La politica di potenza nella Russia del risentimento. 

La proposta di Melnichenko letta con la lente di Girard

Abstract

Il 16 luglio Andrey Melnichenko1 ha pubblicato il documento “Why a broken Russia is bad for the world”, in cui spiega dal suo punto di vista  come si è arrivati alla guerra e come si potrebbe arrivare alla pace solo se si riconosce alla Russia il suo diritto imperiale e il suo “Lebensraum”. Per tentare di scandagliare come soggetti importanti della nomenclatura russa leggono la realtà, in cui sono immersi, e ne motivano l’azione si propone qui una  lettura  del documento attraverso le categorie di René Girard: desiderio mimetico, rivalità, crisi della reciprocità e capro espiatorio. L’obiettivo non è ridurre la guerra russo-ucraina a un fenomeno psicologico né descrivere la Russia come soggetto monolitico o clinicamente “delirante”. Intendo piuttosto mostrare come un’azione propria istituzionale e strategica possa essere narrata come offesa, trasformata in memoria collettiva e convertita in programma di potenza. Nel testo di Melnichenko, la perdita di fiducia, il collasso del linguaggio comune della sicurezza e la sostituzione della strategia con la punizione spiegano il carattere sistemico del conflitto. Inoltre, la lente girardiana consente di aggiungere un livello antropologico: l’Occidente appare simultaneamente come modello desiderato e rivale persecutorio; la frustrazione viene attribuita a un agente intenzionale; il nemico diventa assoluto e la violenza viene presentata come giustizia. Infine, i quattro scenari postbellici descritti da Melnichenko — Russia umiliata, orbita cinese, frammentazione e fortezza assediata — possono così essere interpretati come diversi regimi di gestione del risentimento. In conclusione  uscire dall’abisso, della guerra provocata da Putin, richiede non soltanto un accordo militare, ma la capacità della Russia di avviare una trasformazione simbolica e istituzionale, riconoscendosi responsabile, e capace di convertire il risentimento in dissenso negoziabile.

Perché parlare di risentimento, e non solo di potenza

Andrey Melnichenko nel suo documento “Why a broken Russia is bad for the world” pubblicato su The Economist, avanza un’argomentazione articolata su più piani interconnessi. Da un lato sostiene la necessità di evitare l’umiliazione della sconfitta militare russa; dall’altra, insiste sull’esigenza di reintegrare Mosca in una futura architettura della sicurezza postbellica. Secondo questa prospettiva una pace duratura potrebbe fondarsi solo sul accettazione del suo status di potenza imperiale e il riconoscimento del suo dominio sul “cortile di casa”, il cui perimetro spazia dal Caucaso e Mar Nero, dall’Asia centrale alla pianura europea, fino all’Artico e all’Atlantico settentrionale, con il ristabilimento del controllo della dorsale dal Mar del Nord al Mar Nero. La tesi di Melnichenko è sistemica. La guerra sarebbe il prodotto della rottura di legami fondamentali: fiducia, prevedibilità, legittimità condivisa e linguaggio comune della sicurezza. Quando tali connessioni si spezzano, la politica non riesce più a dirigere gli eventi, ma viene trascinata dalla loro dinamica. La morale prende il posto della strategia e la punizione viene scambiata per soluzione. Il punto interessante, tuttavia, non è soltanto ciò che Melnichenko sostiene, ma il mondo che il suo testo descrive. La guerra appare come un effetto emergente delle fratture istituzionali, quasi non fosse anche il risultato di decisioni politiche concrete.

Però, il sottotesto del documento offre un’altra chiave, dal timbro girardiano: il conflitto non nasce soltanto da interessi materiali o calcoli strategici, ma anche da dinamiche antropologiche profonde, in cui il desiderio mimetico, la frustrazione  che non si riconosce come propria insufficienza e si trasforma in offesa ricordata, e  questa offesa, ripetuta socialmente, produce un dispositivo politico: la costruzione dell’altro come capro espiatorio e l’organizzazione della violenza come “giustizia”. Analizzare il testo di Melnichenko con le categorie di Girard significa, quindi compiere, un’operazione doppia. Da un lato, ricostruire la diagnosi sistemica del saggio in cui  la guerra è il prodotto di rotture e sostituzione della  morale al posto della struttura delle relazioni, la punizione al posto della strategia.  Dall’altro, mostrarne un sottosuolo in cui la rottura dell’architettura non avviene “nel vuoto”, ma viene narrata, percepita, elaborata e poi trasformata in politica di potenza attraverso il linguaggio del torto, dell’umiliazione, dell’assedio, cioè attraverso il risentimento.  Il sottotesto ci permette di leggere le tappe di una mutazione antropologica in corso in Russia dall’ultimo decennio del novecento ad oggi. Lo sgretolamento dell’homo sovieticus e il sorgere di una nuova figura intrisa del messianesimo imperiale della Russkiy Mir. In questa prospettiva, il risentimento non è un sentimento privato “che spiega tutto” in modo psicologistico. È una categoria per leggere come una società, una élite o un blocco sociale possa interpretare la propria frustrazione come ingiustizia, identificare un modello mimetico del rivale; attribuire la colpa a un altro assoluto; mantenere la memoria dell’offesa come dispositivo stabile; convertire la rabbia morale in obiettivo politico che ne legittimare l’azione.

