Guerre teologiche, guerre predatorie, grandi potenze e la crisi dell’ordine internazionale
Nell’era digitale e globalizzata, l’uso della forza e la sua pretesa legittimazione internazionale si trasformano. La forza non è più l’enforcement della legge, ma la dichiarazione che la potenza imperiale egemone, gli Stati Uniti, incarnano la legge stessa. L’attuale campagna “Epic Fury” contro l’Iran, come il sequestro manu militari del dittatore-presidente venezuelano, fungono da paradigma su come questa pratica del potere rimodella le norme e le istituzioni internazionali. Sia la retorica della narrazione pubblica che i comportamenti pratici stanno trasformando l’egemone in “legislatore”, legislatore d’eccezione, dove le guerre “teologiche e quelle predatorie”, i cui confini spesso si confondono pur rimandando a narrazioni divergenti, sono condizione espansiva delle pratiche imperiali di esibizione simbolica della hybris, della potenza, condizione all’accaparramento di risorse e dello smantellamento delle norme. Questo uso della forza definisce un nuovo spazio internazionale costituito da egemoni e seguaci, dove è anche possibile sostenere che l’Ucraina non sia un paese sovrano bensì una provincia Russa, che nel Mar Cinese Meridionale non valgano le regole della libertà di navigazione perché è il cortile di casa della Cina o che il Canada è il 51° Stato degli Stati Uniti d’America.
L’America è la legge: potere, legittimità e prerogativa unilaterale
Nell’immaginario politico tradizionale, la legge — nazionale o internazionale — regolava l’uso della forza, circoscrivendola entro procedure, norme e meccanismi di responsabilità. La comunità internazionale nel corso degli anni è ripetutamente intervenuta sul principio di sovranità e non ingerenza a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, prima con il diritto di libero accesso alle vittime di catastrofi naturali del 1988 e il principio di ingerenza umanitaria del 1991, poi attestandosi sull’elastico concetto di “Responsabilità di proteggere” degli anni 2000. Ma a fianco di questa estensione di riconoscimento di diritti inalienabili e di estensione del principio di intervento la Comunità internazionale non è riuscita a creare un’istituzione con il potere di enforcement, riconoscere la violazione ed imporre la sanzione, affidando il compito a singoli stati o coalizioni di volenterosi.
Questo disaccoppiamento, oggi permette all’egemone di intervenire unilateralmente, la giustificazione legale diventa secondaria ed è costruita a posteriori. Accuse di narcotraffico, terrorismo o violazioni dei diritti umani vengono utilizzate come motivazioni formali che raramente resistono a un controllo multilaterale rigoroso. La motivazione addotta a sostegno dell’attuale intervento in Iran è stata quella di impedire che il paese si dotasse dell’arma nucleare, che peraltro lo stesso Trump aveva dichiarato obliterata nel giugno del 2025 a seguito della guerra dei 12 giorni, così come quella a giustificazione dell’intervento in Venezuela sono paradigmatici. La rimozione del presidente non è stata motivata dalla necessità del ripristino della legittimità costituzionale secondo procedure internazionali, ma dalla narrazione di presunte minacce rilevanti per la sicurezza statunitense. L’azione non è il frutto di un consenso collettivo, ma dell’affermazione del diritto discrezionale dell’egemone: Noi possiamo intervenire perché abbiamo la capacità e giudichiamo che ciò sia necessario. Le dichiarazioni politiche e mediatiche che accompagnano questi interventi svolgono un ruolo cruciale: normalizzano l’idea che chi detiene una capacità coercitiva superiore possa farsi garante della legge. La capacità di proiettare forza, combinata con l’abilità di costruire narrative pubbliche convincenti, crea un precedente per cui l’azione diventa legittima in quanto efficace.
Questo fenomeno non riguarda solo la forza militare: include il controllo dei flussi finanziari, le sanzioni extraterritoriali, la pressione sulle istituzioni multilaterali e l’uso strategico della diplomazia. Gli interessi materiali e simbolici, petrolio, minerali, rotte commerciali, prestigio internazionale, vengono coperti da formule di legittimazione che enfatizzano la sicurezza, i diritti umani o la lotta al crimine. Il risultato è un ordine internazionale ibrido, in cui la norma è subordinata alla capacità. L’egemone diventa legislatore e garante al tempo stesso, e la legge smette di essere vincolo collettivo per trasformarsi in strumento di proiezione del potere. In sintesi, la legge non è più un limite universale: negli scenari contemporanei, la legge è l’America, o chiunque disponga di capacità straordinarie per imporla secondo i propri interessi. Questo paradigma costituisce il fondamento della predazione strategica e della crisi normativa globale. Nel nuovo secolo, infatti, stiamo assistendo ad una crescente sovrapposizione fra potere fattuale e diritto: quando un attore con capacità materiali straordinarie decide di intervenire per perseguire i propri interessi, la sua azione si sostituisce alla regolazione multilaterale.
