Anti-intellettualismo, autorità scientifica e conflitto democratico nell’America messianica di Trump
Abstract
La vicenda pubblica di Anthony Fauci – immunologo di fama internazionale -, divenuto durante la pandemia di Covid-19 il principale volto istituzionale della medicina statunitense, costituisce un osservatorio privilegiato per analizzare il rapporto contemporaneo tra sapere scientifico, democrazia, comunicazione pubblica e risentimento dell’anti intellettualismo populista. Cercheremo di leggere il conflitto politico e mediatico intorno a Fauci attraverso la categoria elaborata da Richard Hofstadter in L’odio per gli intellettuali in America. In cui l’autore analizza l’anti-intellettualismo non come semplice antipatia verso gli studiosi, ma come sistema culturale che delegittima le forme di autorità fondate sulla competenza, sulla mediazione e sulla complessità, privilegiando l’esperienza immediata, l’efficacia pratica, il sentimento e l’identificazione plebiscitaria con il “popolo”. La riflessione prende inoltre in esame la suggestione proposta da Paolo Giordano, sul Corriere della Sera, che accosta l’Audizione congressuale contro Fauci alla vicenda di Galileo e all’abiura come evento capace di produrre un contraccolpo sulla comunità scientifica, e la lettura polemica di Giuliano Ferrara, sul Foglio, secondo cui gli accusatori di Fauci rappresenterebbero una nuova polizia del libero pensiero. Avvertiamo subito che, mentre, il paragone con l’Inquisizione sia illuminante sul piano simbolico ma rischioso se assunto alla lettera, la formula dei “poliziotti del libero pensiero” coglie con particolare efficacia la trasformazione della critica democratica in una pratica di intimidazione politica. Il caso Fauci mostra tuttavia anche i limiti di una difesa agiografica dello scienziato. La scienza non può chiedere obbedienza, ma deve saper farsi carico dei propri limiti, incertezze ed errori, ed in primo luogo, dei rapporti con il potere. La posta in gioco non è dunque la santificazione di Fauci, bensì la conservazione di uno spazio pubblico nel quale la competenza possa essere criticata senza che la critica si trasformi in inquisizione e persecuzione.
Il processo allo scienziato come sintomo culturale
La controversia intorno ad Anthony Fauci non riguarda soltanto il destino personale di un medico diventato celebrità istituzionale. Essa riguarda la posizione della scienza nella società democratica, la legittimità dell’esperto, la fragilità delle istituzioni conoscitive e il modo in cui una collettività, quando traumatizzata, cerca di attribuire un volto alla propria sofferenza. La pandemia ha prodotto lutti, chiusure, limitazioni delle libertà, crisi economiche, disorientamento psicologico verso il futuro e una perdita generale di fiducia. In questo contesto, il nome di Fauci è diventato il punto di condensazione di sentimenti contrastanti: gratitudine e riconoscenza, diffidenza, rabbia, sospetto, desiderio di verità, bisogno di punizione. Il personaggio è stato trasformato in un modello verso cui proiettare i propri sentimenti. Per alcuni è stato il rappresentante rassicurante della ragione scientifica; per altri il simbolo di un apparato tecnocratico che avrebbe imposto decisioni arbitrarie in nome dell’emergenza; per altri ancora l’incarnazione di una presunta cospirazione internazionale. Questa sproporzione tra la persona concreta e la funzione simbolica attribuitagli costituisce il nodo problematico della questione.
Nel suo studio dell’anti-intellettualismo americano, Hofstadter, non descrive semplicemente l’ostilità di individui poco istruiti verso le persone colte. L’anti-intellettualismo è, piuttosto, un linguaggio politico e culturale. Esso si attiva quando la competenza viene presentata come privilegio, quando la mediazione viene accusata di distanza dalla vita reale, quando l’esperto appare come un’autorità senza mandato popolare. L’intellettuale o lo specialista non viene allora contestato soltanto per ciò che sostiene, ma per ciò che rappresenta: il diritto di parlare in virtù di studi, prove, procedure e responsabilità professionali. Nel caso Fauci, la domanda “che cosa è realmente accaduto durante la pandemia?” si intreccia dunque con una domanda più profonda: “chi ha il diritto di definire ciò che è accaduto?”. La prima è una domanda empirica, la seconda è una domanda politica. Il Congresso, i tribunali, le commissioni, i media e l’opinione pubblica hanno certamente il diritto di interrogare le autorità, ricostruire le decisioni e accertare eventuali responsabilità. Ma il diritto di controllare non coincide con il diritto di perseguitare; la critica non coincide con l’umiliazione; la trasparenza non coincide con la colpevolezza.
È su questa soglia che si collocano le interpretazioni di Paolo Giordano e Giuliano Ferrara. Giordano legge il silenzio o la reticenza di Fauci davanti al Congresso come un episodio potenzialmente devastante per l’autorevolezza della scienza: una sorta di abiura rovesciata, non perché lo scienziato rinunci alla verità, ma perché rinuncia a difenderla pubblicamente nel momento in cui i suoi accusatori ne approfittano. Ferrara, al contrario, insiste sull’aggressività degli accusatori e presenta Fauci come un benefattore dell’umanità assediato da “poliziotti del libero pensiero”, cioè da coloro che proclamano di difendere la libertà mentre mirano a imporre una versione dogmatica e punitiva della libertà stessa. Le due prospettive sono diverse e, in parte, complementari. Giordano mette a fuoco il danno simbolico prodotto dal silenzio della scienza; Ferrara denuncia la violenza politica esercitata contro l’autorità scientifica. Entrambi colgono un tratto essenziale dell’attualità: la scienza è indispensabile, ma la sua autorità è più vulnerabile che in passato, perché esposta in un ambiente in cui ogni esitazione viene interpretata come menzogna, ogni correzione come prova di incompetenza e ogni rapporto con il potere come indizio di complicità.
L’obiettivo di questa analisi è analizzare tale vicenda nel contesto del populismo messianico e dell’odio anti intellettuale, senza trasformare Fauci né in un santo né in un criminale simbolico. Non cercheremo di stabilire l’innocenza o la colpevolezza dell’individuo, ma comprendere il dispositivo culturale che ha reso possibile la sua trasformazione in capro espiatorio.
Hofstadter e l’intellettuale come figura sospetta
Secondo Hofstadter, la storia americana è attraversata da una tensione persistente tra il riconoscimento dell’utilità della competenza e la diffidenza verso coloro che la incarnano. La società moderna ha bisogno di intellettuali, scienziati, tecnici, insegnanti e professionisti; ma la cultura democratica, soprattutto quando assume una forma populistica, può considerarli sospetti proprio perché detengono un sapere non immediatamente accessibile a tutti. L’intellettuale appare allora come una figura separata dalla comunità. Parla un linguaggio tecnico, ricorre a documenti, statistiche e procedure, sospende il giudizio fino alla disponibilità di ulteriori prove. Non offre sempre risposte semplici e definitive. In una situazione di crisi, questa prudenza può essere vissuta come evasione, mentre la complessità viene confusa con l’oscurità. Il pubblico chiede certezze; lo scienziato offre probabilità. Il pubblico chiede una linea stabile; la ricerca modifica le proprie conclusioni quando cambiano le evidenze. Il pubblico chiede un responsabile; il metodo scientifico restituisce una rete di fattori, istituzioni, decisioni e circostanze. Il conflitto nasce così da una frizione tra due forme di legittimità. La legittimità democratica deriva, in senso stretto, dal consenso politico e dalla rappresentanza. La legittimità scientifica deriva invece dall’esperienza disciplinare, dalla verifica intersoggettiva, dalla pubblicazione, dal confronto tra pari e dalla capacità di produrre conoscenze affidabili. Nessuna delle due può sostituire integralmente l’altra. La politica decide gli obiettivi collettivi e distribuisce i costi; la scienza informa sulle condizioni, sui rischi e sulle conseguenze delle decisioni. Quando l’esperto viene indicato e percepito come colui che decide al posto del popolo, la reazione anti-intellettuale può diventare potente. Hofstadter mostra quindi che l’anti-intellettualismo non si fonda soltanto sull’ignoranza. Può essere sostenuto da persone istruite, da politici sofisticati e da apparati comunicativi modernissimi. Non è la semplice assenza di conoscenza, ma la scelta di altri criteri di autorità: l’autenticità, il buon senso, l’esperienza personale, la forza del carattere, il successo, la fedeltà identitaria. L’esperto perde perché il suo sapere è astratto, mentre il suo antagonista vince perché appare concreto, diretto e vicino.