Il risentimento come politica dell’offesa ricordata

Quando tale passaggio avviene su scala collettiva e istituzionale, il risentimento diventa potenza, non semplicemente un ostacolo, ma una tecnologia sociale che produce coesione, disciplina, giustificazione e perseveranza. Per Girard mentre  la rabbia è una risposta immediata, il risentimento, invece, conserva l’offesa e la organizza nel tempo. Non coincide semplicemente con l’ira: è la stabilizzazione della frustrazione attraverso una narrazione che identifica un responsabile e rende la rivalsa una necessità. In questa prospettiva, il risentimento comprende almeno quattro elementi: la percezione dell’ingiustizia, il senso di inferiorità rispetto a un modello, l’attribuzione della colpa e il desiderio di riparazione. Il confronto con il modello non produce necessariamente emulazione pacifica; può trasformarsi in rivalità. Il soggetto desidera ciò che il modello possiede — riconoscimento, status, accesso, sicurezza — ma proprio per questo entra in conflitto con esso.

La caduta dell’Unione Sovietica costituisce, in questo quadro, una frattura decisiva. La promessa di rappresentare una frontiera alternativa dell’umanità si è dissolta; l’Occidente, prima avversario ideologico, è diventato oggetto di desiderio e modello di sviluppo. Ma il modello è anche un rivale. Quando l’accesso alle sue istituzioni, ai suoi mercati e ai suoi standard appare condizionato o revocabile, la frustrazione può essere reinterpretata come umiliazione intenzionale. Il desiderio mimetico rivela allora la dipendenza nascosta dietro l’illusione dell’autonomia. Un soggetto può definire se stesso contro l’Occidente, ma continua a costruire la propria identità in relazione a esso. Il rifiuto del modello ne conferma, paradossalmente, la centralità. Il passaggio dal dissenso al risentimento è fondamentale. Il dissenso può avere una funzione progettuale quando mira a modificare la realtà. Diventa risentimento quando si concentra sull’eliminazione dell’altro privilegiato e interpreta ogni sconfitta come prova di persecuzione. Da quel momento si forma un sistema autoreferenziale: il nemico è assoluto, la critica diventa conferma dell’ostilità, le informazioni vengono selezionate e la possibilità di smentita si riduce. Non si tratta di sostenere che la Russia, la sua leadership o la sua popolazione siano “deliranti” in senso clinico o uniforme. Si può però osservare che una parte rilevante della politica russa tende a organizzarsi secondo una sequenza precisa: l’offesa diventa narrazione, la narrazione diventa progetto e il progetto diventa potenza.

Melnichenko e Girard: due diagnosi, una stessa frattura di base

Nel testo di Melnichenko emergono parole chiave che, lette con Girard, assumono un valore ulteriore. Quello che Melnichenko indica come rottura dei legami, del linguaggio della sicurezza, della fiducia, della legittimità condivisa, in un a struttura girardiana può essere letta non solo come incidente istituzionale, ma come perdita del regime simbolico che rende possibile la “reciprocità” senza demonizzazione. La lettura morale dell’architettura delle relazioni sostituisce la punizione al posto della strategia nella quale la morale può trasformarsi in giustificazione della violenza. Quando la strategia diventa sospetta o impraticabile, la condotta viene rivestita di necessità morale (“punire”, “respingere”, “non concedere”). In questo quadro la violenza veste sempre il linguaggio della giustizia. Il realismo della prevedibilità ci dice che non si tratta di amare o odiare ma di poter prevedere la condotta reciproca, perché armato dal risentimento non ha più interesse nel prevedere, cerca un responsabile Quindi, la globalizzazione e le sanzioni non sarebbero architettura di un ordine generale ma politicamente condizionate che funzionano come innesco narrativo del risentimento: non solo “subisco conseguenze”, ma “una scelta intenzionale mi umilia e mi esclude”. Nel modello girardiano, il risentimento nasce dall’attribuzione di colpa a un agente esterno che interpreta la mia frustrazione come ingiustizia.

Rancore, desiderio mimetico e rivale: come si costruisce la “necessità” politica

Girard insiste che il risentimento non può essere compreso senza il modello rivale. Nel testo di Melnichenko, l’Occidente-rivale  emerge come un orizzonte simultaneamente desiderato – in cui nel passato si era integrati – e poi condannato come perseguitante. Questo doppio movimento è tipico del desiderio mimetico: si desidera l’accesso, le regole, gli standard “neutrali”; poi si scopre che gli standard sono dispositivi disciplinari dei comportamenti con approvazione e punizioni; la punizione genera delusione che non produce solo prudenza ed adeguamento alle regole, bensì rottura morale e attribuzione di colpa. Qui è utile una distinzione: il risentimento non nasce soltanto da “avere subito”, che può restare un problema amministrativo o economico, ma da un’esperienza che viene ricostruita come ingiustizia intenzionale. In tal caso, l’offesa non è “casuale” è attribuita. E quando l’offesa viene attribuita, il desiderio di riconoscimento, giustificazione, dignità, status può trasformarsi in rivalsa.