Recisa una testa dell’Idra autocratica
Lo scorso 28 febbraio, sotto la guida di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un massiccio strike congiunto contro l’Iran. Durante la prima ondata è stata recisa la testa dell’autocrazia sciita.
Gli obiettivi dichiarati dell’operazione militare, denominata “Epic Fury” per gli americani e “The roar of the Lion” per gli israeliani, sono quelli della distruzione delle capacità militari missilistiche offensive regionali e globali e quelle atomiche, anche se Trump a conclusione della guerra dei 12 giorni del giugno 2025 aveva dichiarato di “aver obliterato le capacità nucleari iraniane”.
La teocrazia iraniana insieme ai suoi proxi, rappresenta una delle teste dell’idra autocratica come quelle della Corea del Nord, della Russia e suoi satelliti, della Cina, degli Stati falliti e dei grandi cartelli del narcotraffico. Questa, iraniana, che si è auto-investita della missione di nemico esistenziale dello Stato di Israele, particolarmente feroce nell’esercizio misogino della repressione, solo negli ultimi mesi lo stesso regime ha dichiarato che le vittime dei suoi tentativi di reprimere il dissenso sarebbero ammontate a 3.000, mentre le stime non governative parlano di almeno 30 mila vittime. In questo contesto drammatico può essere invocata la “Responsabilità di Proteggere” prevista dall’ordinamento internazionale, come per altro si potrebbe invocare per gli Uiguri dello Xinjiang e per altre situazioni nel mondo. L’avvio di un’operazione che nel quadro della responsabilità di proteggere, quasi certamente sfocerebbe in “regime change”, che certamente non può essere imposto dal cielo, come hanno sottolineato molti osservatori, implica un’operazione di “State building” . Operazione complessa da implementare come hanno mostrato le difficoltà riscontrate nei tempi recenti in Afghanistan, in Iraq, in Libia e Siria solo per citarne solo alcune. I fallimenti di queste esperienze hanno sottolineato come questi tentativi di costruire società pluraliste, sulle ceneri delle autocrazie, hanno bisogno di contesti internazionali con obiettivi condivisi gestiti da sistemi di alleanze ad hoc, e sicuramente non di una imposizione selettiva dove le legge internazionale diventa un pretesto per l’esercizio di potenza.
Nella sua articolazione regionale l’asse sciita costruito da Soleimani, sicuramente rappresenta ancora oggi un pericolo per la sicurezza di Israele. Ma la sicurezza e la competizione per l’egemonia regionale deve tenere conto oltre che della minaccia iraniana, anche del ruolo della Turchia che emergerà dall’indebolimento dell’Iran, della metamorfosi della minaccia Jihadista che si sta riorganizzando in Siria. Questi problemi di assetto regionale andrebbero sottratti alla gestione teologica, che contempla solo scenari apocalittici e che ancora sembra essere prevalente nella regione, e riportarli entro un quadro politico nel quale Israele avrebbe tutto l’interesse a guadagnare amici ed alleati, oltre il mondo arabo sunnita, ad esempio i curdi, ed evitare di moltiplicare gli indifferenti o i nemici. In questo senario complesso anche quando i fini sono giusti, ma l’enforcement del diritto avviene con metodi sbagliati, produce effetti perversi.
Inoltre, questa applicazione selettiva del diritto internazionale, come alcuni osservatori hanno giudicato le ultime due operazioni militari di Trump, sembra più collegato all’obiettivo di contenimento della Cina, il più grande importatore al mondo di greggio che proprio dal Venezuela e dall’Iran otteneva gran parte del suo fabbisogno petrolifero a basso costo, eludendo le sanzioni internazionali.