La cultura pratica
Un secondo asse dell’analisi di Hofstadter è la cultura pratica. In essa ciò che conta è ciò che “funziona”. L’idea può essere interessante, ma deve dimostrare rapidamente la propria utilità. La teoria è subordinata all’applicazione; la riflessione viene misurata sul risultato; l’errore non viene interpretato come momento normale della ricerca, ma come fallimento morale. Questo schema è particolarmente importante nel caso della pandemia. La popolazione aveva bisogno di indicazioni operative immediate: indossare o no una mascherina, chiudere o no una scuola, limitare o no gli spostamenti, autorizzare o no un vaccino, adottare o no una terapia. Ma la conoscenza scientifica si trovava in una condizione di radicale incompiutezza. Il virus era nuovo, i dati iniziali erano limitati, le varianti modificavano i rischi, i sistemi sanitari non disponevano di informazioni omogenee e le decisioni dovevano essere prese prima che la ricerca potesse fornire risposte definitive. In un ambiente dominato dalla cultura pratica, però, l’incertezza viene rapidamente politicizzata. Se un consiglio cambia, non si dice semplicemente che sono cambiate le evidenze; si sostiene che qualcuno abbia mentito. Se una misura non produce gli effetti sperati, non si discute dei suoi limiti, delle condizioni di applicazione o delle alternative disponibili; si cerca l’autore di un complotto. Se un vaccino riduce gravemente il rischio ma non elimina completamente la trasmissione, viene accusato di essere inutile. La logica della cultura pratica tende a trasformare ogni esito parziale in una prova assoluta. L’anti-intellettualismo si nutre precisamente di questa semplificazione. Lo scienziato viene giudicato come un tecnico che avrebbe promesso un controllo totale della realtà. Quando tale controllo non si realizza, egli viene accusato di incompetenza o frode. Ma la medicina non è magia e la scienza non è una macchina per produrre certezza. L’aspettativa di una soluzione completa e immediata è già, in sé, una deformazione anti-intellettuale del sapere.
La religione del cuore e la sovranità dell’esperienza
Hofstadter individua inoltre una tradizione anti-intellettuale legata alla “religione del cuore”: una concezione della verità fondata sull’esperienza interiore, sulla testimonianza personale e sulla conversione, più che sull’autorità di testi, istituzioni o interpreti. Anche quando non assume una forma esplicitamente religiosa, questa struttura mentale sopravvive nella cultura politica contemporanea. Nel dibattito sul Covid, l’esperienza individuale è stata spesso elevata a criterio supremo. “Conosco una persona vaccinata che si è ammalata”; “io ho preso l’infezione e sono guarito”; “un mio parente ha avuto effetti avversi”; “il mio medico dice una cosa diversa”; “ho letto un documento che i media nascondono”. Nessuna di queste testimonianze è necessariamente falsa o irrilevante. Il problema nasce quando l’esperienza singola pretende di sostituire il quadro complessivo dei dati. La scienza moderna non nega l’esperienza; la colloca in un sistema di verifica. L’anti-intellettualismo, invece, considera la mediazione un atto di manipolazione. L’esperto che aggrega i casi, distingue correlazione e causalità, valuta i denominatori e misura i rischi viene percepito come qualcuno che sottrae autenticità alla testimonianza. La persona comune, in questa prospettiva, non avrebbe bisogno di interpretazione: la propria esperienza sarebbe già una forma completa di conoscenza. Fauci ha rappresentato il bersaglio ideale di questo risentimento. Non soltanto perché disponeva di competenze specialistiche, ma perché parlava a nome di istituzioni pubbliche e compariva accanto al presidente. Il suo sapere non era più percepito come un contributo alla decisione politica: veniva identificato con il potere stesso. Le domande scientifiche venivano quindi trasformate in domande di lealtà: Fauci è dalla parte del popolo o contro il popolo? Dice la verità o obbedisce a un apparato? Protegge la salute o protegge se stesso?
Fauci come incarnazione dell’«esperto» hofstadteriano: da scienziato al volto pubblico
Nella ricostruzione di Hofstadter, l’ascesa dell’esperto non elimina l’anti-intellettualismo, ma ne modifica il bersaglio. La società moderna non può fare a meno di competenze specialistiche. Tuttavia l’esperto viene accettato soprattutto quando la sua competenza appare funzionale e subordinata. Può consigliare, calcolare, amministrare; deve però evitare di apparire come un’autorità autonoma dotata di una propria visione del bene pubblico. Fauci ha occupato una posizione ambigua. Da un lato era un funzionario e consulente, non un sovrano. Le decisioni politiche spettavano ai presidenti, ai governatori, al Congresso e alle autorità locali. Dall’altro lato, la sua presenza quotidiana nelle conferenze stampa lo trasformò nel volto concreto di misure che incidevano sulla vita di milioni di persone. La differenza tra “consigliare” e “decidere” divenne poco visibile nella comunicazione pubblica. Per molti cittadini Fauci non era più il medico che illustrava i dati, ma l’uomo che chiudeva scuole, imponeva mascherine e prolungava l’emergenza. Questa trasformazione ebbe anche un effetto positivo: in una fase di paura e disordine, il pubblico cercava figure riconoscibili. Un volto, una voce, un ritmo relativamente costante potevano contribuire a rendere comprensibile una situazione altrimenti caotica. Fauci incarnava la continuità dello Stato e della ricerca. Ma proprio la personalizzazione dell’autorità produceva una vulnerabilità. Se tutto il sistema della risposta pandemica si concentrava su un singolo individuo, la contestazione di quell’individuo poteva essere presentata come contestazione dell’intero sistema. Il culto del volto produce inevitabilmente il suo rovescio: la demonizzazione del volto. L’eroe e il capro espiatorio sono figure complementari. Entrambi semplificano la realtà e la riconducono alla responsabilità di una persona. La retorica pro-Fauci e quella anti-Fauci, per quanto opposte, condividono talvolta la stessa personalizzazione.
La prossimità al potere
Un elemento decisivo della diffidenza verso Fauci è la sua prossimità al potere presidenziale. Egli ha lavorato con amministrazioni diverse e ha svolto un ruolo istituzionale per decenni. Questo fatto può essere letto come prova di professionalità e continuità amministrativa oppure come segno di appartenenza a un apparato permanente, capace di sopravvivere ai cambiamenti elettorali. L’anti-intellettualismo hofstadteriano tende a sospettare gli individui che occupano una posizione intermedia tra sapere e potere. Lo scienziato indipendente appare più rispettabile; il consulente che parla dalla Casa Bianca appare compromesso. Tuttavia l’idea di una scienza pura, totalmente separata dalle istituzioni, è illusoria. La salute pubblica richiede organizzazione, finanziamenti, protocolli, amministrazione e decisioni politiche. Il problema non è eliminare il rapporto tra scienza e potere, ma renderlo trasparente e controllabile. Nel caso Fauci, la prossimità al potere è stata utilizzata come prova ambivalente. Quando consigliava misure prudenti, era accusato di governare senza mandato. Quando entrava in conflitto con il presidente, veniva celebrato come argine istituzionale. Quando rimaneva in carica attraverso amministrazioni diverse, era presentato alternativamente come servitore dello Stato o come membro di una casta inamovibile. La medesima caratteristica veniva interpretata in senso opposto a seconda della posizione politica dell’osservatore. Questa ambivalenza non è casuale. L’esperto democratico deve essere vicino alle istituzioni per poter incidere, ma sufficientemente distante per poterle criticare. Il problema della legittimazione nasce quando la distanza non è visibile o quando il pubblico non dispone di strumenti per distinguere l’informazione scientifica dalla decisione politica. In assenza di chiarezza, l’esperto diventa il luogo in cui si accumulano tutte le frustrazioni.
L’errore come colpa
La scienza lavora attraverso ipotesi, revisioni, discussioni e smentite. L’errore non è un incidente esterno al metodo; è una possibilità interna alla ricerca. Ma l’opinione pubblica, soprattutto durante una crisi, tende a interpretare l’errore come colpa. Questa trasformazione morale è centrale nel caso Fauci. Le indicazioni sulle mascherine, sui tempi di trasmissione, sull’immunità, sui vaccini, sui rischi delle varianti e sulle modalità di contenimento furono modificate in diversi momenti. Alcune modifiche derivavano da nuove evidenze; altre erano influenzate dalla scarsità di dispositivi, dalla necessità di proteggere gli operatori sanitari e da considerazioni organizzative. In ogni caso, la comunicazione istituzionale non sempre spiegò bene la differenza tra ciò che era noto, ciò che era probabile e ciò che era semplicemente prudenziale. Questo deficit comunicativo ha alimentato il sospetto. Se l’autorità scientifica dice prima A e poi B, l’opinione pubblica può concludere che una delle due affermazioni fosse intenzionalmente falsa. La complessità epistemica viene sostituita da un giudizio morale binario: verità o menzogna. Il risultato è che l’esperto viene punito non per aver difeso una teoria indifendibile, ma per aver mostrato il carattere provvisorio della conoscenza. Secondo Hofstadter, l’anti-intellettualismo pretende spesso una forma di trasparenza assoluta e immediata, ma proprio questa pretesa è irrealistica. Si esige che l’esperto sappia già tutto, che non cambi idea, che sia certo e coerente in ogni momento. La scienza viene giudicata con criteri quasi teologici: infallibilità, purezza, coerenza totale. Quando fallisce, l’esperto non viene corretto; viene desacralizzato.