Melnichenko descrive la traiettoria dell’integrazione globale come sottrazione fraudolenta di sovranità e le sanzioni non come censura per il mancato rispetto delle regole ma come volontà  punitiva esclusione dalle reti finanziarie/tecnologiche/legali/educative. Da questa intenzionalità  dell’Occidente quindi  fa emergere la necessità di costruire un proprio mondo “interno”, secondo regole proprie. Girard permetterebbe di leggere questo come un passaggio da “esclusione” a “identità difensiva”: l’esclusione produce umiliazione o inferiorità percepita; l’umiliazione viene stabilizzata in memoria; la memoria dell’offesa richiede un rivale responsabile; il rivale responsabile diventa il quadro interpretativo di ogni evento successivo. In altre parole: l’offesa non viene “elaborata” soltanto economicamente; viene politicizzata e resa strutturale.

Il capro espiatorio: l’altro da vicino a nemico assoluto

Girard descrive un passaggio di fase in cui il gruppo, in crisi, individua un estraneo, gli attribuisce colpe, si ricompatta contro di lui, e la violenza viene giustificata come difesa. Applicando questa grammatica al contesto evocato da Melnichenko, senza ridurre tutto a psicologia collettiva, possiamo dire che la guerra produce una semplificazione: l’Occidente non è più solo un attore tra altri, ma un centro intenzionale; l’Ucraina non è più solo un soggetto politico, ma un tramite o un campo in cui si esercita pressione; la negoziazione diventa “tavolo di chi bluffa” o “incapace di mantenere promesse”. Melnichenko, infatti, sostiene che la Russia percepisce la guerra come “contro l’Occidente nel suo complesso”, combattuta con denaro, armi e tecnologia occidentali. In ottica girardiana, questa percezione ha un effetto: trasforma una guerra localizzata in guerra simbolica e morale; converte la frammentazione degli attori in unità persecutoria; rende più facile l’attribuzione di colpa.

Guerra di riparazione: Il risentimento come politica di potenza o architettura del dispositivo dell’offesa

Il testo di Melnichenko descrive fratture istituzionali che rendono la guerra un processo emergente. Girard permette di spiegare come tali fratture vengano narrate e stabilizzate: l’offesa diventa memoria, la memoria richiede un nemico responsabile, il nemico responsabile permette coesione e azione. Il risentimento, in questa forma, non è solo emozione: è politica di potenza perché trasforma lo scacco del desiderio in perseveranza, mobilitazione e legittimazione della violenza come “difesa” o “giustizia”. Dire “risentimento come politica di potenza” non significa ridurre la Russia a mera emozione o a psicologia collettiva. Significa invece sostenere che, in certe fasi storiche, il risentimento: organizza la percezione degli eventi -trasforma dati in torti, incidenti in offese intenzionali -; stabilizza l’identità -trasforma la frustrazione in missione -; lega il desiderio alla durata – mantiene la memoria del mancato riconoscimento e la converte in perseveranza -; fornisce legittimazione – rende la violenza moralmente comprensibile, quindi “necessaria”-.

In Melnichenko ciò appare come dinamica tra architettura e condotta: quando la lingua della sicurezza reciproca si spezza, la politica viene guidata da ciò che prima era “solo” un deficit istituzionale. In Girard, il passaggio equivalente è: quando il desiderio è in scacco, l’offesa diventa memoria, la memoria cerca colpevole, il colpevole ricompone il gruppo e autorizza l’azione. Il punto decisivo è: il risentimento non è un semplice contenuto – l’odio per l’Occidente -; è un meccanismo che  produce coerenza e continuità strategica, quindi, appunto, potenza.

Il desiderio in scacco: sovranità e auto-convinzione che “mondo che non è neutrale”

Melnichenko descrive un’idea centrale: per decenni la Russia avrebbe partecipato all’integrazione globale assumendo che gli standard come dispositivi on-off fossero “neutrali”, finché sanzioni e disconnessioni non sono state vissute come attuazione dei dispositivi ma, re-interpretate come  politicamente condizionate. In termini girardiani, questo è un momento di rottura del rapporto tra modello e garanzia. Prima, il modello e l’accesso sembrano offrire riconoscimento “oggettivo” (standard internazionali, tribunali occidentali, università, capitale investito dove protetto). Poi l’accesso viene revocato o condizionato come decisione politica. La conseguenza non è solo la perdita materiale, ma, soprattutto, l’umiliazione implicita nel meccanismo di riconoscimento. Girard parlerebbe di un desiderio che si è appoggiato a un modello capace di conferire status, e che ora, nella frustrazione del fallimento, scopre che quel modello non è neutro, bensì, un rivale strutturato. Da qui nasce il risentimento: l’offesa non è solo “mi hanno tolto risorse”, ma “mi hanno tolto la credenza che le regole potessero proteggermi”. Questo rende il risentimento resistente: perché non può essere “risolto” da un compromesso tecnico. Perché l’offesa è simbolica e riguarda la grammatica stessa del riconoscimento.

