sulla superiorità dei modelli di civiltà³. In questo contesto nascono istituzioni come la DARPA, pensate per ridurre la distanza tra ricerca teorica e applicazione strategica, e si pongono le basi di quella che diventerà la rete Internet. Secondo Karp, la forza dell’Occidente in questa fase risiede non solo nella capacità di produrre hard power, ma nell’esistenza di una narrazione condivisa che giustifica tale produzione. La tecnologia è presentata come strumento di difesa della libertà, della democrazia e dell’ordine liberale internazionale. Questa dimensione narrativa — ciò che l’autore chiama soft belief — consente di mantenere il consenso interno nonostante l’enorme concentrazione di potere tecnico e militare⁴.

Tuttavia, questa lettura tende a sottovalutare le tensioni interne al modello occidentale. Già durante la Guerra fredda emergono critiche profonde al complesso militare-industriale, denunciate da figure come Dwight D. Eisenhower, che mettono in discussione la sostenibilità democratica di un sistema fondato sull’emergenza permanente⁵. Inoltre, l’uso politico della tecnologia produce esclusioni, gerarchie e forme di dominio che difficilmente possono essere ricondotte a una missione universalmente condivisa. La fine della Guerra fredda segna, per Karp, una cesura decisiva. Venuto meno il nemico sistemico, la tecnologia occidentale perde la propria direzione strategica e si rifugia nel mercato. L’innovazione non è più orientata da un progetto politico, ma dalla massimizzazione del profitto e dall’ottimizzazione dell’esperienza individuale. È in questo vuoto di senso che l’autore colloca la crisi contemporanea della tecnologia.

Hard power e soft belief: i concetti chiave

Il cuore teorico del libro si articola attorno a due concetti fondamentali: hard power e soft belief. Con hard power Karp intende la capacità concreta di una società di sviluppare e controllare tecnologie strategiche, in particolare nel campo della difesa, dell’intelligenza artificiale e della sicurezza nazionale. In un mondo caratterizzato da competizione geopolitica, rinunciare a tale capacità equivarrebbe, secondo l’autore, a una forma di disarmo unilaterale. Il concetto di soft belief riguarda invece la dimensione culturale e simbolica: la presenza di una narrazione condivisa che giustifichi lo sforzo collettivo e orienti l’uso della tecnologia verso fini ritenuti legittimi. Karp sostiene che l’Occidente soffra oggi di un deficit di “credenza morbida”: una crisi di fiducia nei propri valori e nella propria legittimità storica. La tesi è che hard power e soft belief siano inseparabili. Senza una visione culturale comune, la potenza tecnologica diventa sterile o pericolosa; senza capacità tecnica, i valori restano puramente retorici. Questa impostazione richiama implicitamente tradizioni del pensiero politico che vanno da Max Weber alla teoria realista delle relazioni internazionali.

La critica alla Silicon Valley e all’etica tecnologica

Una parte significativa del saggio è dedicata alla critica della cultura tecnologica contemporanea. Karp accusa la Silicon Valley di aver abbracciato un’etica dell’auto-realizzazione individuale che ha progressivamente eroso il senso di responsabilità collettiva. L’ingegnere non sarebbe più un attore civico, ma un produttore di strumenti orientati esclusivamente al mercato. Questa critica colpisce nel segno quando denuncia la superficialità di molte innovazioni digitali e la distanza crescente tra tecnologia e bisogni sociali reali. Tuttavia, risulta problematica nella misura in cui ignora le ragioni storiche e politiche della diffidenza nei confronti dello Stato. Le preoccupazioni per la sorveglianza, l’abuso di potere e la compressione delle libertà civili non sono semplici pregiudizi ideologici, ma risposte a esperienze concrete. In questo senso, la proposta di Karp rischia di scivolare verso una visione tecnocratica, in cui la legittimità dell’azione tecnologica è affidata a élite competenti più che a processi democratici inclusivi.

Karp a confronto: liberalismo, tecnocritica e il problema della democrazia

Per valutare criticamente La Repubblica tecnologica, è necessario collocare la posizione di Karp nel più ampio dibattito teorico sul rapporto tra tecnologia, potere e democrazia. In particolare, il suo pensiero può essere messo a confronto con due tradizioni dominanti: il liberalismo politico e la tecnocritica contemporanea.