Il Congresso, il Quinto Emendamento e la teatralizzazione della responsabilità
Il Congresso degli Stati Uniti possiede funzioni di controllo e d’inchiesta fondamentali. In una democrazia, chi ha esercitato responsabilità pubbliche deve poter essere chiamato a spiegare le proprie decisioni. La pandemia ha coinvolto enormi risorse, misure eccezionali, rapporti internazionali, programmi di ricerca e scelte amministrative dagli effetti profondissimi. Sarebbe contrario ai principi democratici sottrarre tali questioni a ogni esame. Tuttavia il controllo parlamentare può assumere due forme diverse. Può essere un’indagine orientata all’accertamento dei fatti, alla ricostruzione delle procedure e alla prevenzione degli errori futuri. Oppure può diventare un teatro politico, nel quale l’interrogato è già stato condannato e l’audizione serve a produrre immagini, frasi virali e umiliazioni pubbliche. In questo secondo caso l’obiettivo non è sapere, ma dimostrare che si vuole sapere; non è chiarire, ma mobilitare un pubblico già convinto. La differenza è rilevante per il caso Fauci. Domande sull’origine del virus, sui finanziamenti alla ricerca, sui protocolli, sulle mascherine, sulla comunicazione istituzionale e sui rapporti tra agenzie possono essere legittime. Ma la loro legittimità dipende dalla qualità dell’indagine. Domande costruite per insinuare una colpa, per costringere l’interrogato in una contraddizione apparente o per trasformare un’incertezza scientifica in una confessione politica non producono conoscenza. Producono spettacolo. La cultura anti-intellettuale preferisce spesso il confronto spettacolare alla verifica lenta. La scena dell’interrogatorio ha una forza narrativa elementare: da una parte l’accusatore che rappresenta il cittadino comune, dall’altra l’esperto che deve difendersi. Il sapere viene messo sotto processo come se fosse un imputato morale. La domanda non è più “quali dati sostengono questa decisione?”, ma “da che parte stai?”. In tale atmosfera, anche una risposta corretta può essere interpretata come evasiva, mentre un’accusa infondata può apparire autentica perché espressa con aggressività.
Il Quinto Emendamento e la simbologia del silenzio
La scelta di avvalersi del Quinto Emendamento, o più in generale il ricorso a garanzie contro l’autoincriminazione, ha una natura giuridica precisa. Non equivale a una confessione e non può essere interpretata automaticamente come prova di colpevolezza. Il principio risponde all’idea che lo Stato non possa costringere una persona a fornire contro se stessa la materia dell’accusa. L’onere della prova spetta agli inquirenti. Sul piano simbolico, però, il silenzio dell’esperto possiede effetti diversi. La scienza vive di esposizione pubblica, di spiegazioni, di argomentazioni. Quando uno scienziato tace davanti a un organo rappresentativo, il pubblico può percepire quel silenzio come una rinuncia alla responsabilità. Nel caso Fauci, la scelta è stata quindi interpretata in due modi opposti: come legittima autodifesa di fronte a un procedimento politicizzato oppure come fuga dalla verità. Paolo Giordano insiste soprattutto sul secondo effetto. Anche se giuridicamente legittimo, il silenzio avrebbe avvilito la comunità scientifica perché avrebbe lasciato campo libero ai detrattori. Il punto di Giordano non è che Fauci avesse l’obbligo legale di rispondere, ma che la scienza avesse un obbligo pubblico di spiegare. Un comportamento può essere giuridicamente tutelato e, nello stesso tempo, politicamente dannoso. La legalità stabilisce ciò che lo Stato può esigere; non esaurisce ciò che un’istituzione dovrebbe comunicare per conservare fiducia. Questa distinzione è essenziale. Non sarebbe corretto usare il silenzio come prova di colpevolezza. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorarne l’effetto sulla sfera pubblica. La scienza ha bisogno di una retorica della responsabilità: deve spiegare quali decisioni furono prese, quali informazioni erano disponibili, quali ipotesi furono abbandonate, quali errori furono commessi e quali lezioni se ne possono trarre. Se i suoi rappresentanti si chiudono dietro una difesa legale, i vuoti narrativi vengono occupati da coloro che offrono spiegazioni semplici e totalizzanti.
Il silenzio come abiura rovesciata
Giordano utilizza la figura di Galileo per descrivere il possibile “contraccolpo” prodotto dall’atteggiamento di Fauci. Nel dramma di Bertolt Brecht, Galileo abiura davanti all’Inquisizione e la sua abiura produce un danno alla libertà della ricerca: altri scienziati, osservando la sottomissione del maestro, rinunciano o si ritirano. La verità non viene sconfitta soltanto dall’errore teorico, ma dalla paura istituzionalizzata. Il caso Fauci è evidentemente diverso. Galileo era sottoposto a un’autorità religiosa e giudiziaria che poteva costringerlo, imprigionarlo e punirlo. Fauci si trovava davanti a un organo legislativo di una democrazia costituzionale, con garanzie procedurali e possibilità di assistenza legale. Non vi è equivalenza storica tra l’Inquisizione e un’audizione congressuale. Il paragone, preso alla lettera, sarebbe anacronistico e sproporzionato. Tuttavia le analogie non devono essere cercate sul piano delle istituzioni, ma su quello della scena simbolica. In entrambi i casi, un sapere specializzato viene costretto a comparire davanti a un’autorità che pretende di stabilire non soltanto i fatti, ma la forma legittima della verità. In entrambi i casi, il gesto dell’interrogato viene osservato da una comunità più ampia, che può interpretarlo come segnale di coraggio o di resa. In entrambi i casi, il comportamento di una figura pubblica ha conseguenze che superano la sua biografia. La formula più precisa sarebbe dunque quella di una “analogia morale” o “retorica”, non di una equivalenza storica. Il Congresso non è l’Inquisizione; Fauci non è Galileo; la pandemia non è la rivoluzione astronomica. Ma il timore di Giordano riguarda una dinamica reale: quando la competenza viene esposta a un’aggressione politica senza riuscire a spiegare le proprie ragioni, l’intera comunità che quella competenza rappresenta può apparire indebolita. Il silenzio di Fauci può essere letto come una forma di autodifesa individuale. Ma, nel momento in cui egli è diventato un simbolo, l’autodifesa individuale non è più neutra. La persona protegge se stessa; il simbolo, invece, deve anche proteggere il significato collettivo che gli è stato attribuito. Da qui nasce la tensione tragica del caso: rispondere può significare offrire materiale ai persecutori; tacere può significare abbandonare il campo della narrazione.
Ferrara e i «poliziotti del libero pensiero»
Giuliano Ferrara definisce gli accusatori di Fauci “poliziotti del libero pensiero”. L’espressione è volutamente paradossale. Il poliziotto del libero pensiero sarebbe colui che pretende di difendere la libertà attraverso la sorveglianza ideologica, l’intimidazione e la punizione di chi non aderisce alla propria ortodossia. La formula denuncia una contraddizione tipica delle guerre culturali contemporanee: chi si presenta come ribelle contro l’establishment può aspirare a costruire un nuovo establishment punitivo. Nel caso Fauci, il linguaggio della libertà è centrale. I suoi accusatori invocano il diritto di dissentire, di mettere in discussione la versione ufficiale, di chiedere trasparenza e di denunciare eventuali abusi. Questi diritti sono reali e indispensabili. La libertà di pensiero include la possibilità di criticare gli esperti, di contestare decisioni amministrative e di avanzare ipotesi alternative. Ma la libertà non garantisce che ogni ipotesi sia ugualmente fondata, né conferisce a ogni opinione il medesimo peso probatorio. Il “poliziotto del libero pensiero” nasce quando il dissenso, invece di limitarsi a contestare una tesi, costruisce una polizia dell’ortodossia inversa. Chi difende la versione dominante viene accusato di complicità; chi ammette l’incertezza è sospettato di occultamento; chi corregge una posizione è bollato come bugiardo; chi invoca la complessità viene presentato come servile. La libertà diventa così una parola d’ordine per imporre un’unica interpretazione alternativa. La struttura è simile a quella descritta da Hofstadter. L’anti-intellettualismo non elimina il bisogno di autorità; lo trasferisce. Rifiuta l’autorità scientifica istituzionale, ma costruisce nuove autorità basate sulla capacità di smascherare, denunciare e accusare. Il leader anti-establishment non dice necessariamente “non credete a nessuno”; dice piuttosto “credete a me, perché io vi rivelo ciò che gli altri nascondono”.
Il caso Rand Paul
Rand Paul è stato tra i principali contestatori di Fauci nel Congresso. La sua posizione può essere esaminata senza ridurla a una caricatura. Le domande su finanziamenti, responsabilità amministrative, origine del virus e gestione dell’emergenza sono temi pubblicamente rilevanti. Un senatore ha il diritto e, in una certa misura, il dovere di sottoporre a esame l’operato delle agenzie governative. Il problema sorge quando l’indagine assume la forma di una persecuzione personale. Un conto è chiedere quali procedure siano state adottate, quali documenti esistano, quali conflitti di interesse siano stati dichiarati e quali controlli siano stati effettuati. Un altro conto è costruire una narrazione nella quale Fauci è il centro di una colpa universale, il regista di ogni decisione controversa e il custode di un segreto unico capace di spiegare l’intera pandemia. La ricerca di “un uomo con una risposta unica” è precisamente ciò che Giordano considera una delle malattie politiche del dopo-pandemia. Il trauma collettivo viene concentrato in un singolo imputato. Il vantaggio narrativo è enorme: la complessità diventa trama, l’incertezza diventa occultamento, il caso diventa intenzione. Ma il costo cognitivo è la perdita della realtà. La personalizzazione della colpa permette anche di eludere le responsabilità diffuse. La risposta alla pandemia è stata prodotta da agenzie federali, governi statali, ospedali, aziende farmaceutiche, università, organismi internazionali, media e cittadini. Le decisioni sono state spesso divergenti e contraddittorie. Concentrarsi su Fauci può rendere più difficile esaminare la responsabilità di altri soggetti, comprese le autorità politiche che hanno adottato, modificato o ignorato i suoi consigli. In questo senso, il “poliziotto del libero pensiero” svolge una funzione paradossale: promette di liberare la società dal potere degli esperti, ma la orienta verso un nuovo potere interpretativo, capace di decidere quali documenti contino, quali prove siano ammissibili e quale conclusione debba essere raggiunta prima ancora dell’indagine.
L’origine del virus e la politica dell’ipotesi
La questione dell’origine del coronavirus è uno dei punti più sensibili del conflitto intorno a Fauci. Le ipotesi principali hanno riguardato, in termini generali, un’origine zoonotica, cioè un salto di specie dagli animali all’uomo, e un incidente collegato a un laboratorio o a un’attività di ricerca. La seconda ipotesi è stata spesso presentata in forme molto diverse: dalla possibilità prudente di un incidente alla teoria di una pianificazione intenzionale. Sul piano scientifico, le ipotesi devono essere valutate sulla base delle prove disponibili. È legittimo investigare sui laboratori, sui protocolli di sicurezza, sui finanziamenti, sui rapporti di collaborazione e sulla trasparenza delle autorità locali e internazionali. Ma l’assenza di una prova definitiva per l’origine zoonotica non costituisce, da sola, prova dell’origine laboratoriale. Allo stesso modo, la plausibilità di un incidente non autorizza a concludere che vi sia stata una cospirazione. L’anti-intellettualismo tende a confondere tre livelli differenti: possibilità, plausibilità e dimostrazione. Se una possibilità non può essere esclusa, viene trattata come certa. Se un documento presenta una circostanza ambigua, essa diventa prova decisiva. Se un’autorità non possiede tutte le risposte, la sua lacuna viene interpretata come volontà di occultamento. È una logica epistemicamente fragile, ma narrativamente potentissima. Fauci è stato accusato di aver difeso l’origine zoonotica non sulla base della propria valutazione scientifica, bensì per proteggere finanziamenti o collaborazioni internazionali. Anche questa ipotesi può essere investigata, ma richiede prove specifiche. Il salto dalla presenza di rapporti istituzionali alla complicità in un insabbiamento è un esempio della trasformazione anti-intellettuale del dubbio in verdetto.
Il documento come sfera di cristallo
Giordano osserva che un diario o una corrispondenza possono funzionare come “sfere di cristallo”: ciascuno vi vede ciò che desidera vedere. Questa immagine descrive la crisi ermeneutica contemporanea. I documenti non parlano mai da soli; richiedono contesto, comparazione, interpretazione. Ma nell’ecosistema digitale ogni frammento può essere isolato, estratto e presentato come rivelazione. Un appunto privato può mostrare una contraddizione, ma non necessariamente dimostra che l’autore abbia mentito. Una variazione di linguaggio può indicare una differenza tra comunicazione interna ed esterna, ma non necessariamente un progetto di manipolazione. Una frase ironica può essere usata come confessione involontaria. Il documento diventa così un oggetto di fede: non serve a ricostruire il contesto, ma a confermare un’identità già posseduta. Hofstadter avrebbe riconosciuto in questa dinamica il conflitto tra mediazione intellettuale ed esperienza immediata. Il documento complesso, letto criticamente, richiede competenza. Il frammento virale, invece, sembra parlare direttamente. La sua forza dipende proprio dalla sospensione dell’interpretazione. L’anti-intellettualismo preferisce il documento “nudo” alla ricostruzione specialistica, perché ogni mediazione può essere accusata di manipolazione. Il risultato è un paradosso. Da un lato si accusa la scienza ufficiale di nascondere i documenti; dall’altro, quando i documenti emergono, se ne rifiuta la lettura contestuale. La trasparenza non serve più a conoscere, ma a confermare il sospetto. Qualunque evidenza diventa compatibile con la teoria del complotto, perché anche la smentita può essere interpretata come parte della cospirazione.
La pandemia come esperienza di dipendenza e umiliazione
Una delle intuizioni più significative di Giordano è che la pandemia non sia stata realmente elaborata sul piano collettivo. La società ha attraversato l’emergenza, ha sviluppato vaccini, ha ridotto la mortalità, ha riaperto le attività, ma non ha necessariamente trasformato l’esperienza in una memoria condivisa e politicamente consapevole. La pandemia è stata subita. Anche le decisioni giustificate da motivi sanitari furono spesso percepite come imposizioni esterne. Le persone hanno dovuto affidarsi a istituzioni, esperti e sistemi tecnici che non comprendevano pienamente. Hanno accettato limitazioni in nome di rischi invisibili e modelli probabilistici. Questa dipendenza ha generato un sentimento di vulnerabilità. L’essere umano moderno accetta quotidianamente di dipendere da competenze che non possiede: piloti, ingegneri, chirurghi, meteorologi, farmacologi. Ma durante la pandemia la dipendenza è diventata esplicita e totalizzante. Il sapere degli altri regolava gesti elementari: respirare in uno spazio chiuso, incontrare un familiare, accompagnare un malato, mandare un figlio a scuola. La competenza scientifica non appariva più come un servizio remoto, ma come una presenza nella vita quotidiana. Da qui la rabbia post-pandemica. Una parte di essa è stata indirizzata contro i governi, una parte contro le aziende farmaceutiche, una parte contro i media e una parte contro gli esperti. Fauci ha raccolto questa rabbia perché era visibile. La sua figura consentiva di dare un nome alla sensazione di essere stati governati da procedure non negoziabili.
L’assenza di un lutto pubblico
Giordano sottolinea anche la mancanza di un’elaborazione collettiva dei morti. Le cifre della pandemia sono state spesso trattate come statistiche, mentre ogni cifra corrispondeva a una biografia, a una famiglia, a una relazione interrotta. L’assenza di un rito comune ha lasciato un lutto senza forma. Quando una società non riesce a piangere insieme, il dolore può trasformarsi in risentimento. Il risentimento cerca una colpa, e la colpa cerca un volto. Il processo a Fauci può essere interpretato come una forma distorta di lutto: non potendo elaborare la perdita, si cerca qualcuno che la rappresenti. Il lutto diventa accusa; la memoria diventa incriminazione. Questa dinamica non significa che ogni critica a Fauci sia un sintomo patologico. Significa che il contesto emotivo nel quale le critiche si diffondono non è neutrale. Le società traumatizzate hanno bisogno di narrazioni che stabiliscano un ordine. La teoria del capro espiatorio offre un ordine immediato: se un individuo ha sbagliato, il sistema può dirsi innocente; se un gruppo ha cospirato, il resto della popolazione può considerarsi vittima pura. Ma la pandemia non è spiegabile attraverso un solo responsabile. Vi sono stati errori di previsione, ritardi, eccessi di fiducia, comunicazioni confuse, decisioni politiche discutibili e disuguaglianze strutturali. Vi sono state anche competenze, sacrifici, innovazioni e risultati straordinari. La memoria democratica dovrebbe conservare entrambe le dimensioni.