Dalla frustrazione all’attribuzione: come si costruisce l’altro come responsabile

Per Girard il risentimento include l’attribuzione della colpa, senza un agente responsabile, la frustrazione resta ambigua. Melnichenko offre un quadro di attribuzione: le sanzioni sono scritte “nell’interesse di alcuni”, e l’infrastruttura globale può essere “modificata per altri tramite una decisione politica”. Questa è già una forma discorsiva che produce capro espiatorio: l’Occidente non è più solo “l’insieme di Stati” con interessi divergenti; diventa un soggetto intenzionale in grado di: punire, isolare, controllare, e, nei termini che spesso compaiono nel discorso pubblico russo, deformare il senso stesso della legittimità internazionale. Nella gran parte della narrativa russa, compreso il documento di Melnichenko, possiamo riconoscere alcuni elementi ricorrenti che funzionano come tecnologie del risentimento. La personalizzazione su un agente collettivo: l’Occidente viene trattato come un blocco con volontà unitaria, non semplicemente attori diversi, ma un centro di intenzioni. La moralizzazione dell’interesse: gli atti economici, sanzioni, blocchi, vengono presentati come difesa di valori, ma al tempo stesso sono letti come strumenti di persecuzione. La morale diventa maschera del potere. Nel sistema girardiano il desiderio mimetico trova in seguito l’ipocrisia, e l’ipocrisia rafforza la certezza delirante ,“non volevano mai veramente riconoscerci”. Il linguaggio dell’assedio e del tradimento: in molte formulazioni ufficiali e mediatiche, la relazione con l’esterno viene narrata come una serie di violazioni di promesse e linee non rispettate. L’assedio non è solo militare: è finanziario, tecnologico, culturale. Il trasferimento di colpa: “non è successo per caso; è perché l’altro vuole impedire la nostra sovranità”. Così la frustrazione diventa accusa. In termini girardiani, queste mosse completano l’arcata: trasformano un evento, le sanzioni, in offesa, ingiustizia intenzionale, e trasformano l’offesa in ordine morale che necessita della difesa, della resistenza e della punizione dell’aggressore.

Due poli del risentimento: umiliazione e missione

Girard mostra che il risentimento conserva memoria dell’offesa. Ma la memoria può organizzarsi in due direzioni.  Umiliazione: “ci hanno degradato”. Missione: “noi abbiamo il compito di rispondere, resistere, ripristinare”. Melnichenko tocca entrambe: la disconnessione dalla globalizzazione è un trauma; la risposta è costruire un proprio mondo interno e la preservazione della sovranità come interesse minimo comune. In più, i quattro scenari di dopoguerra indicano che la questione della Russia futura non può più essere risolta in termini di semplice integrazione: ogni opzione esterna che ne limiti la sovranità genera instabilità. Il risentimento qui diventa programma: non si limita a ricordare l’offesa; si traduce in esigenze strutturali: riconoscimento, prevedibilità, autonomia strategica. È una conversione del desiderio: l’oggetto desiderato non è più “accesso al mercato” soltanto, ma “ordine di riconoscimento”. La potenza nasce quando questa conversione diventa condivisa, istituzionalizzata e comunicabile.

Sistema del delirio: quando la critica diventa prova di persecuzione

Per Girard  il “sistema del delirio” è una struttura coerente che impedisce la smentita: ogni evento viene interpretato come conferma. Non sto dicendo che la politica russa nel suo complesso sia delirante in senso clinico; sto dicendo che, in un certo tipo di ecosistema mediatico e decisionale, può affermarsi una logica del delirio funzionale, capace di: proteggere l’accusa da contraddizioni, convertire la complessità in conferma morale, e rendere l’escalation “razionale” perché letta come difesa. Melnichenko lo suggerisce in modo indiretto quando descrive la guerra di logoramento come l’irriducibilità di un obiettivo originario – ordine nuovo  in cui Russia sia partecipe -, la sostituzione tra architettura e punizione e il rischio che la fiducia crollata trasformi le armi nucleari in rischio costante anziché deterrenza.

Qui entra l’aspetto comunicativo in cui  la propaganda e le narrazioni possono contribuire a rendere il sistema autoreferenziale in almeno tre modi. La selezione delle prove: eventi che confermano l’idea di persecuzione vengono enfatizzati; quelli che la problematizzano vengono relativizzati. La reinterpretazione delle obiezioni: una critica esterna diventa “censura”, una smentita diventa “tentativo di silenziare la verità”. l’identificazione con la vittima: se l’identità politica viene costruita sulla posizione di vittima  -storica o attuale-, allora ogni azione “punitiva” può essere letta come giustizia. L’argomento di Melnichenko sulla “punizione scambiata per strategia” è, in Girard, l’effetto tipico dell’offesa ricordata in cui la violenza viene resa necessaria perché sostituisce la strategia con un dovere morale.