Dal punto di vista del liberalismo classico e contemporaneo, la proposta di Karp appare ambivalente. Il liberalismo riconosce allo Stato un ruolo fondamentale nella tutela dei diritti e nella garanzia della sicurezza, ma diffida della concentrazione eccessiva di potere, soprattutto quando essa si fonda su strumenti tecnologici opachi. Autori come John Rawls o Isaiah Berlin insistono sulla necessità di limitare l’autorità in nome del pluralismo dei valori e della libertà negativa⁶.

Karp, al contrario, sembra considerare il pluralismo come un fattore di debolezza. La sua critica alla “neutralità” culturale del settore tecnologico implica la necessità di una scelta di campo esplicita, di una gerarchia di valori che orienti l’innovazione. In questo senso, la sua posizione entra in tensione con l’idea liberale secondo cui lo Stato dovrebbe rimanere neutrale rispetto alle concezioni del bene.

Il confronto con la tecnocritica è altrettanto illuminante. Autori come Evgeny Morozov e Shoshana Zuboff hanno denunciato la trasformazione della tecnologia in strumento di controllo sociale, mettendo in luce i rischi di sorveglianza, manipolazione comportamentale e perdita dell’autonomia individuale⁷. Da questa prospettiva, la richiesta di una più stretta collaborazione tra tecnologia e Stato appare estremamente problematica.

Karp respinge implicitamente questa critica, sostenendo che il vero pericolo non sia l’eccesso di potere tecnologico, ma la sua mancanza di orientamento politico. Tuttavia, egli non affronta in modo sistematico la questione dei meccanismi di controllo democratico. Chi decide quali valori devono guidare la tecnologia? Quali strumenti garantiscono che il potere tecnico non si trasformi in dominio?

In definitiva, La Repubblica tecnologica si colloca in una posizione intermedia e instabile: critica il laissez-faire tecnologico del liberalismo economico, ma non sviluppa una teoria compiuta della legittimità democratica del potere tecnologico. È proprio questa tensione irrisolta a rendere il libro interessante, ma anche teoricamente fragile.

Tecnologia, potere e democrazia: una dialettica irrisolta

La Repubblica tecnologica di Alexander C. Karp si impone come un testo che non può essere liquidato né come semplice manifesto ideologico né come mera apologia del potere tecnologico. La sua forza principale risiede nella diagnosi: l’Occidente contemporaneo attraversa una crisi di senso che investe anche — e forse soprattutto — la tecnologia. L’innovazione, privata di una cornice politica e simbolica condivisa, tende a ridursi a strumento di ottimizzazione individuale, perdendo la capacità di affrontare problemi collettivi di natura strutturale.

In questo senso, Karp coglie un punto essenziale: la tecnologia non è mai neutrale. Essa incorpora visioni del mondo, gerarchie di valori e priorità politiche, anche quando si presenta come prodotto “naturale” del mercato. La pretesa neutralità della Silicon Valley, spesso rivendicata come garanzia di libertà, può trasformarsi in una forma di irresponsabilità storica, soprattutto in un contesto di competizione geopolitica e di crescente fragilità delle istituzioni democratiche.

Tuttavia, proprio laddove la diagnosi appare convincente, la proposta resta problematica. Il richiamo a una nuova missione collettiva tecnologicamente fondata implica necessariamente una ridefinizione del rapporto tra Stato, potere tecnico e cittadinanza. Karp sembra assumere che tale missione possa emergere da una rinnovata alleanza tra élite tecnologiche e apparati statali, ma lascia in ombra la questione decisiva della legittimazione democratica. Chi stabilisce gli obiettivi della tecnologia? Attraverso quali procedure? Con quali limiti?

La tensione centrale dell’opera risiede dunque in questo punto: da un lato, la necessità di superare il vuoto normativo e culturale del tecnocapitalismo contemporaneo; dall’altro, il rischio che il rimedio proposto conduca a una concentrazione di potere difficilmente compatibile con il pluralismo democratico. La storia del Novecento, evocata da Karp come modello, mostra infatti che la mobilitazione tecnologica su base statale è inseparabile da dinamiche di esclusione, sorveglianza e sospensione del dissenso.