Maduro:perché la rimozione di un dittatore non è un’azione di “Responsabilità di proteggere”
Ora che il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, è stato sequestrato dagli Stati uniti, non c’è quasi alcun tentativo di inquadrare il colpo di stato in una logica diversa dagli interessi degli Stati uniti. “L’America può proiettare la sua volontà in ogni luogo, in ogni momento” ha detto il segretario alla Difesa, Pete Hegseth. Ora gli Stati Uniti “governeranno il Venezuela” ha ribadito il presidente Donald Trump. “Saremo presenti in Venezuela per quanto riguarda il petrolio.” A gennaio si è sostenuto che Maduro fosse colpevole di “narcoterrorismo” e di “cospirazione e possesso di armi e altri dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti” , in queste ore si accusa l’Iran di minaccia missilistica e nucleare diretta contro l’America, queste accuse che non solo non riescono a fornire una cornice legale secondo il principio della “Responsabilità di proteggere” per l’invasione e o il sequestro, ma progressivamente scompaiono dalla stessa narrazione della giustificazione a posteriore..
Gli episodi a cui stiamo assistendo sono illuminanti perché mostrano come la rimozione di un capo di Stato, o la sua eliminazione fisica, non sono state giustificate come azione volta a restaurare una legittimità costituzionale, sotto responsabilità multilateralmente, bensì come risposta a minacce ritenute rilevanti per la sicurezza di un’altra potenza. In questa prospettiva, l’azione non è il risultato di un processo collettivo, ma l’affermazione del diritto discrezionale dell’egemone: noi possiamo intervenire perché abbiamo la capacità e giudichiamo che ciò sia necessario. Le dichiarazioni politiche e mediatiche che accompagnano tali interventi contribuiscono a normalizzare il principio che chi detiene una capacità coercitiva superiore può, in ultima istanza, farsi interprete e garante della legge.
Il diritto internazionale come tecnologia del potere
Il diritto internazionale, storicamente concepito come vincolo esterno e meccanismo di regolazione dei conflitti, ha assunto oggi una funzione radicalmente diversa: quella di tecnologia del potere. Non più semplice limite all’azione statale, il diritto diventa uno strumento discorsivo e performativo, che le superpotenze utilizzano per legittimare comportamenti unilaterali, mascherare interessi materiali e neutralizzare la resistenza istituzionale.
Oggi, gli Stati Uniti rappresentano l’esempio più evidente di questa dinamica. L’amministrazione Trump, ad esempio, ha enfatizzato l’uso delle sanzioni extraterritoriali e dei dazi come strumenti coercitivi, giustificandoli come difesa dell’ordine liberale globale. Trump ha dichiarato: “Sanctions are a powerful tool, and we will use them whenever necessary to protect American interests”. Dietro la retorica della sicurezza e dei diritti umani, le sanzioni servono a modellare mercati, controllare risorse e assicurarsi compliance internazionale senza impegnarsi in conflitti aperti.
Analogamente, la Russia ha reinterpretato norme di autodeterminazione e sicurezza regionale per giustificare l’invasione dell’Ucraina. Putin ha affermato: “We are carrying out a special military operation aimed at demilitarizing and densifying Ukraine”, ma la realtà operativa è una combinazione di controllo territoriale e deterrenza simbolica verso l’Occidente. La retorica del diritto diventa la copertura legittimante di una politica predatoria.
La Cina utilizza strategie simili, con l’argomento della sovranità indivisibile e del diritto storico, per giustificare la militarizzazione del Mar Cinese Meridionale e la pressione su Taiwan. Xi Jinping ha ribadito: “The Taiwan question is at the very core of China’s core interests”. Anche in questo caso, il linguaggio della norma serve a rendere accettabile agli osservatori interni e internazionali azioni che alterano sostanzialmente l’equilibrio regionale.
Infine, anche potenze regionali come Israele impiegano il diritto internazionale in modo selettivo, mascherando con motivazioni di sicurezza e antiterrorismo azioni che di fatto consolidano l’espansione territoriale e limitano i diritti delle popolazioni locali, come nel caso della Cisgiordania e di Gaza.
In tutti questi casi, il diritto non è violato, ma reinterpretato. La norma diventa strumento discorsivo, la sicurezza diventa pretesto, e la politica reale è guidata da obiettivi di potere, risorse e controllo. L’ordine internazionale non è semplicemente sfidato, ma ridefinito de facto dagli attori più forti, creando un sistema in cui chi possiede capacità materiali superiori può trasformare la legge in propria espressione di volontà.
Il diritto internazionale, dunque, è oggi tecnologia di potere, non limite: performa legittimità, copre interessi predatori e contribuisce a un mondo in cui la norma segue la potenza, e non viceversa.
Il ritorno della forza: la crisi dell’ipocrisia normativa
La retorica del diritto internazionale è oggi una delle principali tecnologie del potere. Lungi dall’essere un vincolo, il linguaggio normativo è diventato uno strumento performativo attraverso cui le grandi potenze giustificano l’espansione, l’egemonia e la predazione strategica.
Il diritto, in questo contesto, non funziona come limite, ma come maschera dell’azione unilaterale. Si invocano “minacce alla sicurezza nazionale”, “difesa preventiva”, “stato di necessità”, “responsabilità di proteggere”, mentre le pratiche concrete rivelano una logica diversa: controllo territoriale, dominio delle risorse, supremazia tecnologica, deterrenza simbolica.
La politica delle sanzioni statunitensi, l’uso extraterritoriale del diritto finanziario, il weaponizing delle supply chains, la trasformazione del dollaro in strumento di pressione geopolitica, mostrano come la norma sia diventata un’arma asimmetrica. Washington giustifica il ricorso a sanzioni unilaterali contro Venezuela, Iran, Russia e Cina come difesa dell’ordine liberale, mentre in realtà consolida un ordine gerarchico fondato sulla centralità del proprio sistema giuridico e monetario.
Analogamente, la Russia giustifica l’invasione dell’Ucraina con argomenti di autodeterminazione e sicurezza strategica, ma il risultato è una politica di potenza territoriale ottocentesca, mascherata da contro-egemonia. La Cina invoca il diritto storico nel Mar Cinese Meridionale e la sovranità indivisibile su Taiwan, mentre costruisce una architettura di controllo marittimo e tecnologico che ridefinisce la geografia del potere indo-pacifico.
In tutti questi casi, la norma è per-formata come linguaggio morale, mentre il potere agisce come fatto bruto. L’ordine internazionale non è più violato: è reinterpretato in chiave predatoria.
Guerre teologiche:la pace come ostacolo, la terra come obiettivo
Per Netanyahu e Hamas la pace è un ostacolo, la terra è il loro obiettivo. Tra lo scoppio della prima intifada, l’assassinio di Rabin e la seconda, il paradigma dell’inimicizia israelo-palestinese ha cambiato natura, trasferendosi dal piano politico a quello teologico. La guerra è stata disincarnata dal terreno della politica e impiantata in una dimensione teologica. Non è più, come aveva sostenuto Clausewitz, la continuazione della politica, ma manifestazione apocalittica della lotta tra bene e male.
Fin dalla fondazione dello Stato di Israele, per i Sionisti il contesto mezzi e fini era strutturato secondo uno schema in cui la sicurezza era inscritta nel bene finale della pace, e il mezzo attraverso il quale, con la politica, quel fine si poteva ottenere era la delimitazione della terra. Finché la questione della Palestina, considerata come parte del “Dar al-Islam appartenente alla Umma”, fu una carta giocata dai paesi arabi, che avevano esautorato le popolazioni locali, quello schema ebbe poche possibilità. Possibilità che, però, si profilarono nel momento in cui sembrò che nella società palestinese potesse emergere una dimensione politica con Arafat e l’Olp. La radicalizzazione del campo islamico inasprì lo scontro nelle comunità palestinesi e la prima intifada del 1993 segna il contrasto tra l’Olp e Hamas, tra un tentativo di approccio politico e il prevalere della dimensione islamista. Nel contempo in Israele l’assassinio di Rabin è il segnale che la destra israeliana non è interessata alla pace ma alla terra, all’espansione territoriale per ridefinire i confini della regione. Come giustamente sostiene il Portinari, l’espansionismo territoriale verso l’esterno è una regolarità delle politiche imperiali. Specularmente per Hamas la pace non può essere un obiettivo politico da perseguire attraverso negoziati e compromessi, bensì un ostacolo alla realizzazione del progetto teologico di ri-consacrare la terra, come terra islamica attraverso il sangue dei suoi martiri. In questo schema teologico non va trascurata la sovrapposizione di una dimensione politica della sopravvivenza della fazione politico militare di Hamas garantita dalla rendita politica fornita dal sostegno del mondo islamico e dal controllo criminale e mafioso del territorio.
I due approcci teologici si sostengono, infatti, lo stesso Netanyahu, in un intervento pubblico nel 2019, dichiarò: “Anyone who wants to thwart the establishment of a Palestinian state has to support strengthening Hamas and transferring money to Hamas”. La strateggia era chiara, disarticolare la possibilità dell’affermarsi di una dimensione politica palestinese, indebolire qualsiasi interlocutore statale coerente e consolidare gli insediamenti come fatto compiuto.
Questa strategia si basa su due strumenti fondamentali: il diritto come strumento retorico e la sicurezza nazionale come mezzo. Oggi, la minaccia terroristica, la protezione dei propri cittadini e la necessità di mantenere l’ordine pubblico, questioni vitali per lo stato d’Israele non sono iscritte in una strategia politica e militare finalizzata alla loro risoluzione da sciogliere in un trattato di pace. La minaccia terroristica per la destra israeliana è teologicamente incardinata nella terra e la sua soluzione è il possesso della terra. Quindi per il governo Netanyahu e per la sua ala destra la ricerca della sicurezza e la predazione territoriale sono consustanziali e si realizzano nella medesima azione di espulsione o eliminazione dell’altro.
Dal punto di vista del diritto internazionale, la politica del fatto compiuto rispecchia dinamiche simili a quelle statunitensi in Venezuela o a quelle russe in Ucraina, in cui l’uso della retorica normativa e della sicurezza sostiene le azioni unilaterali e serve a testare la capacità del sistema internazionale di reagire. In tutti questi casi, ciò che viene presentato come tutela della legalità o sicurezza si rivela in realtà strumento per ridefinire gerarchie e territori secondo logiche di potenza. In sintesi, Netanyahu non vuole proteggere lo Stato di Israele, ma trasformarlo in uno Stato fondato teologicamente in cui la cittadinanza selettiva e la legittimità del possesso della a terra fondata biblicamente diventano strumento di potere, dove la pace diventa accessoria, subordinata agli interessi reali della politica territoriale e strategica. Queste tendenze possono essere lette con maggiore chiarezza attraverso la lente offerta dalla “Metamorfosi degli Imperi” di Pier Paolo Portinari che tra le diverse forme assunte dagli imperi ne sottolinea la regolarità espansionista.
Le guerre predatorie
Con “guerre predatorie” si intende una categoria di conflitti motivati primariamente da obiettivi di acquisizione o controllo di risorse, di riorganizzazione di sfere d’influenza, o dalla sostituzione di regimi considerati ostili agli interessi strategici dell’aggressore. Non si tratta soltanto di guerre territoriali classiche: le guerre predatorie includono operazioni ibride, interventi mirati, campagne economiche, azioni coperte e manipolazioni politiche che mirano a soggiogare lo Stato bersaglio o a estrarne valore. Le guerre predatorie contemporanee si svolgono su più fronti: con operazioni militari dirette, incursioni, occupazioni parziali, operazioni notturne in cui l’elemento sorpresa e la tecnologia tattica riducono la visibilità internazionale; con azioni clandestine e paramilitari, sostegno a milizie, operazioni di destabilizzazione, golpe mascherati da missioni anti-criminalità, la lotta al narco terrorismo, la minaccia di Trump ai paesi del Sud America, Messico e Canada; con pressione economica e coercizione finanziaria, sanzioni mirate, controllo delle risorse energetiche, acquisizioni forzate di asset strategici tramite intermediari con guerra dell’informazione e delegittimazione, campagne mediatiche per creare narrative che giustifichino l’intervento e spogliare il nemico del consenso interno ed esterno.
Alla base delle guerre predatorie risiedono interessi materiali, petrolio, minerali, rotte commerciali e simbolici, prestigio e deterrenza reputazionale. La combinazione di risorse materiali e capacità tecnologiche (intelligence, sistemi d’arma a lungo raggio, cyber) rende possibile un’azione che massimizza il guadagno strategico con costi politici apparenti ridotti: se la comunità internazionale non reagisce in maniera coercitiva, l’attore predatore stabilisce un precedente. Il pericolo più grave delle guerre predatorie è che sono sia performative che morfogenetiche: se un certo comportamento non è punito, diventa normalizzato. Ciò produce una spirale imitativa in cui altri attori, grandi e medie potenze, osservano come l’azione produce benefici e costi limitati che possono imitare. I casi della Crimea, dell’Ucraina orientale, le guerre in Medio Oriente, e l’episodio venezuelano rientrano in questa dinamica, le azioni della Cina dal Tibet a Taiwan, le minacce nel Mar Cinese meridionale, fino alle repressioni degli Uiguri e di Hong Kong. Le vittime reali sono gli Stati deboli, ma le conseguenze si riverberano sulla stabilità regionale e sull’efficacia dell’ordinamento internazionale.
Il club delle superpotenze dove le improbabilità diventano possibilità
Con il Congresso di Vienna si definì il concetto di Grande potenza, ma non delle modalità con cui si acquista quel rango. Gli storici e gli specialisti delle relazioni internazionali si sono a lungo interrogati sulla questione adducendo una serie di caratteristiche come la taglia territoriale, la demografia, la cultura e l’organizzazione militare, la dislocazione spaziale, il grado di sviluppo tecnologico, la sua storia. Ad oggi nessuna di queste questioni riesce ad essere esaustiva. La teoria oggi più accreditata, una sorta di rasoio di Occam, è che si diventa grande potenza perché un’altra grande potenza ti riconosce come tale, nel senso che ti riconosce la stessa autonomia decisionale nelle relazioni internazionali che riserva a se stessa, anche sè in un gioco competitivo. Però con la nascita delle super potenze si rompe l’architettura della parità tra grandi potenze che viene trasferita al livello delle super potenze, inaugurando così lo schema “egemone-seguace” che costituisce lo schieramento, le alleanze durature. Questa nuova architettura fu resa possibile sia con l’introduzione delle ideologie nelle relazioni internazionali inaugurate a Versailles del 1919, con il dialogo a distanza tra il Decreto sulla pace di Lenin e il quattordici punti di Wilson, sia con l’arma nucleare.
Dopo il crollo del bipolarismo e l’interregno unipolare, il nuovo sistema internazionale sta convergendo verso una configurazione informale che può essere descritta come un club delle superpotenze. Una struttura non istituzionalizzata ma operativa, in cui un numero ristretto di attori con capacità militari, tecnologiche, finanziarie e normative sufficienti negozia de facto le condizioni dell’ordine globale. Questo club non sostituisce formalmente le istituzioni multilaterali, ma le svuota dall’interno, trasformandole in arene simboliche mentre le decisioni reali vengono prese altrove.
In questo contesto, l’improbabile diventa possibile. Eventi che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati tabù normativi, annessioni territoriali, blocchi tecnologici sistemici, sanzioni generalizzate contro economie di grandi dimensioni, militarizzazione dello spazio e del cyberspazio, diventano opzioni strategiche legittime. Il club delle superpotenze opera secondo una logica schmittiana: chi ha il potere di decidere sull’eccezione possiede la sovranità reale.
Gli Stati Uniti rimangono la potenza cardine, ma non più come egemone benevolo bensì come potenza imperiale selettiva, pronta a sospendere regole che non coincidono con i propri interessi strategici. La Cina si propone come potenza revisionista sistemica, non per distruggere l’ordine, ma per riscriverlo secondo parametri sino-centrici. La Russia agisce come potenza disruptiva, capace di destabilizzare sistemi regionali per compensare la propria debolezza economica. Israele, pur dimensionato, si comporta come potenza regionale sovrana, impermeabile a vincoli normativi esterni.
Il club funziona secondo una logica oligarchica: chi è dentro può violare le regole senza pagare un prezzo sistemico; chi è fuori subisce le regole senza poter negoziare. Le potenze medie e le istituzioni multilaterali diventano esecutori, mediatori o vittime di decisioni prese altrove.
Questa configurazione segna la fine dell’illusione universalista del diritto internazionale. L’ordine non è più universale, ma gerarchico, stratificato e negoziato tra pochi attori capaci di distruggerlo. In questo senso, il club delle superpotenze non è una regressione all’anarchia, ma una forma di neo-feudalesimo geopolitico, in cui le sfere d’influenza sostituiscono le norme universali, e la stabilità dipende dal calcolo strategico reciproco, non da principi condivisi.
In questo nuovo club esclusivo, la Cina può continuare ad aumentare la pressione militare su Taiwan, il Mar cinese meridionale e spingere la sua pressione sul passaggio artico; Putin non ha bisogno di incoraggiamenti, per giustificare le sue attività predatorie con la lotta al terrorismo: Georgia, Cecenia -, o con la minaccia alla sicurezza nazionale: Ucraina, e le pressioni sugli Stati baltici. La dottrina di Trump dei domini imperiali e del diritto discrezionale di lanciare campagne militari ora rispecchia quella di Putin, conferendo legittimità all’azione russa in Ucraina.
L’effetto morfogenetico della dottrina Predatoria
Dopo i fatti in Venezuela, la rapida evoluzione della questione iraniana, le minacce aperte alla Groenlandia, e quelle più sottotraccia al Canada e l’aperta ostilità verso l’Europa delle regole, se un regime seguace, deve adottare alcune misure di finanza, di forza militare o esprimere ambizioni regionali non può sentirsi autorizzato a muoversi senza testare la volontà o i capricci del leader. La risposta tiepida del sistema internazionale, almeno in quella parte definita Occidente, o di chi sente ancora la necessità di sostenere il diritto internazionale non fa altro che contribuire a incoraggiare la strutturazione di questo mondo della predazione.
Lo sviluppo della situazione in Venezuela ha reso evidente che l’azione non è stata dettata dalla volontà di avviare una transizione pacifica, e se questa ci sarà, sarà un corollario delle altre ragioni che hanno portato gli americani a assumersi il controllo del Paese, come non è stato possibile iscriverla a Gaza.
Oggi, resistere alla violazione delle regole e insistere sul loro rispetto, anche se certamente questo non avverrà, è il solo modo in cui le norme possono essere stabilite e mantenute. L’Europa deve sapere che nascondersi e sperare che anche questo passi è codardia. Le conseguenze saranno pagate, e non solo dagli sfortunati in luoghi lontani. Le barriere, sia pratiche che nazionali, che garantivano gli accordi vengono smantellate. Il silenzio non è sicurezza.
La crisi dell’ordine internazionale e il ritorno dei predatori
I fattori che spiegano la crisi dell’ordine internazionale sono molteplici e interconnessi: la rivalità strategica tra le superpotenze USA e Cina e il tentativo di tornare nel club della Russia per via militare rendono più difficile il coordinamento multilaterale. L’attività revisionista di tutti gli attori principali del sistema comporta necessariamente l’erosione delle istituzioni. Gli organismi internazionali sono sempre impotenti se delegittimati dai loro istitutori e incapaci di imporre costi a chi viola norme. Mentre interdipendenze asimmetriche, dipendenze energetiche, tecnologiche e finanziarie creano vulnerabilità, mutano l’efficacia normativa e norme enunciate ma non applicate diventano retorica priva di deterrenza.
In questo contesto, il ritorno dei predatori prefigura un mondo: in cui la tentazione predatoria cresce, dove lo Stato potente che agisce senza responsabilità incoraggia gli imitatori; dove lo Stato regionale forte, che prova ad ampliare la propria sfera di influenza, vede opportunità; le potenze emergenti sperimentano tattiche ibride. Da questo derivano fronti di crisi multipli: dall’Europa al Sahel e dal Medio Oriente, dall’Indo-Pacifico all’Artico.
Le conseguenze non sono soltanto geopolitiche. L’erosione dell’ordine incide sui diritti dei cittadini, sulla stabilità economica e sulla capacità di affrontare le sfide transnazionali. Inoltre, la normalizzazione del ricorso alla forza o alla coercizione economica accresce la polarizzazione interna negli Stati, la società si militarizza e si materializza lo spettro del “nemico interno” e i regimi autoritari si legittimano come “garanti” contro minacce esterne. Il confine tra l’ordine interno garantito dalla legge e l’ordine internazionale normato dalla forza tende a scomparire e il concetto di amico nemico della dialettica politica interna similmente alla dimensione internazionale si tinge dell’apocalittica divisione tra bene e male. La politica perde la sua funzione di ricomposizione dei conflitti ed assume i caratteri della guerra di religione.
Riallineare norme e capacità
A Davos Mark Carney ha richiamato l’attenzione sulla fragilità delle alleanze tradizionali e sulla necessità di adattare le strutture globali alla nuova situazione. Sottolineando come la frammentazione geopolitica non è solo una successione di crisi politiche, ma il sintomo di un fallimento delle architetture di cooperazione economica e finanziaria. Quando il sistema monetario, i mercati finanziari e le catene di fornitura si disaccoppiano secondo linee geopolitiche e l’alleanza atlantica perde coesione: gli strumenti di policy tradizionali (sanzioni, incentivi, leadership regolatoria) perdono efficacia se non accompagnati da nuove istituzioni capaci di gestire l’intersezione tra rischi, transizioni sistemiche e sicurezza. Avvertendo come la frammentazione genera zone di impunità: aree in cui le predazioni geopolitiche sono incentivanti, poiché il costo reputazionale e materiale del comportamento scorretto è limitato. In questo senso, l’Alleanza atlantica corre il rischio di essere percepita come incapace di proteggere gli interessi collettivi, favorendo un vuoto che attori predatori sapranno sfruttare.
Per invertire la corrente della predazione e ricostruire un ordine che abbia radici normative e capacità effettive, occorrono politiche concrete: rafforzare l’autonomia strategica europea, capacità di deterrenza, politiche energetiche resilienti e coesione diplomatica. Bisogna costruire coalizioni multilaterali credibili: sanzioni coordinate, meccanismi di risposta rapida contro gli atti di guerra e di predazione economica, integrare clima e sicurezza. La transizione sociale, economica e ambientale deve essere gestita con politiche di sicurezza che riducono le vulnerabilità geopolitiche e finanziarie. Bisogna riformare e rafforzare meccanismi e gli organismi che possano dialogare a livello paritario con il sud globale, come si sta tentando di fare con il Mercosur e l’accordo commerciale con l’India, rafforzare la mutua assistenza in Africa, Asia e America Latina; definire Incentivi economici per resilienza: diversificare catene di fornitura, proteggere infrastrutture critiche e promuovere investimenti che sottraggono terreno alle tattiche predatorie.
Per essere liberi bisogna avere capacità di deterrenza
La trasformazione della legge a espressione della volontà dell’egemone racconta una metamorfosi delle relazioni internazionali in cui le norme senza strumenti perdono credibilità, mentre la potenza senza limiti diventa arbitrio. Il ritorno delle guerre predatorie e la frammentazione geopolitica richiedono una risposta che non sia solo morale ma strategica: rafforzare istituzioni, creare capacità di deterrenza collettiva e riformare gli strumenti che connettono diritto e forza. Solo così si potrà evitare che “l’America sia la legge”, o che qualsiasi altra potenza si erga a legislatore unico, e si potrà ricostruire un ordine internazionale che difenda la stabilità e i diritti in un mondo dove gli istituti del multilateralismo possano bilanciare la hybris del potere dei modelli multipolari.
Il mondo post-liberale e la necessità di un multilateralismo con potere
Hannah Arendt distingue con chiarezza tra potere e violenza: il potere nasce dall’azione collettiva e dal consenso, la violenza è uno strumento che appare quando il potere è in crisi. L’ordine internazionale post-liberale mostra precisamente questa dinamica: la proliferazione della violenza geopolitica è il sintomo della crisi del potere normativo globale.
Il multipolarismo celebrato da molti come emancipazione dall’egemonia occidentale rischia di essere, in realtà, una moltiplicazione dei poli di violenza senza un principio ordinatore condiviso. Senza un quadro multilaterale dotato di enforcement, il multipolarismo non è pluralismo ordinato, ma anarchia competitiva.
Un multilateralismo rinnovato non può essere una mera architettura discorsiva. Deve essere un ordine di regole sostenute da potere, capace di disciplinare anche le grandi potenze. Questo implica riforme profonde delle istituzioni globali, dal Consiglio di Sicurezza ONU a regimi di governance tecnologica, energetica e finanziaria. Implica anche un nuovo patto tra democrazie liberali e potenze emergenti, fondato non sulla convergenza ideologica, ma su regole condivise ed enforceable.
L’Europa ha una responsabilità storica: trasformarsi da potenza normativa discorsiva in potenza normativa enforceable, con capacità strategica. Per essere liberi non basta essere temuti, bisogna avere potere di deterrenza. Ciò richiede integrazione politica, autonomia tecnologica, capacità militare comune e una politica estera unitaria. Senza questo salto, l’Europa resterà un oggetto della geopolitica altrui, non un soggetto. Nel mondo che emerge, la scelta non è tra ordine liberale e multipolarismo, ma tra un multilateralismo con potere e un multipolarismo senza ordine. Se il potere non verrà reintegrato nelle norme, la violenza continuerà a sostituirsi al potere, e la politica mondiale entrerà in una fase di instabilità strutturale che nessuna retorica giuridica potrà contenere.