Dal capro espiatorio alla potenza: il nemico unifica

Secondo Girard il capro espiatorio produce una momentanea unità del gruppo. In politica, questa unità è potenza perché: riduce conflitti interni – o li subordina alla causa -, disciplina la comunicazione, stabilizza la legittimità del comando. Melnichenko descrive un’“efficienza” ottenibile solo quando tutti gli strati collaborano; forti vincoli come pressione militare e sanzioni impongono efficienza. In termini girardiani, si potrebbe dire: il risentimento produce un vincolo di coesione. Il gruppo non è più disperso; viene ricompattato da un racconto comune dell’offesa. E qui si vede come il risentimento diventi politica di potenza:  mobilita risorse, giustifica sacrifici, crea continuità temporale, stabilisce che l’opposizione esterna non è incidente, ma struttura.

La “sovranità” come oggetto desiderato: differenza tra accordo e dominio

Melnichenko insiste nel sostenere che la sovranità è condizione necessaria per un’architettura stabile. Nella trappola del desiderio di Girard, lo stesso principio si può leggere in un modo più antropologico: quando due soggetti non si riconoscono come capaci di agire e rispondere, la relazione non è più reciproca. In questa situazione, la negoziazione diventa teatro, l’accordo non è più durevole, la violenza diventa “difesa”. La potenza russa, dunque, non deriva solo da armi o da logistica. Deriva, almeno in parte, dal fatto che la leadership presenta il conflitto come battaglia per affermare  la capacità di essere soggetto, non oggetto. Questo è un punto di conversione simbolica che resiste alle alternative. Nel linguaggio girardiano: il modello non è più “l’Occidente che offre accesso”; il modello diventa “noi stessi come sovrani”. Melnichenko sostiene che una coalizione superiore che sostiene l’esercito limitando il proprio coinvolgimento diretto prima o poi passerà a desiderare qualcosa d’altro, un confronto più diretto o soluzione politica. Tuttavia, le armi nucleari rendono ogni transizione più rischiosa, perché la fiducia è decisiva. In un contesto mimetico dove il risentimento governa l’interpretazione, la pace viene percepita come una concessione al colpevole,il  tradimento della vittima, o la conferma della superiorità dell’altro. Quindi “pausa” significa, per l’ecosistema del risentimento, sospensione temporanea della colpa. Ciò che si vuole non è l’accordo, ma il ripristino del riconoscimento. La memoria dell’offesa impedisce l’elaborazione. Perciò il risentimento non è solo un sentimento, è un fattore che rende difficile un’uscita “non traumatica” dal conflitto. Seguendo il paradigma del risentimenti di Girard e mettendo in relazione il testo di Melnichenko che ripropone alcune impostazioni discorsive tipiche della comunicazione politica russa di assedio, attribuzione di intenzioni, moralizzazione, narrazione di vittima, si possa sostenere la tesi che il risentimento funziona come politica di potenza quando conserva la memoria dell’offesa, costruisce un nemico intenzionale, rende la negoziazione equivalente a manipolazione e trasforma la violenza in giustizia.

 I quattro scenari del dopoguerra come quattro “regimi” di rapporto col nemico

Procedendo nel collegamento di questa dinamica ai quattro scenari postbellici descritti da Melnichenko, la Russia umiliata ai margini, l’orbita cinese, la frammentazione, la fortezza assediata,  è possibile mostrare come ciascuno corrisponda a un diverso “regime” del risentimento e quindi a diversi livelli di stabilità-instabilità. Nel testo di Melnichenko compaiono quattro possibilità per la Russia nel post-conflitto. Pur variando sul piano politico, ciascuna opzione implica un modo diverso di trattare la sovranità russa, conservarla, limitarla, spezzarla o trasformarla in fortezza. Dal punto di vista girardiano, possiamo leggerli come regimi diversi di gestione dell’offesa e del conflitto del desiderio: la Russia umiliata ai margini dell’Occidente; la Russia integrata nell’orbita cinese; la frammentazione della Russia; la Russia-fortezza in stato d’assedio permanente.

Melnichenko sostiene che in tutti i casi, se si distrugge o si limita la sovranità, si elimina il meccanismo che renderebbe possibile un comportamento responsabile e, quindi, una pace durevole. Nel sottotesto girardiano possiamo individuare un ulteriore livello: quando la relazione politica viene letta con la grammatica del torto e della persecuzione, l’offesa non viene elaborata, viene riattivata. E la riattivazione produce i cicli della rivalità, del capro espiatorio, della legittimazione della violenza, dell’impossibilità della smentita: la trappola girardiana. Quindi, per leggere il sottotesto di Melnichenko, attraverso la dinamica girardiana dobbiamo porci una domanda: che tipo di rapporto simbolico col nemico questi scenari rendono plausibile un rapporto “negoziale” o un rapporto “espiatorio”?