Da una prospettiva liberale e tecnocritica, il problema non è tanto l’assenza di missione quanto l’assenza di controllo. La tecnologia diventa pericolosa non solo quando è priva di scopo, ma anche quando è eccessivamente integrata in una visione politica che si sottrae al confronto pubblico. In questo senso, la critica di Karp al pluralismo rischia di confondere la frammentazione culturale con il conflitto democratico, trasformando una caratteristica strutturale delle società aperte in un segno di decadenza.

La vera questione che La Repubblica tecnologica lascia aperta — e che costituisce forse il suo contributo più fecondo — è se sia possibile pensare una missione tecnologica democratica, capace di orientare l’innovazione senza ridurla a strumento di dominio. Una missione che non elimini il dissenso, ma lo assuma come parte integrante del processo decisionale; che non sacrifichi i diritti sull’altare della sicurezza, ma riconosca che la sicurezza stessa è un bene politicamente e moralmente controverso.

In conclusione, il libro di Karp funziona più come dispositivo critico che come soluzione teorica compiuta. Esso ci costringe a confrontarsi con una domanda ineludibile: se la tecnologia è ormai una forma di potere costituente, può la democrazia permettersi di restare neutrale nei suoi confronti? La risposta non è fornita dal testo, ma è proprio questa assenza a rendere La Repubblica tecnologica un’opera degna di attenzione accademica.

Tecnologia, decisione e legittimità: il politico nell’epoca della potenza tecnica

Dal punto di vista della filosofia politica, La Repubblica tecnologica di Alexander C. Karp può essere letta come un tentativo di riportare alla luce una dimensione del politico che il discorso contemporaneo tende a rimuovere: il fatto che ogni ordine tecnologico presuppone una decisione e che tale decisione non può essere neutralizzata né dal mercato né dalla procedura. La tecnologia, lungi dall’essere un semplice strumento, agisce oggi come una forma di potere costituente, capace di strutturare le condizioni stesse dell’azione collettiva, della sicurezza e della libertà.

In questa prospettiva, la critica di Karp alla neutralità del settore tecnologico assume un significato teorico preciso. La pretesa di separare l’innovazione dalla sfera del politico equivale a occultare il rapporto tra potenza tecnica e responsabilità. Ogni apparato tecnologico produce, inevitabilmente, una gerarchia di fini, una distribuzione asimmetrica delle capacità e una selezione di ciò che è rilevante e di ciò che non lo è. Negare questa dimensione significa trasformare il potere in destino, sottraendolo alla possibilità di essere pensato e giudicato.

Il richiamo alla “missione collettiva” va dunque interpretato come una risposta a questa rimozione. Karp sembra sostenere che, in assenza di un orientamento sostantivo, la tecnologia scivoli in una razionalità puramente funzionale, incapace di fondare un ordine politico stabile. In questo senso, la sua posizione richiama una concezione del politico come sfera della decisione ultima, in cui una comunità definisce ciò che è essenziale alla propria sopravvivenza storica. La competizione geopolitica diventa così il luogo in cui la neutralità si rivela impossibile.

Tuttavia, è proprio qui che emerge la tensione fondamentale dell’opera. Se la tecnologia richiede una decisione politica, chi è il soggetto legittimato a prenderla? Karp si orienta verso una risposta elitaria e funzionale: l’alleanza tra Stato e competenza tecnica, giustificata dall’urgenza e dalla complessità del mondo contemporaneo. In questa configurazione, l’efficacia dell’azione tende a prevalere sulla sua giustificazione pubblica, e la legittimità rischia di essere ricondotta al successo operativo.

Dal punto di vista della filosofia politica democratica, questa soluzione è profondamente ambigua. Se è vero che ogni ordine politico implica una decisione originaria, è altrettanto vero che la modernità democratica ha tentato di disinnescare la logica della decisione assoluta attraverso il pluralismo, il conflitto regolato e la responsabilità pubblica. La politica non coincide con l’eliminazione del dissenso, ma con la sua istituzionalizzazione. In questo senso, il pluralismo che Karp percepisce come segno di debolezza può essere interpretato, al contrario, come la condizione stessa della libertà politica.

Il rischio implicito nella proposta della “repubblica tecnologica” è dunque quello di una razionalizzazione del potere che, pur dichiarandosi orientata al bene comune, riduce progressivamente lo spazio dell’azione e del giudizio. La tecnologia, anziché essere oggetto di deliberazione politica, diventa il presupposto non negoziabile della decisione. In questa configurazione, il cittadino tende a trasformarsi in amministrato, e la politica in gestione dell’emergenza permanente.

Il nodo teorico decisivo, che l’opera non risolve ma rende ineludibile, riguarda la possibilità di pensare una politica della tecnologia che non si risolva né nel decisionismo né nella neutralizzazione procedurale. Se la tecnologia è una forma di potere, essa deve essere esposta al giudizio; ma se è strutturalmente complessa e strategica, tale giudizio non può essere ridotto a mera opinione. La questione non è dunque se orientare politicamente la tecnologia, ma come farlo senza dissolvere lo spazio pubblico.

Il momento straussiano, la repubblica tecnologica e il  Project 2025

La Repubblica tecnologica non offre una teoria normativa compiuta, ma svolge una funzione eminentemente filosofica: costringe a riconoscere che la tecnologia è oggi uno dei luoghi privilegiati in cui si decide il destino del politico. La sua ambiguità non è un limite accidentale, ma il riflesso di una tensione strutturale della modernità avanzata: quella tra potenza e legittimità, tra decisione e giudizio, tra sicurezza e libertà. L’ambiguità del tempo attuale ci dice che vi sono almeno due modi per scioglierle. I due scritti dicono che è urgente una decisione: lo Stato liberale è paralizzato da burocrazia, pluralismo e vincoli giuridici. La soluzione è concentrare il potere nelle mani di un’élite ideologicamente allineata, capace di agire rapidamente in nome dell’efficienza e della sicurezza. Indirizzo che ha trovato oggi una traduzione concreta nel contesto politico americano secondo una torsione autoritaria apocalittica del Project 2025, che propone una riorganizzazione radicale dell’esecutivo federale: rafforzamento del potere presidenziale, riduzione dell’autonomia delle agenzie, centralizzazione delle decisioni. E, ancora, come nel momento straussiano, anche nel Project 2025 si utilizza una doppia retorica: a livello pubblico, si parla di riforma e ritorno alla Costituzione; a livello operativo si  propone una trasformazione autocratica strutturale del regime politico americano. La sfida, almeno sul breve periodo, per le liberal democrazie contemporanee non è solo recuperare una missione collettiva, ma farlo senza sacrificare il dissenso, il pluralismo e il controllo democratico sul potere tecnologico.

Bibliografia essenziale

  1. Peter Thiel, The Straussian Moment. Tradotto in Italiano da Andrea Venanzoni per Liberilibri, 2025.
  2. A. C.Karp, N.W. Zamiska: The Technological Republic, Penguin Press, 2025.
  3. Zuboff, S., Il capitalismo della sorveglianza, LUISS University Press.
  4. M. Weber, M., Economia e società, Edizioni di Comunità.
  5. M. Weber, Scienza come professione, Einaudi, Torino, 2004.
  6. E. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995
  7. Floridi, L., Etica dell’intelligenza artificiale, Raffaello Cortina.
  8. Berlin, Due concetti di libertà, Feltrinelli, Milano, 2001
  9. Morozov, Silicon Valley. I signori del silicio, Codice, Torino, 2018.
  10. D. D. Eisenhower, Farewell Address, 1961.

  1. Peter Thiel: Il momento straussiano
  2.  Leo Strauss: Persecution and Art of Writing, The University of Chicago Press, 1988
  3. La DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) è l’agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti responsabile dello sviluppo di tecnologie emergenti e rivoluzionarie per uso militare. Fondata nel 1958, mira a prevenire sorprese tecnologiche, investendo in progetti ad alto rischio/alto guadagno, come AI, biotecnologie, robotica e spazio.

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