Galileo, l’Inquisizione e i limiti del paragone
Il paragone tra Fauci e Galileo ha una forza retorica ma deve essere maneggiato con cautela. Galileo fu sottoposto all’Inquisizione romana in un contesto nel quale il potere ecclesiastico possedeva una funzione giudiziaria e poteva comminare sanzioni per la diffusione di dottrine ritenute eretiche. La questione non era soltanto la libertà di un singolo scienziato, ma il monopolio istituzionale sulla verità cosmologica e religiosa. Fauci, invece, è stato interrogato in un sistema costituzionale nel quale il conflitto pubblico, per quanto aspro, si svolge all’interno di procedure parlamentari, giudiziarie e mediatiche pluralistiche. Gli accusatori possono essere aggressivi, strumentali o ideologici, ma non coincidono con un tribunale teologico. Non vi è alcuna ragione storica per trattare la loro azione come equivalente a quella dell’Inquisizione. Questa distinzione non indebolisce necessariamente l’analogia; la rende più precisa. Il paragone non deve servire a dichiarare che gli Stati Uniti contemporanei siano una teocrazia, ma a interrogare il rapporto tra autorità e sapere. La scena galileiana rappresenta un potere che pretende di stabilire ciò che può essere detto e ciò che deve essere ritrattato. In forma attenuata e secolarizzata, il problema può riapparire quando un’indagine politica non mira a verificare una tesi, ma a ottenere una confessione pubblica.
L’abiura e il contraccolpo
In Brecht, Galileo comprende che la propria abiura ha conseguenze collettive. Il problema non è soltanto aver rinunciato alla verità per salvarsi; è aver insegnato agli altri che la verità può essere abbandonata quando il potere minaccia. La metafora del contraccolpo indica il modo in cui la resa di un individuo può produrre una lunga serie di rinunce. Nel caso Fauci, la questione è rovesciata. Egli non ha abiurato una teoria scientifica. Il suo eventuale ricorso al silenzio non equivale a una ritrattazione. E tuttavia, nella percezione pubblica, il silenzio può produrre l’impressione che la scienza non sia più disposta a difendersi. L’assenza di una risposta non confuta i detrattori, ma li lascia occupare la scena. Il contraccolpo di cui parla Giordano è dunque comunicativo e istituzionale. Se la comunità scientifica non offre una ricostruzione accessibile e credibile degli eventi, le generazioni future possono apprendere che la scienza è stata una forma di potere opaco e che ogni esperto, quando viene interrogato, si nasconde dietro procedure e garanzie. Questo sarebbe un danno non perché ogni accusa contro Fauci debba essere respinta, ma perché il caso individuale diventerebbe il paradigma con cui giudicare l’intera pratica scientifica. Il paragone con Galileo serve quindi a mettere in guardia contro un processo di intimidazione simbolica. Non basta evitare la prigione o la censura formale. Anche la minaccia costante di delegittimazione, l’esposizione alla gogna e la trasformazione dell’errore in tradimento possono produrre effetti dissuasivi. Gli scienziati possono evitare di parlare, di consigliare governi, di esporsi su temi controversi. La scienza pubblica perde così una parte della propria capacità di intervento.
Il rischio della retorica vittimaria
Esiste però un rischio opposto. Se ogni critica a uno scienziato viene descritta come inquisizione, la scienza può costruire una retorica vittimaria che rifiuta ogni responsabilità. La differenza tra critica legittima e persecuzione non può essere stabilita semplicemente in base alla simpatia per l’interrogato. Una commissione parlamentare può essere politicamente motivata e, nello stesso tempo, portare alla luce problemi reali. Un esperto può essere ingiustamente aggredito e, nello stesso tempo, avere commesso errori che meritano chiarimento. La lezione di Galileo non è soltanto che il potere perseguita la verità. È anche che la verità deve possedere istituzioni capaci di proteggerla e di correggersi. Se la scienza si presenta come infallibile, alimenta la reazione contro di essa. Se riconosce la propria fallibilità senza abdicare al rigore, può conservare credibilità.
L’anti-intellettualismo come grammatica populistica
Hofstadter mostra come l’anti-intellettualismo possa diventare una grammatica democratica. La democrazia proclama l’uguaglianza politica dei cittadini, ma questa uguaglianza può essere interpretata come diffidenza verso ogni superiorità. Se tutti sono uguali nel diritto di voto, si conclude erroneamente che tutti possiedano la stessa competenza su ogni questione. La pandemia ha reso evidente questa confusione. L’uguaglianza politica non significa che un virologo e una persona senza formazione medica dispongano dello stesso sapere sui virus. Significa che entrambi sono cittadini e che le decisioni che li riguardano devono essere sottoposte a istituzioni democratiche. La competenza non annulla la cittadinanza; la cittadinanza non annulla la competenza. Il populismo anti-intellettuale trasforma però questa distinzione in un conflitto morale. L’esperto viene identificato con l’élite; il cittadino comune viene identificato con la virtù. La verità scientifica diventa sospetta perché non è prodotta dal consenso immediato. Il fatto che la maggioranza non possa verificare personalmente un risultato di laboratorio viene usato non per chiedere fiducia ragionata, ma per negare la possibilità stessa di una conoscenza specialistica. Fauci è stato così collocato nel ruolo del “nemico del popolo”. La sua competenza è divenuta una prova contro di lui. Più a lungo ha lavorato nel settore, più è stato presentato come parte di un sistema impermeabile al controllo. La continuità professionale, normalmente indice di esperienza, è stata reinterpretata come permanenza di una casta.
L’autenticità come criterio di verità
Nel populismo anti-intellettuale la verità viene spesso sostituita dall’autenticità. Non è decisivo che un’affermazione sia sostenuta da prove; conta che chi la pronuncia sembri sincero, diretto e non addomesticato. L’aggressività può essere scambiata per coraggio, la semplificazione per chiarezza, l’insulto per franchezza. Questa logica rende difficile la comunicazione scientifica. L’esperto prudente, che usa formule condizionali e segnala i limiti dei dati, appare meno autentico del polemista che proclama di avere capito tutto. La cautela viene interpretata come esitazione; l’esitazione come paura; la paura come complicità. Fauci, con il suo stile relativamente misurato, il tono bonario e l’immagine del medico anziano, poteva inizialmente rappresentare una forma di autorevolezza rassicurante. Ma la sua stessa moderazione è stata reinterpretata in senso opposto: paternalismo, superiorità, recitazione. Il sorriso, che Ferrara celebra come tratto umano e simpatico, diventa per i detrattori una maschera. La familiarità può generare fiducia, ma anche sospetto: chi appare troppo sereno durante una crisi viene accusato di sapere qualcosa che gli altri ignorano.
La comunità immaginata dei “risvegliati”
L’anti-intellettualismo contemporaneo possiede spesso una struttura iniziatica. I cittadini si dividono tra coloro che credono alla narrazione ufficiale e coloro che hanno “aperto gli occhi”. Il secondo gruppo non è definito soltanto dalle proprie opinioni, ma dalla convinzione di possedere un accesso speciale alla realtà. La rivelazione può essere un documento, un’intervista, un protocollo, un’immagine, una frase estratta da un contesto. L’elemento decisivo è il suo potere identitario. Chi accetta la rivelazione entra nella comunità dei consapevoli; chi la rifiuta viene classificato tra gli ingenui, i complici o i complici inconsapevoli. In tale prospettiva, Fauci non può essere semplicemente un funzionario che ha adottato decisioni discutibili. Deve essere il centro di una trama. L’origine del virus, le mascherine, i vaccini, i finanziamenti e la comunicazione pubblica vengono collegati in una catena unica. Questa totalizzazione è tipica dei complottismi: non esistono più errori indipendenti, ma un’intenzione generale. Il modello hofstadteriano aiuta a capire perché queste narrazioni siano persuasive. Esse soddisfano il bisogno di rendere il mondo intelligibile e restituiscono dignità a chi si sente escluso dal sapere ufficiale. L’anti-intellettualismo non dice soltanto “gli esperti sbagliano”; dice “noi vediamo ciò che loro non vogliono farvi vedere”. La contestazione diventa una forma di appartenenza.
Ferrara: la difesa dell’imperfezione contro il tribunale morale
Ferrara propone una difesa di Fauci non soltanto come scienziato, ma come persona imperfetta. Ne celebra il sorriso, la bonomia, la faccia italiana, la capacità di affrontare il potere senza arroganza. L’insistenza sui “difetti” è significativa. Essa sottrae Fauci alla figura astratta dell’esperto e lo restituisce a una dimensione umana. La retorica anti-intellettuale tende a chiedere all’esperto una purezza assoluta. Se egli è vanitoso, viene accusato di essere corrotto; se appare in televisione, di cercare fama; se riceve attenzione da personaggi famosi, di essere sedotto dal potere; se cambia idea, di essere inaffidabile. L’esperto deve essere impeccabile per poter essere creduto. Ma nessuna persona reale soddisfa questo criterio. Ferrara rovescia l’accusa: gli scienziati non sono onnipotenti, ma proprio per questo meritano di essere giudicati con una misura umana. L’errore non cancella l’intenzione di aiutare; la vanità non dimostra la falsità; la prossimità alle istituzioni non implica automaticamente una cospirazione. Un individuo può avere difetti e svolgere comunque un’azione benefica. Questa difesa è importante perché si oppone alla moralizzazione della competenza. La qualità di una teoria non dipende dalla santità dell’autore. Uno scienziato può essere ambizioso, insicuro, vanitoso o incline all’autopromozione e, tuttavia, produrre conoscenza valida. Il metodo scientifico serve anche a non dipendere interamente dalle virtù personali del singolo. Tuttavia la posizione di Ferrara contiene un possibile eccesso agiografico. Presentare Fauci come “benefattore dell’umanità” rischia di riprodurre la stessa personalizzazione che alimenta i suoi nemici. Se egli è il benefattore, allora i suoi accusatori diventano necessariamente i nemici dell’umanità. Una lettura istituzionale sarebbe più solida: Fauci ha rappresentato una parte della risposta scientifica e amministrativa alla pandemia, dentro un sistema che ha prodotto decisioni giuste, errori, successi, conflitti e limiti. La difesa della scienza non ha bisogno di trasformare i suoi rappresentanti in eroi infallibili. Anzi, l’eroizzazione può renderli più vulnerabili. Quando il pubblico scopre che l’eroe ha difetti, interpreta la scoperta come una rivelazione fraudolenta. La scienza dovrebbe quindi essere difesa nella sua natura procedurale e collettiva, non affidata al carisma di un singolo.
Il paradosso dell’esperto: necessario e sospetto
La pandemia ha reso evidente un fatto che la retorica populista tende a negare: le società complesse non possono governarsi senza competenze specialistiche. Non si può organizzare una campagna vaccinale, valutare la sicurezza di un farmaco, prevedere l’occupazione ospedaliera o interpretare l’evoluzione di un patogeno affidandosi soltanto al buon senso individuale. Ma avere bisogno di esperti non significa consegnare loro un potere illimitato. La democrazia deve costruire istituzioni capaci di integrare competenza e controllo. Gli esperti devono produrre pareri motivati, rendere disponibili i dati, dichiarare i conflitti di interesse, esplicitare l’incertezza e distinguere ciò che sanno da ciò che raccomandano. I politici devono assumersi la responsabilità delle decisioni e non nascondersi dietro la formula “lo dice la scienza”. Uno dei problemi della pandemia è stato proprio il trasferimento improprio della responsabilità. In alcuni casi la politica ha usato gli esperti come scudo: una decisione contestabile veniva presentata come necessaria perché prescritta dalla scienza. In altri casi, gli esperti sono stati accusati di aver preso decisioni che spettavano ai politici. La confusione dei ruoli ha alimentato il risentimento. Fauci ha pagato anche questa ambiguità. In quanto consulente, poteva offrire indicazioni; in quanto volto pubblico, sembrava pronunciare ordini. L’opinione pubblica non sempre percepiva la distinzione tra il dato scientifico, la raccomandazione tecnica e la misura giuridica. Una democrazia sana deve rendere tale distinzione visibile.
La scienza non è un’autorità sovrana
La difesa dell’expertise non può diventare scientismo. La scienza può stimare rischi, ricostruire cause, confrontare scenari e valutare efficacia e sicurezza. Non può decidere da sola quanto una società debba sacrificare di libertà, istruzione, lavoro o socialità per ridurre un rischio sanitario. Queste sono decisioni politiche e morali. La pandemia ha mostrato quanto sia difficile separare i piani. La salute pubblica è un bene essenziale, ma non è l’unico bene. Le chiusure possono ridurre i contagi e produrre costi educativi, economici e psicologici. La protezione dei soggetti fragili può entrare in tensione con altre esigenze. La politica deve pesare questi effetti, mentre la scienza deve descriverli nel modo più accurato possibile. Se Fauci è stato presentato come “la scienza”, si è prodotta una sovrapposizione pericolosa tra sapere e comando. I suoi accusatori hanno sfruttato tale sovrapposizione per concludere che, screditando lui, si potesse screditare ogni misura sanitaria. La risposta non consiste nel negare la sua influenza, ma nel chiarire che nessun singolo esperto è la scienza e che ogni raccomandazione deve essere inserita in un processo plurale.
La responsabilità delle istituzioni
Il caso Fauci dimostra infine che la fiducia non può dipendere da una sola persona. Se un sistema concentra la comunicazione in un volto, crea una forma di personalismo istituzionale. Quando il volto viene colpito, l’intero sistema vacilla. Sarebbe stato preferibile un modello nel quale più istituzioni, gruppi di ricerca e figure professionali spiegassero pubblicamente i dati, le divergenze e i cambiamenti. La pluralità può produrre confusione nel breve periodo, ma aumenta la robustezza nel lungo. Una comunità scientifica capace di mostrare discussioni interne è più credibile di un’autorità monolitica che pretende di non avere dubbi. La trasparenza non deve essere intesa soltanto come pubblicazione di documenti. È anche trasparenza sulle procedure: chi decide? Su quali dati? Con quali margini di errore? Quali interessi sono coinvolti? Quali alternative sono state considerate? Qual è il criterio per modificare una raccomandazione? Senza queste informazioni, la richiesta di fiducia appare come richiesta di obbedienza.
Dal discredito dell’intellettuale alla persecuzione del capro espiatorio
Una caratteristica della società post-pandemica è il desiderio di una conclusione netta. Gli individui vogliono sapere chi aveva ragione, chi aveva torto, chi ha causato la crisi, chi deve essere punito. Ma la ricerca storica e scientifica raramente offre un finale così ordinato. Le crisi sono il prodotto di decisioni multiple, ritardi, informazioni incomplete, strutture preesistenti e contingenze. L’anti-intellettualismo interpreta questa complessità come un tentativo di evitare la responsabilità. Se non c’è un colpevole unico, si pensa, allora nessuno vuole rispondere. Da qui la pressione per individuare una figura centrale. Fauci è stato scelto perché possiede tutti gli elementi necessari al ruolo: è competente, istituzionale, riconoscibile, anziano, vicino ai governi e associato alle politiche sanitarie. Il capro espiatorio svolge una funzione di purificazione. Punirlo dovrebbe consentire alla società di sentirsi liberata dal passato. Ma la punizione individuale non produce automaticamente comprensione. Può persino impedire l’analisi, perché concentra l’attenzione sulla colpa morale e lascia intatte le strutture che hanno prodotto gli errori.
Il tribunale mediatico
La persecuzione contemporanea non ha bisogno di una sentenza. La reputazione può essere distrutta attraverso audizioni, clip video, titoli, post e campagne coordinate. La logica del tribunale mediatico è diversa da quella giudiziaria: non richiede un quadro completo delle prove e non deve rispettare la proporzione tra accusa e risultato. Il suo scopo è produrre un’impressione condivisa. Il frammento più efficace è spesso quello meno rappresentativo: una smorfia, una pausa, una contraddizione, una frase isolata. L’audizione parlamentare, già di per sé spettacolare, viene trasformata in una serie di immagini consumabili sui social media. Il pubblico non segue l’intero ragionamento, ma riconosce il vincitore in base al tono, alla sicurezza e all’applauso della propria parte. Questa dinamica è esattamente l’opposto della pratica scientifica. La scienza richiede tempo, documentazione, confronto e possibilità di revisione. Il tribunale mediatico richiede velocità, semplificazione e polarizzazione. L’esperto è svantaggiato perché la sua risposta più corretta può essere lunga, condizionata e poco memorabile, mentre l’accusa può essere breve e assoluta.
La polarizzazione come sostituto della verifica
Quando il dibattito è polarizzato, ogni evidenza viene valutata in base alla sua provenienza. Non si chiede più se un dato sia valido, ma chi lo presenta. Se proviene da un’istituzione associata a Fauci, viene rifiutato; se proviene da un avversario politico, viene accettato. Il criterio non è più epistemico ma tribale. Hofstadter consente di comprendere che questa dinamica non è un incidente della comunicazione digitale. È una forma aggiornata di anti-intellettualismo: il sapere specialistico viene subordinato all’identità politica. L’individuo non si domanda quale sia la tesi più probabile, ma quale tesi confermi la lealtà al proprio gruppo. In questo quadro, anche la difesa di Fauci può assumere una forma tribale. Se ogni critica viene liquidata come complottismo, si perde la capacità di distinguere tra accuse infondate e domande serie. La polarizzazione produce due dogmatismi contrapposti: uno che considera Fauci responsabile di tutto e uno che considera ogni contestazione un attacco alla ragione. Entrambi semplificano.
Anti-intellettualismo e nuove tecnologie
Hofstadter scriveva in un contesto diverso, ma la sua analisi è sorprendentemente adatta all’epoca delle piattaforme digitali. La cultura pratica e la ricerca di immediatezza sono state amplificate dagli algoritmi. Le informazioni più complesse hanno meno possibilità di circolare rispetto alle affermazioni brevi, emotive e conflittuali. La competenza richiede gerarchie di fonti, mentre le piattaforme tendono a presentare contenuti eterogenei come elementi equivalenti. La rete ha democratizzato l’accesso alla parola, ma non ha democratizzato automaticamente l’accesso alla competenza. Ha consentito a più persone di partecipare al dibattito
La nuova religione del cuore
La “religione del cuore” di Hofstadter può essere aggiornata come una politica dell’esperienza personale e dell’autenticità. Il soggetto crede di poter riconoscere la verità attraverso la propria impressione. Un video “sembra sincero”; un medico alternativo “parla senza filtri”; un documento “suona vero”; un esperto istituzionale “sembra recitare”. La razionalità scientifica appare fredda, impersonale e mediata. La testimonianza individuale appare calda e concreta. Ne deriva un rovesciamento della gerarchia epistemica: il caso singolo viene privilegiato rispetto al campione; l’aneddoto rispetto alla statistica; l’intenzione percepita rispetto alla procedura verificabile. Questo non significa che i sentimenti siano irrilevanti. La comunicazione sanitaria deve riconoscere paura, dolore e disorientamento. Ma il riconoscimento emotivo non può sostituire la verifica. Una scienza incapace di parlare al cuore perde consenso; una politica che parla soltanto al cuore può manipolare il consenso.
L’istruzione e il futuro della fiducia
La parte di Hofstadter dedicata all’istruzione è particolarmente importante. Se la scuola insegna soltanto ad adattarsi, risolvere problemi immediati e acquisire competenze funzionali, senza educare alla valutazione delle fonti e alla tolleranza dell’incertezza, prepara cittadini vulnerabili alla propaganda anti-intellettuale. La questione non è trasformare tutti in specialisti, ma insegnare come funziona il sapere. Un cittadino non deve conoscere la virologia per comprendere la differenza tra uno studio preliminare e una metanalisi, tra correlazione e causalità, tra ipotesi e prova, tra conflitto di interesse e prova di frode. Deve però possedere gli strumenti minimi per riconoscere tali differenze. L’educazione scientifica dovrebbe quindi includere la storia degli errori, dei cambiamenti di paradigma e delle controversie. La scienza non deve essere presentata come un’autorità immacolata, perché questa rappresentazione crolla alla prima contraddizione. Deve essere presentata come una pratica collettiva, fallibile e autocorrettiva. Solo così la revisione di una posizione potrà essere percepita come segno di forza metodologica, non come confessione di malafede.
Oltre l’agiografia: una valutazione critica di Fauci
Difendere Fauci dall’odio anti-intellettuale non implica sostenere che ogni sua decisione sia stata corretta. Un saggio accademico deve distinguere tra il valore generale del lavoro scientifico e le singole scelte compiute in una situazione eccezionale. Fauci, come ogni consulente pubblico, può essere criticato per il modo in cui ha comunicato, per la chiarezza delle sue dichiarazioni, per la gestione dei rapporti istituzionali e per le eventuali omissioni o ambiguità documentarie. Anche la sua esposizione mediatica merita una valutazione. La personalizzazione della comunicazione scientifica può facilitare la comprensione, ma può anche alimentare il culto dell’esperto. Quando una figura appare troppo spesso, il pubblico può attribuirle un potere maggiore di quello che realmente possiede. Lo stesso scienziato può essere indotto a identificarsi con il proprio ruolo pubblico, a proteggere la propria reputazione e a rispondere alle accuse in modo difensivo. La vanità personale, evocata da Giordano, non deve diventare una prova di corruzione. Ma non è neppure un elemento irrilevante. Le istituzioni dovrebbero essere progettate in modo da limitare il peso delle personalità individuali. Se un sistema dipende dal carisma di un esperto, è già istituzionalmente fragile.
L’errore e la trasparenza
La trasparenza richiesta a Fauci e alle agenzie non deve essere una trasparenza punitiva, destinata a trovare conferme di una colpa già stabilita. Deve essere una trasparenza ricostruttiva. Ciò significa rendere comprensibili i percorsi decisionali, le fonti dei finanziamenti, i protocolli di ricerca, le discussioni interne e i criteri usati per modificare le raccomandazioni. La scienza pubblica deve imparare a dire: “questo lo sappiamo”, “questo lo riteniamo probabile”, “questo non lo sappiamo ancora”, “questa decisione non deriva soltanto dalla scienza ma da una valutazione politica del rischio”. Tali formule possono sembrare deboli, ma costituiscono la base della fiducia adulta. Una fiducia adulta non consiste nel credere sempre all’autorità. Consiste nel sapere che l’autorità possiede procedure di correzione e che i suoi errori possono essere esaminati senza demolire l’intero sistema. L’anti-intellettualismo prospera invece quando l’autorità promette infallibilità e poi viene sorpresa nella sua fallibilità.
La questione delle responsabilità diffuse
Un’analisi seria deve inoltre evitare la riduzione della pandemia a una contrapposizione Fauci-versus-oppositori. La risposta ha coinvolto una molteplicità di attori. I governi hanno fissato norme; gli ospedali hanno applicato protocolli; le imprese hanno prodotto vaccini e terapie; le agenzie hanno valutato rischi; i media hanno selezionato informazioni; i cittadini hanno cooperato o resistito. L’indagine dovrebbe quindi esaminare strutture e processi, non soltanto persone. Quali erano i sistemi di sorveglianza? Quali incentivi influenzavano la comunicazione? Come venivano gestiti i conflitti di interesse? Quali dati mancavano? Quali gruppi sociali furono maggiormente danneggiati? Quali misure produssero benefici e quali costi sproporzionati? Quali riforme possono ridurre la probabilità di futuri errori? La ricerca del colpevole unico è più semplice, ma meno utile. Una democrazia che vuole imparare deve preferire una spiegazione complessa a una vendetta rassicurante.
Scienza, libertà e coercizione
Ferrara ha ragione a diffidare di coloro che usano la libertà come parola d’ordine per intimidire il dissenso. Ma anche gli oppositori di Fauci sollevano una questione reale: le emergenze sanitarie possono ampliare il potere esecutivo e limitare diritti fondamentali. Le misure di contenimento devono dunque essere sottoposte a criteri di necessità, proporzionalità, durata e revisione. La critica alle politiche pandemiche non è anti-scientifica in quanto tale. Si può riconoscere l’efficacia di un vaccino e contestare un obbligo specifico; si può accettare la necessità di proteggere gli ospedali e criticare la durata di una restrizione; si può riconoscere il rischio del virus e discutere il rapporto tra salute pubblica e istruzione. Il pluralismo democratico nasce proprio dalla possibilità di combinare conoscenze condivise e valutazioni politiche differenti. Il problema dei “poliziotti del libero pensiero” è che tendono a negare questa distinzione. Se una persona dissente da una misura, viene accusata di negare la scienza. Ma la scienza non stabilisce da sola ogni conseguenza normativa. D’altra parte, il fronte anti-Fauci spesso compie l’errore opposto: se una misura è discutibile, conclude che il dato scientifico di partenza sia falso.
L’obbligo di rendere conto
L’autorità scientifica può essere compatibile con la libertà soltanto se accetta di rendere conto. La richiesta di accountability non è un attacco alla scienza; è una condizione della sua legittimità pubblica. Gli esperti devono rispondere alle domande, accettare il confronto e riconoscere i limiti delle proprie competenze. Il diritto al silenzio in un contesto potenzialmente incriminante protegge l’individuo. Ma le istituzioni devono distinguere tra protezione giuridica e responsabilità storica. Fauci può avere il diritto di non fornire una determinata risposta in una sede parlamentare; la società conserva comunque il diritto di studiare i documenti, ricostruire gli eventi e valutare le conseguenze. Questa distinzione evita due errori speculari. Il primo è sostenere che il silenzio dimostri la colpevolezza. Il secondo è sostenere che il silenzio chiuda ogni discussione. Né il diritto né la scienza funzionano così. Il diritto stabilisce i limiti della coercizione; la ricerca pubblica continua nel tempo.
La comunità scientifica dopo Fauci: una sconfitta per abbandono?
Giordano parla di una possibile vittoria dell’antiscienza sulla scienza “per abbandono del campo di gioco”. L’espressione descrive una dinamica nella quale i detrattori continuano a parlare mentre gli esperti, stanchi degli attacchi, si ritirano. Se la comunità scientifica rinuncia alla comunicazione pubblica, il vuoto viene occupato da narrazioni più semplici. La scienza non perde soltanto quando una teoria falsa prevale. Perde anche quando non riesce a essere presente nel dibattito. Il silenzio degli esperti può avere molte cause: paura di minacce, stanchezza, mancanza di incentivi accademici, difficoltà comunicative, timore di essere strumentalizzati. Ma il risultato è simile: il pubblico ascolta soprattutto chi parla con maggiore sicurezza, non chi possiede migliori prove. Il caso Fauci può quindi produrre un effetto dissuasivo. Giovani ricercatori e funzionari possono evitare ruoli pubblici, temendo che ogni parola venga utilizzata contro di loro anni dopo. L’amministrazione può diventare più prudente nel chiedere consulenze. Le istituzioni possono preferire comunicazioni impersonali e legalistiche. Tutto ciò riduce la qualità del rapporto tra scienza e cittadinanza.
La necessità di una nuova cultura della comunicazione
La risposta non può consistere nel ripristinare il modello dell’esperto unico che parla dall’alto. Occorre una nuova cultura della comunicazione scientifica, basata su quattro principi. Primo, la distinzione tra evidenza e decisione. Il pubblico deve sapere quali affermazioni sono scientifiche e quali sono scelte normative. Secondo, la comunicazione dell’incertezza. Dire “non sappiamo ancora” non deve essere percepito come fallimento, ma come informazione corretta sullo stato della conoscenza. Terzo, la pluralità. Le istituzioni devono rendere visibile il confronto tra gruppi di esperti, evitando sia la falsa unanimità sia la teatralizzazione delle divergenze. Quarto, la responsabilità retrospettiva. Terminata l’emergenza, deve esistere un processo indipendente di valutazione, capace di riconoscere errori senza trasformarsi in una caccia alle streghe. Questi principi sono l’antidoto sia all’anti-intellettualismo sia allo scientismo. Difendono il sapere senza sottrarlo al controllo.
Difendere la scienza senza idolatrare lo scienziato
La vicenda Fauci rappresenta un episodio paradigmatico della crisi contemporanea dell’autorità scientifica. Attraverso lo schema di Hofstadter, essa appare come il punto d’incontro di varie correnti: la diffidenza democratica verso le élite colte, la sovranità dell’esperienza personale, la cultura pratica che pretende risultati immediati, la ricerca di autenticità, il sospetto verso le istituzioni e il trasferimento dell’autorità dall’intellettuale all’esperto mediatico. Fauci è stato colpito non solo per ciò che ha detto o fatto, ma perché è diventato il simbolo di una forma di sapere percepita come distante e potente. La sua figura ha raccolto le paure prodotte dalla pandemia e le ha rese politicamente disponibili. In lui alcuni hanno visto l’argine ragionevole contro il caos; altri hanno visto il volto del controllo sociale. Entrambe le immagini sono riduttive, perché trasformano una persona e un sistema complesso in un emblema assoluto. La suggestione di Paolo Giordano sul rapporto tra il procedimento contro Fauci e l’abiura di Galileo è efficace se intesa come metafora del contraccolpo. Un’autorità scientifica che tace in una scena pubblica rischia di lasciare la comunità esposta alla delegittimazione. Ma il paragone non deve cancellare la differenza storica tra un’audizione parlamentare e l’Inquisizione. La democrazia contemporanea dispone, almeno in linea di principio, di strumenti di controllo e di garanzie che non esistevano nel caso Galileo. Il pericolo non è la ripetizione letterale del passato, ma la trasformazione del controllo in intimidazione spettacolare. La formula di Ferrara sui “poliziotti del libero pensiero” coglie invece l’ambiguità di una libertà usata come arma contro la libertà altrui. Chi denuncia l’ortodossia ufficiale può costruire una nuova ortodossia, fondata sul sospetto e sulla punizione. Il dissenso è indispensabile; il dogmatismo del dissenso è distruttivo. Criticare Fauci è legittimo; trasformarlo nel responsabile unico della pandemia è una semplificazione politica. Indagare sulle istituzioni è necessario; condannare preventivamente l’esperto è una forma di propaganda. Il punto decisivo è che la scienza non può essere difesa mediante la santificazione dei suoi rappresentanti. Fauci può avere avuto difetti, ambizioni, esitazioni e responsabilità specifiche. Può aver comunicato male alcuni passaggi, può aver sottovalutato il bisogno di spiegare le revisioni e può aver contribuito, come molti altri, alla personalizzazione dell’autorità scientifica. Nulla di ciò autorizza però a trattarlo come un nemico assoluto o come la chiave segreta di ogni tragedia.
La lezione di Hofstadter è che l’anti-intellettualismo non è un semplice errore di opinione. È una struttura sociale capace di riprodursi dentro la democrazia. Nasce dalla giusta richiesta di uguaglianza, ma può degenerare nella negazione delle differenze di competenza. Nasce dal desiderio di libertà, ma può trasformarsi in persecuzione. Nasce dalla sfiducia verso le élite, ma può generare nuove élite dell’indignazione. Nasce dalla critica alla cultura astratta, ma finisce per sostituire l’argomentazione con l’aneddoto. Il compito di una società libera è più difficile della scelta tra fede cieca e sospetto totale. Essa deve permettere alle istituzioni scientifiche di essere criticate, ma non umiliate; deve esigere trasparenza, ma non confessioni costruite; deve controllare il potere tecnico, ma non negare la competenza; deve riconoscere gli errori, ma non trasformarli in prova di una cospirazione universale. La crisi della pandemia avrebbe dovuto insegnare che la scienza è una pratica collettiva, non una religione dell’infallibilità. Avrebbe dovuto insegnare anche che la politica non può nascondersi dietro gli esperti e che gli esperti non possono governare senza rendere conto delle proprie scelte. Il futuro della fiducia dipende dalla capacità di tenere insieme questi due principi. Fauci, in definitiva, non deve essere né Galileo né un criminale da palcoscenico, né un santo immunizzato dalla critica. È una figura storica dentro una crisi storica, un uomo diventato simbolo di una comunità scientifica e di un rapporto istituzionale che deve essere ripensato. Il vero oggetto dell’indagine non è soltanto il suo comportamento, ma il modo in cui l’America — e, più in generale, le democrazie contemporanee — decidono chi può parlare in nome della conoscenza. Se le milizie del libero pensiero riusciranno a imporre l’idea che ogni esperto sia colpevole finché non dimostra la propria innocenza, la scienza uscirà indebolita. Se, al contrario, gli esperti pretenderanno di essere sottratti a ogni verifica, la democrazia perderà fiducia. La soluzione non sta nel silenzio né nella persecuzione, ma in una cultura pubblica capace di distinguere l’errore dalla menzogna, l’incertezza all’occultamento, la critica dalla vendetta e l’autorità dalla dominazione. La posta in gioco è, dunque, più grande di Anthony Fauci. Riguarda la possibilità stessa di una conoscenza comune in una società pluralista. Senza scienza, la democrazia è esposta alla superstizione, al complotto e alla pura forza del consenso emotivo. Senza democrazia, la scienza rischia di diventare amministrazione senza controllo. La libertà politica e la competenza scientifica non sono nemiche necessarie: devono imparare a limitarsi e sostenersi reciprocamente. In questo senso, la difesa di Fauci non è la difesa di ogni sua parola. È la difesa del principio secondo cui un uomo di scienza può essere interrogato senza essere trasformato in un capro espiatorio; può essere criticato senza che la critica diventi una guerra contro il sapere; può avere difetti senza che i suoi difetti cancellino il valore del lavoro svolto. E la critica a Fauci, per essere davvero libera, deve rinunciare alla tentazione di diventare essa stessa un tribunale assoluto. La democrazia ha bisogno di scienziati che sappiano parlare e di cittadini capaci di ascoltare senza obbedire ciecamente. Ha bisogno di istituzioni che controllino senza perseguitare e di esperti che spieghino senza comandare. Ha bisogno, infine, di una memoria della pandemia non dominata né dall’agiografia né dal complotto, ma dalla responsabilità. Solo così il silenzio non diventerà una nuova abiura e il libero pensiero non finirà nelle mani dei suoi stessi poliziotti.