Russia umiliata: Versailles come macchina del risentimento

Melnichenko richiama Versailles, non come equivalenza storica diretta, ma, come logica strutturale.  Quando una grande nazione storica subisce una frattura della sua autonomia, il revanscismo può riemergere in forme più pericolose. Girard  ci permette di formulare il punto in modo più antropologico: l’umiliazione opera sul piano del riconoscimento e quando il riconoscimento viene negato in modo irreversibile o degradante, il desiderio resta in scacco.  Il desiderio in scacco si conserva come memoria dell’offesa e la memoria dell’offesa richiede un responsabile, il nemico, da iscrivere in una cornice persecutoria. In questa logica, “punizione” e “strategia” si confondono. La punizione produce breve tregua, ma non disinnesca il desiderio mimetico: lo rende permanente e orienta la rivalità verso il futuro.

Nel testo di Melnichenko, ciò che rende Versailles un esempio non è solo la severità del trattato, ma l’effetto: il trattato non crea un ordine, accumula energie represse. In questa dinamica interamente girardiana, l’energia represse non sparisce, si riarticola nella forma di rivalsa e la rivalsa diventa missione. Quindi nella  traduzione del risentimento come politica di potenza la relazione internazionale si trasforma in un circuito in cui la pace non è né oggettivo né costruzione reciproca, ma sospensione provvisoria di una guerra morale.

Orbita cinese: dipendenza come spostamento dell’offesa

Melnichenko descrive lo scenario cinese come una dipendenza “spostata”. la Russia non scompare, ma rischia di diventare: mercato, fonte di risorse, corridoio di transito, zona cuscinetto. Girard qui è utile per distinguere due livelli: Dipendenza materiale, merci, tecnologia, finanza. Dipendenza simbolica: chi definisce l’ordine e chi stabilisce il significato delle regole. Anche se sul piano materiale la Russia avesse accesso a catene di valore, sul piano simbolico verrebbe trattata come oggetto della strategia altrui. Questo attiva il meccanismo girardiano: il desiderio non si estingue; ma cambia modello/rivale, non più Occidente, ma Cina. La frustrazione si riorganizza come “nuova ingiustizia” e quindi può generare nuovi tentativi di recuperare sovranità. Melnichenko aggiunge che una simile asimmetria sarebbe tossica anche per la Cina con vicini inquieti, coalizioni anti-cinesi, e soprattutto la necessità per la  Russia di uscire da una posizione subordinata. Questo, nel registro girardiano, è già un avvertimento. Quando l’altro è ridotto a ruolo subordinato, la rivalità non si dissolve, viene solo re-incanalata. Quindi, anche lo scenario “cinese” produce un rischio di risentimento, perché sostituisce il nemico/avversario senza risolvere l’urgenza di riconoscimento e autonomia.

Ex Jugoslavia o frammentazione: dissoluzione della deterrenza 

Melnichenko sostiene che la frammentazione renderebbe la Russia rapidamente ingestibile e innescherebbe lotte per arsenale nucleare, risorse, confini e storia. L’aspetto più importante, però, è la conseguenza sistemica: la deterrenza nucleare richiede coesione dei centri decisionali. Senza coesione, si perde prevedibilità. Girard può essere richiamato qui con un concetto: il risentimento ama la chiarezza di colpevole e destinatario; la frammentazione produce invece disordine di agency. Quando i soggetti diventano molti, l’attribuzione di colpa diventa instabile e competitiva: ciascun attore può presentarsi come vittima e come detentore della “vera” giustizia. Il meccanismo vittima/carnefice diventa più rapido e più pluralizzato. Melnichenko dice anche qualcosa di importante sul piano motivazionale: il prezzo pagato nei conflitti post-sovietici rende, a suo avviso, improbabile una scelta di frammentazione totale. Ma la parte girardiana ci porta a una conclusione: anche se la frammentazione non fosse “desiderata”, potrebbe diventare una risposta al collasso del patto di riconoscimento e alla moltiplicazione del risentimento. Lo scenario della frammentazione è costruito per rappresentare la minaccia di trasformare la relazione internazionale in un’arena in cui la violenza non ha un unico referente. Il risentimento non trova più la via dell’accordo; trova la via della lotta.

Russia-fortezza: la guerra come modalità permanente dell’organizzazione

Melnichenko descrive l’ultimo scenario come una fortezza: chiusa, mobilitata, in perenne stato di assedio. E sottolinea una tesi: tecnologia, scienza, capitali e fiducia civica non crescono nell’emergenza perpetua. Il conflitto non finisce: cambia modalità, da evento a organizzazione dello Stato. Girard qui è quasi inevitabile: l’assedio è una cornice narrativa perfetta per il risentimento, perché: costruisce un nemico intenzionale; rende difficile la smentita in cui “anche le prove contrarie sono parte del complotto”; trasforma la durezza interna in prova di virtù e giustizia. In tal senso, il risentimento non è solo “risposta”; diventa governance. Produce disciplina, selezione, controllo del discorso, gerarchie di lealtà, cioè potenza politica. La fortezza riduce la possibilità di un’elaborazione simbolica dell’offesa. Se l’identità è continuamente costruita come “vittima in difesa”, la memoria dell’offesa resta attiva e l’uscita dal conflitto richiederebbe una trasformazione narrativa radicale, non solo un cessate il fuoco. Senza questa trasformazione, la fine delle ostilità non diventa pace, ma “pausa” in cui la logica espiatoria resta pronta.

La pace difficile: risentimento, credibilità e il fallimento dei negoziati

Melnichenko dedica una sezione alla logica dei negoziati: funzionano se entrambe le parti credono che l’altra sia capace e disposta a difendere fino in fondo la propria posizione. Quando una parte conclude che l’altra stia bluffando o non possa mantenere promesse, smette di cercare soluzioni. Con Girard possiamo integrare: la credibilità negoziale è un effetto della fiducia simbolica. Se l’altro viene definito come manipolatore o persecutore, la trattativa non appare più come spazio di reciprocità, ma come trappola. In quel caso, la negoziazione non è un mezzo per trasformare il conflitto, ma un teatro che alimenta la conferma dell’offesa. Questo è precisamente il terreno in cui il risentimento si converte in “sistema del delirio”: selezione delle informazioni, reinterpretazione delle obiezioni, impossibilità di smentita, identificazione con la vittima. E allora i negoziati falliscono non solo per interessi divergenti, ma perché la grammatica del rapporto è cambiata: da “reciprocità” a “persecuzione”.

Dalla punizione alla strategia (e ritorno): il cuore della critica di Melnichenko in chiave girardiana

Melnichenko insiste che quando l’architettura istituzionale si indebolisce, la morale prende il posto della strategia e la punizione viene scambiata per strategia. Questa frase, letta con Girard, descrive un meccanismo standard: l’offesa viene moralizzata; la violenza viene giustificata come necessaria;  la logica della giustizia sostituisce la logica della stabilità. Il risentimento è dunque una politica di potenza perché rende l’azione non negoziabile. Trasforma la complessità in dovere morale, rende la fine del conflitto e quindi l’accordo un tradimento, non una soluzione. In questa prospettiva, la “potenza” non deriva soltanto dalla capacità militare o dalle risorse. Deriva anche dalla capacità di mantenere una narrazione coerente in cui la propria sofferenza che diventa prova di colpa dell’altro. Le élite o lo Stato possono quindi sostenere costi nel tempo perché li interpretano come giustizia.

Uscire dall’abisso significa trasformare la politica del risentimento in politica del dissenso

Il documento di Melnichenko rielabora la metamorfosi della memoria collettiva dell’homo sovieticus all’homo russo, dall’ateismo collettivista all’ortodossia nazionalista, nella continuità del capitalismo di stato e del dominio imperiale. Questa Operazione di rielaborazione serve a costruire il profilo della Russia come la vittima del sistema mimetico internazionale. Con l’implosione del sistema socvietico l’Occidente è il modello del desiderio. Ma ben presto l’homo sovieticus in transizione verso l’homo russo scopre il prezzo del suo desiderio. Il modello è sempre anche l’altro e lo scacco del desiderio portano al risentimento. Seguendo questa prospettiva l’homo russo diventa la vittima dell’Occidente. La guerra in Ucraina è la guerra contro l’Occidente, contro il suo scacco del desiderio, combattuta in Ucraina solo geograficamente. La questione nucleare e i quattro scenari evocano contesti vittimari in cui il mancato riconoscimento della vocazione imperiale russa produce il perpetuo rischio di instabilità globale.

L’appello finale di Melnichenko per allontanarsi dall’abisso bisogna capire come ci si è arrivati e organizzare il mondo diversamente. In chiave girardiana, suonerebbe così: “Allontanarsi dall’abisso” non significa solo ridurre la minaccia militare, bensì interrompere il circuito dell’offesa ricordata per evitare che la fine delle ostilità diventi solo un riassetto della narrazione persecutoria. Significa ricostruire prevedibilità, canali di comunicazione e possibilità di accordo reale, cioè ricostruire i “legami” che Melnichenko chiama linguaggio della sicurezza, fiducia, legittimità condivisa. Il risentimento può diventare politica di potenza quando trasforma lo scacco del desiderio in memoria dell’offesa, costruisce un nemico intenzionale, rende la trattativa equivalente alla manipolazione e sostiene la violenza come giustizia. 

Per superare i quattro scenari di dopoguerra, ciò che deve cambiare non è soltanto la forma della relazione con la Russia, ma in primo luogo come la Russia narra il conflitto, come è disposta ad uscire dalla trappola del risentimento delirante e usare il dissenso come momento progettante, come reciprocità negoziale,  Il dissenso e risentimento entrambi si alimentano del mimetismo vittimario della trappola girardiana ma solo il dissenso è in grado di superarla, mentre il risentimento è una macchina che si autoalimenta e porta al delirio. Ma trasformare il risentimento in dissenso significa accettare una condizione preliminare, quella della reciprocità. Questa è la prova che la Russia è chiamata ad intraprendere. L’impero non è un destino, è una politica di dominio che rifiuta ogni reciprocità. Uscire dall’abisso richiede quindi una trasformazione simbolica e istituzionale, non solo un mutamento tattico.

Note

  1.  Andrey Melnichenko, 

    il suo patrimonio netto è stimato a circa 20,4 miliardi di dollari, e lo colloca  tra i primi 130 uomini più ricchi del pianeta. È considerato l’imprenditore più importante della Russia. Nonostante le pesanti sanzioni internazionali dovute alla guerra in Ucraina, i suoi attivi legati alle materie prime hanno registrato una forte resilienza e, in diverse fasi recenti, una crescita significativa legata all’impennata globale dei prezzi di mercato. La ricchezza dell’imprenditore si fonda principalmente su una mastodontica zaibatsu alimentata da  due poli globali. L’EuroChem Group, uno dei maggiori produttori al mondo di fertilizzanti minerali ed azotati e la SUEK (Siberian Coal Energy Company), Il principale produttore di carbone in Russia e tra i primi fornitori a livello mondiale.

    Il potere: discrezione e supporto

    I rapporti tra Andrey Melnichenko e il governo di Vladimir Putin sono complessi e caratterizzati da un pragmatismo economico bilaterale, privo di un’affiliazione ideologica o politica diretta, ma strettamente interconnesso per la natura strategica dei settori in cui opera. A differenza della vecchia guardia di oligarchi degli anni ’90, Melnichenko appartiene a una generazione di imprenditori che si è formata al di fuori delle privatizzazioni selvagge del Cremlino, mantenendo per decenni il principio di “restare fuori dalla politica” e vivendo stabilmente all’estero dal 2004. Tuttavia, con  lo scoppio della guerra in Ucraina ha preferito un riallineamento istituzionale. 

    La “Cerchia d’Influenza” e l’Incontro del 24 Febbraio 2022

    L’Unione Europea e gli Stati Uniti lo considerano formalmente parte della cerchia più influente di imprenditori russi con stretti legami con il Cremlino. Il pilastro giuridico delle sanzioni contro di lui si basa sulla sua partecipazione al celebre incontro del 24 febbraio 2022 al Cremlino, convocato da Putin poche ore dopo l’avvio dell’invasione dell’Ucraina. In quella e in successive occasioni (come i congressi dell’RSPP, l’Unione russa degli industriali e degli imprenditori), Putin ha esplicitamente chiesto ai miliardari di “mettere il patriottismo davanti al profitto” e sostenere lo sforzo economico dello Stato contro le sanzioni occidentali.

    Il Ruolo Strategico nell’Economia di Guerra

    Melnichenko non è un ideologo del conflitto e in diverse dichiarazioni iniziali ha definito la guerra una “tragedia” invocando la pace per scongiurare una crisi alimentare globale. Ciononostante, le sue aziende sono asset insostituibili per il Cremlino.  Forniture belliche indirette: L’ammoniaca prodotta dai complessi industriali di EuroChem è un elemento chimico fondamentale utilizzato anche nella produzione di munizioni per le forze armate russe.  Sicurezza delle infrastrutture: Le sue aziende collaborano attivamente con i servizi di sicurezza russi e le forze armate per proteggere i propri stabilimenti industriali e minerari da attacchi di sabotaggio o droni ucraini.

    Il Dilemma del Ritorno  in Russia

    Per quasi vent’anni, Melnichenko ha gestito i suoi imperi industriali (SUEK ed EuroChem) da hub internazionali come la Svizzera o gli Emirati Arabi Uniti. Le sanzioni occidentali hanno però provocato quello che gli analisti definiscono un “abbraccio forzato” con Mosca:  Dopo le sanzioni e  il congelamento degli asset in Occidente e restrizioni di viaggio, Melnichenko ha dovuto rimpatriare gran parte dei propri interessi economici e trascorrere molto più tempo a Mosca. In recenti e rare interviste concesse a media internazionali come The Economist, l’imprenditore ha rotto un silenzio pluriennale affermando di sentire, per la prima volta, di “non avere altro Paese all’infuori della Russia”, esortando la classe imprenditoriale a investire sulla sovranità economica interna pur di preservare il valore delle aziende ed evitare nazionalizzazioni. 

    Lo Spettro della Nazionalizzazione

    Il rapporto con il governo è anche di mutua diffidenza. Il Cremlino esercita una pressione costante sui miliardari indipendenti. Nel corso del 2026, lo Stato russo ha aumentato i sequestri e le nazionalizzazioni di asset interni appartenenti a magnati giudicati non abbastanza allineati. Di conseguenza, la cooperazione di Melnichenko con il governo di Putin è dettata anche dalla stringente necessità di proteggere le proprie fabbriche in Russia da un’eventuale espropriazione statale

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *