Il presente multilivello nel tempo del distruttore in comando. Metamorfosi e crisi della forma moderna
L’orizzonte degli eventi
La prima immagine storica di un buco nero, ottenuta nel 2019 dall’ Event Horizon Telescope, mostra l’ombra di un buco nero supermassiccio circondata da un disco di accrescimento brillante. Quel disco è l’orizzonte degli eventi, il punto di non ritorno, la superficie limite da cui nemmeno la luce può fuggire. Oltre il bordo dell’orizzonte degli eventi un ipotetico viaggiatore non potrebbe inviarci alcuna informazione.
Questa singolare situazione può essere chiarita con il paradosso dell’osservatore che dal molo del porto vede la nave scomparire all’orizzonte mentre il passeggero della nave non nota nulla di strano, e descrive perfettamente il concetto di complementarità del buco nero, proposto da Leonard Susskind,1 che risolve il paradosso tra la Relatività Generale e la Meccanica Quantistica. Infatti, l’osservatore al molo, o osservatore esterno, vede la nave rallentare man mano che si avvicina all’orizzonte a causa della dilatazione temporale gravitazionale: per lui, la nave non attraversa mai l’orizzonte, ma sembra congelarsi e poi svanire. Il passeggero della nave, colui che svanisce oltre, non nota nulla di strano nell’attraversare l’orizzonte degli eventi. Per lui, lo spazio locale è piatto. Continua a vedere l’orizzonte e la singolarità davanti a sé e non avverte alcun muro fisico al momento del passaggio. Il paradosso si risolve accettando che entrambe le realtà sono vere, ma mutuamente esclusive. Non esiste un singolo osservatore che possa testimoniare entrambi gli eventi contemporaneamente. L’informazione della “nave” è contemporaneamente riflessa sulla superficie, per chi guarda da fuori e, trasportata all’interno, per chi viaggia, senza violare le leggi della fisica perché i due osservatori non possono più comunicare tra loro.
Ogni tentativo di descrizione di eventi collocati davanti a noi con i concetti di metamorfosi o soglia deve fare i conti con questo paradosso, ulteriormente complicato dal fatto che l’osservatore e il passeggero sono lo stesso soggetto e la incomunicabilità tra osservatore e partecipante va fatta risalire alla asincronia tra pensiero metafisico proprio dell’osservatore esterno e il pensiero locale del viaggiatore partecipante.
Il tempo della soglia
Il rapporto tra uomo e natura è entrato in una fase qualitativamente nuova. Non si tratta soltanto di un’accelerazione tecnica o di una crisi ambientale, ma di una trasformazione della relazione ontologica tra l’umano e il suo ambiente. L’uomo non è più semplicemente un soggetto che abita una natura esterna, ma un agente che produce ambienti, li modifica e li rende artefatti che provocano la progressiva dissoluzione della distinzione stessa tra naturale e artificiale.
In questo senso, oggi possiamo parlare di soglia storica. La soglia non è una semplice transizione lineare, ma un passaggio di fase,un cambiamento di regime in cui le categorie interpretative ereditate cessano di funzionare pienamente.
La modernità politica, economica e scientifica aveva costruito un ordine basato su separazioni fondamentali: natura e cultura, interno ed esterno, sovranità territoriale e anarchia internazionale, passato e futuro. Oggi queste distinzioni sono progressivamente dissolte da una combinazione di mutamento tecnologico, globalizzazione infrastrutturale e digitalizzazione del mondo sociale.
La soglia è dunque di carattere epocale, nel senso di epoché: le strutture della modernità sono ancora operative, ma hanno perso la loro capacità di organizzare il senso del mondo. È il tempo del distruttore in comando, non come figura personale, ma come configurazione sistemica di forze che destrutturano l’ordine ereditato senza ancora produrre una nuova sintesi stabile.
La soglia come passaggio di fase: tempo, tecnica e politica
Pensare il nostro tempo come soglia significa abbandonare una concezione lineare del tempo storico. La storia non procede per semplice accumulazione, ma per discontinuità strutturali, per irruzioni in cui si tagliano e si riannodano i fila della contingenza e della lunga durata, come nella prospettiva di Benjamin2, della la macchina che “irrompe” nella scena, catturando la realtà in modi che l’occhio umano non può cogliere, potenziando e riconfigurando così la nostra intera esperienza, o come estetizzazione della politica, praticata dal fascismo, che dà alle masse la possibilità di esprimersi ma portando al “culto del leader”, o ancora come possibilità di strumento di consapevolezza sociale e politica
La soglia è il momento in cui un sistema entra in un nuovo regime di funzionamento: come nella fisica delle transizioni di fase, la materia cambia stato senza cessare di essere la stessa. Così la politica mondiale non cessa di essere politica, ma cambia le sue forme di articolazione.
L’accelerazione tecnica produce una compressione del tempo storico: il futuro viene anticipato e incorporato nel presente attraverso modelli predittivi, algoritmi, scenari, mentre il passato è continuamente riscritto attraverso archivi digitali e conflitti memoriali.
Il risultato è una presentizzazione radicale, un regime temporale in cui la politica diventa gestione dell’immediato e la strategia una pratica di navigazione in condizioni di incertezza permanente. Come osservatore dal molo e contemporaneamente come passeggero della nave siamo all’orizzonte di una soglia temporale e ontologica: il passaggio da un mondo strutturato da grandi narrazioni teleologiche a un mondo di eterogeneità sincronica.
Figure della soglia
La narrazione americana da bene pubblico globale a risorsa egemonica contesa
Nel 2026 gli Stati Uniti celebreranno il duecentocinquantesimo anniversario della loro fondazione. Tuttavia, questo Giubileo repubblicano non rappresenta un momento di consenso simbolico, bensì un’occasione di conflitto profondo per la definizione stessa dell’identità americana. Per gran parte del XX secolo, la narrazione americana ha funzionato come bene pubblico globale: l’idea di America come terra della libertà, della mobilità sociale e dell’innovazione costituiva una risorsa egemonica, capace di fornire un linguaggio universale per legittimare l’ordine liberale internazionale. Questa narrativa non era semplicemente retorica: strutturava istituzioni, alleanze e standard globali, fungendo da collante simbolico tra gli Stati Uniti e il resto del mondo.
Oggi, questa narrazione è diventata un bene conteso, sia internamente sia sul piano globale. All’interno della società americana, Repubblicani e Democratici producono racconti incompatibili sulla natura della Repubblica, sulla sua storia e sul suo futuro. Eventi storici fondamentali — dalla fondazione della nazione alla Guerra Civile, dai diritti civili alla globalizzazione — vengono reinterpretati in chiave antagonista, trasformando la memoria condivisa in un campo di battaglia simbolico. In questo contesto, le narrazioni apocalittiche dei nazionalisti cristiani e dei tecno profeti come Peter Thiel assumono un ruolo centrale: vedono la crisi politica e tecnologica non come contingente, ma come momento esistenziale, un’occasione messianica per ridefinire la supremazia americana attraverso la tecnologia e la ristrutturazione morale e culturale della società. Queste correnti enfatizzano l’idea che la nazione debba essere salvata da minacce interne ed esterne, legittimando azioni straordinarie e rafforzando un linguaggio polarizzante.
Le attuali politiche di Donald Trump interne e internazionali contribuiscono a consolidare questa narrativa divisiva. Provocazioni legislative, retorica radicale e iniziative come l’incitamento ad azioni straordinarie, compresa l’idea di arrestare l’ex presidente Obama, uso aggressiva dei corpi di polizia come milizia politica colpi militari preventivi, come il Venezuela e l’Iran, narrati come azioni difensive, esemplificano un approccio in cui l’autorità americana diventa performativa: l’America è la legge, il potere esecutivo è incarnazione immediata del comando. In questo scenario, la narrazione nazionale non unifica, ma diventa strumento di competizione interna, e proiezione esterna, con conseguenze dirette sulla credibilità internazionale degli Stati Uniti.
La frammentazione narrativa ha implicazioni geopolitiche profonde. L’egemonia americana non si fondava soltanto sulla potenza materiale — capacità militare, influenza economica, controllo tecnologico — ma anche sulla coerenza narrativa. Quando questa coerenza si dissolve, la leadership globale perde legittimità, pur mantenendo capacità di proiezione della forza. Nel 2026, gli Stati Uniti mostrano dunque una condizione tipica degli imperi in transizione: potere operativo presente, ma senso condiviso e narrativa nazionale in frantumi.
In questa fase, l’egemonia americana rimane performativa ma ontologicamente instabile. La nazione può ancora agire sul piano globale, ma le sue decisioni sono interpretate attraverso il prisma di una profonda polarizzazione interna, amplificata dalle correnti religiose, tecnologiche e populiste. La frammentazione della narrativa non solo riduce la capacità di costruire consenso internazionale, ma trasforma l’identità americana stessa in un campo di contesa permanente tra visioni antagoniste, segnando una soglia critica nella storia della sua egemonia globale.
La deriva geopolitica ed eterarchia dell’ordine mondiale
Il dibattito strategico contemporaneo tende a semplificare il mondo emergente in due categorie: ritorno alla Guerra Fredda o multipolarismo classico. Entrambe le categorie, tuttavia, risultano insufficienti a catturare la natura della configurazione in via di consolidamento. Il sistema internazionale che prende forma intorno al 2026 appare più adeguatamente descrivibile come eterarchico.
L’eterarchia designa una struttura dell’ordine in cui non esiste una gerarchia unica e stabile, ma una pluralità di centri di potere interdipendenti, parzialmente sovrapposti e talvolta incoerenti. Non si tratta di un caos anarchico, bensì di una architettura policentrica e reticolare, in cui le relazioni di potere variano a seconda dei domini funzionali: militare, economico, tecnologico, normativo, simbolico.
Gli Stati Uniti restano il nodo centrale del sistema, ma non sono più il centro esclusivo della produzione di ordine. La Cina esercita un potere infrastrutturale crescente, la Russia un potere militare e revisionista, l’Unione Europea un potere normativo e regolatorio, mentre le grandi piattaforme tecnologiche operano come quasi-sovrani, capaci di controllare flussi di informazione, capitale e cognizione su scala globale.
In questo contesto, il concetto di ordine internazionale basato su regole universali viene progressivamente sostituito da una costellazione di regimi settoriali. Il commercio, la sicurezza, il clima, la tecnologia e la finanza sono regolati da coalizioni parziali, forum ad hoc, accordi bilaterali e multilaterali modulari. Non esiste più un “centro” dell’ordine, ma un mosaico di micro-ordini sovrapposti.
L’approccio trumpiano accentua questa dinamica. Il realismo transazionale, orientato alla negoziazione contingente e alla pressione selettiva, non mira a restaurare un ordine liberale universale, ma a massimizzare vantaggi situazionali. Il risultato è un mondo di sfere d’influenza pragmatiche, flessibili, talvolta contraddittorie, in cui la logica ideologica cede il passo a una logica di opportunità strategica.
In un sistema eterarchico, il potere non è concentrato in una piramide, ma distribuito in una rete di nodi critici. La geopolitica non consiste più solo nel controllo dei territori, ma nel controllo delle interconnessioni: reti energetiche, digitali, finanziarie, logistiche. Il 2026 segna dunque un consolidamento dell’eterarchia come forma dell’ordine mondiale, con implicazioni profonde per la teoria delle relazioni internazionali e per la pratica strategica degli Stati.
Inimicizia globale e topologia dei nuovi spazi geopolitici
La conflittualità contemporanea non può più essere compresa attraverso la sola lente della geografia politica tradizionale. Le guerre in Ucraina, Gaza, Sudan e Myanmar, il colpo militare in Venezuela la guerra americano-israeliana contro l’Iran, anche se si manifestando in ambiti regionali, rappresentano solo una dimensione di una competizione globale che si dispiega in spazi multipli e stratificati.
Per comprendere questa trasformazione è necessario passare da una concezione puramente geografica dello spazio a una concezione topologica. La geografia classica presuppone contiguità territoriale, confini lineari, profondità strategica. La topologia geopolitica, invece, descrive spazi reticolari, discontinui, multilivello, in cui la distanza non è misurata in chilometri, ma in latenza, capacità computazionale, densità infrastrutturale.
Nel mondo del 2026 emergono diverse topologie fondamentali del potere: Lo spazio orbitale è diventato una infrastruttura critica della modernità avanzata. Costellazioni satellitari supportano comunicazioni, navigazione, intelligence, economia digitale, guerre. Il controllo delle orbite basse e medie rappresenta una nuova forma di sovranità infrastrutturale. I fondali marini costituiscono una topologia nascosta ma decisiva. I cavi sottomarini trasportano la quasi totalità del traffico dati globale; le risorse minerarie profonde aprono nuove frontiere estrattive. La geopolitica dei fondali è una geopolitica delle interconnessioni invisibili. L’Artico emerge come spazio di navigazione, deterrenza nucleare e competizione energetica. Lo scioglimento dei ghiacci apre rotte e risorse, ma introduce instabilità strategica in un’area precedentemente marginale. Il cyberspazio è ormai uno spazio geopolitico a pieno titolo, con infrastrutture fisiche (data center, reti, cloud) e architetture logiche (protocolli, piattaforme, algoritmi). Il potere nel cyberspazio è un potere topologico, esercitato attraverso il controllo dei nodi e delle interfacce. Gli spazi della virtualità cibernetica rappresentano una ulteriore soglia. Intelligenza artificiale, gemelli digitali, ambienti immersivi e sistemi predittivi costituiscono domini cognitivi, in cui si modellano decisioni politiche, economiche e militari. Qui la sovranità non riguarda il territorio, ma la capacità di modellare il reale attraverso simulazioni operative.
In questa prospettiva, la guerra e la politica diventano multi-topologiche. Gli attori competono simultaneamente su territori fisici, reti digitali, orbite, infrastrutture cognitive. La distinzione tra guerra e pace si dissolve in una competizione permanente per il controllo delle topologie del potere. Il 2026 consolida questa condizione come nuova normalità strategica.
Guerra e pace: il nuovo interventismo imperiale e i domini del conflitto
Forse la fragile tregua a Gaza terrà, ma i conflitti in Ucraina, Sudan, Myanmar e Siria, Iran, continueranno a mietere vittime e a destabilizzare le regioni coinvolte. La distinzione tra guerra e pace appare sempre più sfumata: le linee di demarcazione tradizionali si dissolvono in zone grigie, dove azioni militari, coercizione economica, cyber attacchi e pressione diplomatica si intrecciano. In questo contesto, Stati come Cina e Russia continuano a testare la resilienza e l’impegno degli Stati Uniti verso i propri alleati, con provocazioni strategiche nel Nord Europa, nell’Artico, nel Medio Oriente e nel Mar Cinese Meridionale. Tali azioni non mirano a uno scontro aperto, ma rappresentano esercizi di nuovo interventismo imperiale, attraverso cui le grandi potenze strutturano gerarchie globali e modelli di subordinazione funzionale tra stati, territori e spazi di influenza.
Il concetto di interventismo imperiale del XXI secolo si discosta dai paradigmi tradizionali: non si tratta di occupazioni prolungate o imposizione diretta di sovranità, ma di azioni mirate che combinano coercizione militare, pressione economica e dominio tecnologico. In tale cornice, la guerra tradizionale si integra con nuovi domini operativi: cyberspazio, orbita terrestre, fondali marini, infrastrutture digitali critiche. I sistemi d’arma evolvono rapidamente, incorporando intelligenza artificiale, automazione, sensoristica avanzata e capacità di comando distribuito. L’AI diventa moltiplicatore di forza, consentendo decisioni tattiche rapide, controllo in tempo reale dei teatri operativi e gestione complessa dei dati, aumentando la portata del nuovo interventismo imperiale.
Le operazioni militari americane, come quelle in Venezuela o l’Iran, si inseriscono in questo schema. Non vengono percepite semplicemente come enforcement del diritto internazionale, ma come espressione concreta di un nuovo ordine gerarchico globale, in cui gli Stati Uniti definiscono la legge attraverso la propria capacità di proiezione di potenza. L’interventismo imperiale agisce così come strumento di regolazione della gerarchia tra potenze, di deterrenza e di disciplina strategica, modellando comportamenti e decisioni di altri attori senza richiedere conflitti generalizzati.
Parallelamente, i conflitti tradizionali assumono forme ibride e multidimensionali, dove la distinzione tra dominio fisico e materiale, cyberspazio e dominio cognitivo diventa sempre più labile. Le guerre convenzionali sono integrate da attacchi informatici sofisticati, manipolazione dell’informazione, controllo dei flussi finanziari e infrastrutturali. In questo contesto, la gerarchia globale di potenze non è più determinata esclusivamente dalla forza militare convenzionale, ma dall’insieme delle capacità di proiezione, deterrenza, controllo tecnologico e influenza strutturale.
Il nuovo interventismo imperiale ridisegna dunque i confini della sovranità e del potere: ogni azione militare o coercitiva diventa strumento di costruzione di spazi di influenza, di determinazione dei vincoli tra stati e di ridefinizione dei rapporti di forza. La soglia del 2026 mostra come la guerra sia un fenomeno multidimensionale, distribuito e strategicamente calibrato, dove la potenza tecnologica, la capacità di proiezione e la determinazione politica sono strumenti fondamentali per strutturare l’ordine globale.
In sintesi, il nuovo interventismo imperiale e l’espansione dei domini del conflitto evidenziano una trasformazione radicale di guerra e pace: la violenza tradizionale si accompagna alla gestione di reti, infrastrutture, flussi di informazione e spazi virtuali, ridefinendo la gerarchia globale di potenze e il concetto stesso di sovranità. La guerra diventa così un fenomeno ibrido, policentrico e continuo, in cui la capacità di influenzare il comportamento altrui attraverso strumenti combinati di forza, tecnologia e strategia politica determina la stabilità e l’ordine del mondo contemporaneo.
Europa come grande spazio geopolitico oltre il modello westfaliano
L’Europa si trova nel 2026 su una soglia storica particolarmente critica. Il modello westfaliano, fondato sulla sovranità esclusiva e territoriale degli Stati, ha dominato la geopolitica per secoli, ma non è mai stato pienamente compatibile con la realtà europea. L’integrazione europea ha progressivamente eroso la sovranità statale tradizionale, producendo un’entità politica ibrida: priva di piena sovranità formale, ma dotata di capacità normative, industriali, finanziarie e infrastrutturali senza precedenti. Questo paradosso definisce l’Europa come un laboratorio unico di post-sovereignty, dove la sovranità emerge più attraverso strutture funzionali e normative che attraverso il monopolio coercitivo tradizionale dello Stato.
La soglia del 2026 offre all’Europa la possibilità storica di costituirsi come grande spazio geopolitico, un Grossraum alla maniera di Carl Schmitt, ma aggiornato ai paradigmi contemporanei. Un tale spazio non coinciderebbe con uno Stato federale classico, né con una mera unione di Stati, ma configurerebbe una sovranità infrastrutturale e funzionale. Energia, industria, tecnologia digitale, difesa e trasporti diventerebbero i vettori di un potere europeo distribuito, capace di influenzare le dinamiche globali senza ricorrere alla centralizzazione assoluta. L’Europa potrebbe quindi esercitare influenza attraverso la produzione di norme, standard tecnologici, regolazioni digitali, politica industriale verde, difesa comune e autonomia energetica. In questo contesto, la sovranità non è più un attributo dello Stato, ma un prodotto emergente di reti e capacità integrate.
Secondo la prospettiva geopolitica di Agnew, lo spazio politico non è solo un contenitore fisico, ma un fenomeno relazionale e stratificato. L’Europa post-westfaliana potrebbe incarnare questa idea, costruendo potere attraverso connessioni materiali e immateriali tra sistemi industriali, infrastrutture critiche, reti digitali e flussi economici. La dimensione post-statuale non implica l’assenza di conflitti, ma un cambiamento radicale nella modalità di esercizio del potere: l’Europa diventerebbe un impero normativo, in grado di influenzare comportamenti interni ed esterni attraverso strumenti regolativi e infrastrutturali, più che attraverso la coercizione militare diretta.
I rischi di questa traiettoria sono tuttavia significativi. La necessità di aumentare la spesa militare e industriale si scontra con vincoli fiscali stringenti, mentre le tensioni sociali e la diffusione di movimenti populisti e sovranisti possono minare la coesione interna. La dipendenza strutturale dagli Stati Uniti, in termini di sicurezza e tecnologia, limita la piena autonomia strategica, pur lasciando margini per esercitare influenza globale. Inoltre, il consolidamento di un grande spazio europeo richiede una visione coerente e una capacità di integrazione infrastrutturale che superi i particolarismi nazionali, un compito non meno complesso della costruzione di uno Stato.
Il nostro tempo può essere interpretato come l’inizio di una costituzione geopolitica europea per infrastrutture, in cui la sovranità emerge dalla capacità di produrre e controllare sistemi materiali e funzionali condivisi. Energia, digitale, trasporti e difesa diventano così strumenti di potere spaziale, fondamento di un ordine europeo post-westfaliano. In questo senso, l’Europa si configura come un laboratorio storico di sovranità post-statuale, capace di reinterpretare il concetto di grande spazio e di incidere sulla gerarchia globale di potenze attraverso mezzi diversi dalla forza militare tradizionale, ma non meno efficaci.
Cina: potenza infrastrutturale e egemonia discreta
Nel 2026 la Cina occupa una posizione unica nello scacchiere globale. Da un lato affronta problemi strutturali interni, tra cui crescita economica rallentata, squilibri demografici, sovracapacità produttiva e pressioni su risorse ambientali e sociali; dall’altro, la politica americana di “America First” le offre opportunità strategiche senza precedenti. Questa combinazione produce una dinamica inedita: Pechino consolida il suo ruolo di potenza infrastrutturale globale senza ricorrere a una narrativa ideologica aggressiva, costruendo un ordine materiale più che simbolico.
Il modello cinese si fonda su reti, infrastrutture e flussi: porti commerciali, corridoi ferroviari transcontinentali, reti 5G e AI, reti energetiche integrate e il digital yuan come strumento di internazionalizzazione monetaria. Questi elementi costituiscono un ecosistema integrato, capace di generare dipendenze economiche e tecnologiche nei paesi partner, soprattutto nel Sud globale. La strategia non è imperialismo classico: Pechino non impone valori universali, ma crea un ordine silenzioso, materiale e transazionale. L’egemonia cinese è discreta: si fonda sulla capacità di costruire infrastrutture che diventano strumenti di potere e leve strategiche.
Il vero potere globale del XXI secolo non si misura solo con la forza militare o il controllo territoriale, ma con la capacità di creare interdipendenze. La Belt and Road Initiative è emblematico: porti e corridoi ferroviari collegano regioni distanti, generando vincoli economici e logistici legati alle priorità strategiche di Pechino. Parallelamente, le reti digitali e il 5G permettono di influenzare lo sviluppo tecnologico e l’adozione di standard globali senza ricorrere a conflitti aperti.
La Cina mantiene con gli Stati Uniti una relazione pragmatica e transazionale. Le tensioni restano su semiconduttori, sicurezza cibernetica e Indo-Pacifico, ma entrambe le potenze hanno interesse a evitare conflitti aperti. Il protezionismo americano ha paradossalmente ampliato lo spazio per l’espansione cinese, consentendo a Pechino di affermarsi come partner affidabile nel Sud globale. Il rapporto funziona su uno scambio: Pechino fornisce tecnologia e investimenti; Washington mantiene supremazia militare e negozia accordi commerciali.
Il concetto di potenza infrastrutturale è centrale: porti, ferrovie, reti elettriche e digitali, piattaforme finanziarie e il digital yuan diventano leve geopolitiche. AI e infrastrutture digitali creano nuovi domini di potere cognitivo e controllo dei dati. La Cina incarna un ordine eterarchico, policentrico, basato su reti e flussi, che non replica il modello americano, ma propone una legittimazione materiale fondata sull’efficienza delle reti e sulle interdipendenze. L’egemonia cinese è silenziosa, resiliente e transazionale, capace di modellare dinamiche globali senza imporre valori universali, rappresentando un paradigma del XXI secolo nell’era delle infrastrutture e delle reti digitali.
Debito, dazi e crisi della governance monetaria
L’economia globale entra nel 2026 in uno stato di vulnerabilità stratificata, caratterizzata da una combinazione di resilienza apparente e fragilità sottostante. I dazi e le politiche commerciali protezionistiche continueranno a rallentare la crescita globale, aumentando i costi per imprese e consumatori, riducendo l’efficienza delle catene del valore e creando tensioni tra mercati emergenti e economie avanzate. Parallelamente, il debito pubblico e privato ha raggiunto livelli storici in numerosi paesi, generando una pressione strutturale sui bilanci statali e sul sistema finanziario. Questa combinazione di leva finanziaria elevata e frizioni commerciali rende l’ordine economico globale particolarmente sensibile a shock imprevisti.
Un punto di particolare criticità riguarda la governance monetaria, e in particolare la credibilità della Federal Reserve come istituzione indipendente. La Fed non è solo un regolatore dei tassi d’interesse, ma l’elemento chiave dell’ontologia istituzionale della fiducia su cui si fonda il dollaro come moneta globale. Se la banca centrale americana dovesse essere percepita come strumento di manovra politica piuttosto che come custode della stabilità monetaria, l’intero sistema finanziario internazionale potrebbe entrare in una fase di instabilità strutturale, con effetti a catena su tassi di cambio, flussi di capitale e mercati emergenti. Dopo la sostituzione di Jerome Powell, qualsiasi intervento politicizzato rischia di generare incertezze profonde, trasformando decisioni tecniche in strumenti di conflitto politico globale.
Il 2026 segna inoltre una soglia per il capitalismo finanziario, sospeso tra stabilità artificiale e potenziale crisi di regime. I mercati mostrano segnali di resilienza, sostenuti da politiche monetarie accomodanti e da flussi di liquidità senza precedenti, ma la concentrazione del rischio e la dipendenza da strumenti complessi rendono l’ordine economico fragile. Il debito e la leva finanziaria agiscono come moltiplicatori di shock, mentre i dazi e le tensioni commerciali aggiungono un livello di contingenza strategica.
In sintesi, l’anno 2026 potrebbe essere interpretato come un punto di soglia: non solo per la crescita e la stabilità finanziaria, ma per l’intero paradigma della governance monetaria globale. La combinazione di debito elevato, politizzazione delle istituzioni chiave e frizioni commerciali crea uno scenario in cui la resilienza apparente potrebbe rapidamente trasformarsi in crisi sistemica, mettendo alla prova la capacità degli Stati e delle istituzioni sovranazionali di gestire un capitalismo finanziario sempre più complesso e interconnesso.
AI on the Edge: infrastrutture cognitive e capitalismo infrastrutturale
La corsa globale alle infrastrutture dell’intelligenza artificiale segna una nuova fase del capitalismo infrastrutturale, in cui il potere economico, politico e geopolitico si concentra sulla proprietà e il controllo di reti di dati, capacità computazionali e sistemi digitali avanzati. I data center iper-scalabili, i chip specializzati, le reti elettriche ad alta capacità e i modelli linguistici costituiscono oggi la nuova base materiale del potere. Non si tratta solo di strumenti tecnologici, ma di leve strategiche capaci di modellare mercati, economie e comportamenti sociali, conferendo a chi controlla queste infrastrutture un ruolo di primo piano nell’architettura del potere globale.
Una bolla finanziaria è plausibile, come in ogni rivoluzione tecnologica che ha anticipato la ridefinizione di mercati e capitale — dalle ferrovie all’elettricità, da Internet all’energia nucleare — ma il valore strutturale della tecnologia rimane. L’AI non è un fenomeno effimero: le reti di calcolo, le piattaforme di cloud intelligence e le infrastrutture digitali consolidate costituiscono un ecosistema resistente, in cui la distribuzione del controllo diventa la vera variabile critica. Chi possiede queste capacità determina non solo il ritmo dell’innovazione, ma anche l’accesso al sapere e la definizione di standard operativi globali.
Parallelamente, il lavoro cognitivo entra in una fase di proletarizzazione algoritmica. L’intellettualità tecnica — dagli sviluppatori agli analisti dei dati, dai ricercatori di AI ai creatori di software avanzato — diventa sempre più sostituibile e standardizzabile. Compiti che richiedevano alta specializzazione vengono automatizzati e integrati nei sistemi intelligenti, trasformando il capitale umano in forza lavoro intercambiabile all’interno di reti infrastrutturali dominate da pochi attori. Il potere si concentra nei proprietari delle infrastrutture cognitive, che definiscono regole, accesso ai dati e priorità tecnologiche globali, creando una gerarchia infrastrutturale del sapere.
Questa dinamica produce un capitalismo cognitivo duale: opportunità senza precedenti per innovazione e produttività, accompagnate da disuguaglianze crescenti e concentrazione di potere. Le infrastrutture AI diventano strumenti di governance globale, capaci di influenzare settori economici, strategie militari e politiche pubbliche. La tecnologia, così, non è solo un mezzo di produzione, ma un fattore geopolitico, che ridefinisce relazioni di forza, autonomia intellettuale e controllo strategico dei flussi di conoscenza.
In sintesi, il 2026 mostra come l’AI non sia più solo uno strumento tecnico, ma un elemento centrale del capitalismo infrastrutturale globale. La capacità di costruire, gestire e controllare infrastrutture cognitive definisce nuove forme di egemonia: chi domina il calcolo e il dato domina l’economia, la geopolitica e la produzione intellettuale, trasformando il lavoro cognitivo in risorsa sostituibile e consolidando nuove architetture del potere globale.
AI on the Edge: infrastrutture cognitive e proletarizzazione dell’intellettualità
La corsa globale alle infrastrutture dell’intelligenza artificiale segna una nuova fase del capitalismo infrastrutturale, in cui il potere economico e geopolitico si concentra non più solo sulla proprietà del capitale tradizionale, ma sul controllo di reti, dati e capacità computazionali. Data center iper-scalabili, chip specializzati, reti energetiche ad alta intensità e modelli linguistici avanzati costituiscono oggi la nuova base materiale del potere. Queste infrastrutture cognitive non sono meri strumenti tecnici, ma leve strategiche di influenza globale: chi controlla il calcolo e la gestione dei dati domina anche la produzione di conoscenza e il flusso di informazione.
Come in precedenti rivoluzioni tecnologiche — dalle ferrovie all’elettricità, da Internet all’energia nucleare — il mercato può attraversare fasi speculative, e la costruzione di infrastrutture AI comporta il rischio di una bolla finanziaria. Tuttavia, il valore strutturale della tecnologia resta: reti di calcolo, sistemi di intelligenza artificiale e piattaforme digitali costituiscono un ecosistema difficile da sostituire e continueranno a determinare la distribuzione del potere economico e cognitivo. Ciò che cambia è la distribuzione del controllo, concentrata in pochi attori che influenzano mercati, decisioni politiche e processi sociali.
Parallelamente, il lavoro cognitivo entra in una fase di proletarizzazione algoritmica. L’intellettualità tecnica, dagli sviluppatori agli analisti di dati, dai ricercatori ai creatori di software, diventa sempre più sostituibile e standardizzabile. Compiti complessi possono essere automatizzati, trasformando il capitale umano in elemento intercambiabile all’interno di reti dominate da pochi proprietari.
Il capitalismo cognitivo del 2026 mostra così un dualismo: da un lato, straordinarie opportunità di innovazione; dall’altro, concentrazione di potere, disuguaglianze crescenti e riduzione dell’autonomia dei lavoratori intellettuali. Le infrastrutture AI diventano strumenti di produttività e strumenti geopolitici, ridefinendo la relazione tra sapere, lavoro e potere e consolidando nuove forme di egemonia materiale basata sul controllo dei flussi di dati e del calcolo.
Il tempo del distruttore come soglia dell’orizzonte degli eventi
Il nostro presente si configura come una soglia storica nel senso forte del termine: non un semplice punto di transizione cronologica, ma un passaggio di fase nella struttura del politico e del geopolitico. La modernità continua a funzionare, ma ha cessato di fornire una grammatica stabile del mondo.
Il rapporto uomo-natura, trasformato dalla tecnica, dissolve la distinzione tra naturale e artificiale. La temporalità moderna, orientata al progresso, è sostituita da una presenteizzazione radicale. La sovranità territoriale westfaliana è erosa da topologie reticolari del potere. L’ordine internazionale gerarchico è sostituito da un sistema eterarchico policentrico. La geografia politica è integrata e in parte superata da una topologia geopolitica.
In questo contesto, il tempo del distruttore non è il tempo del nichilismo, ma il tempo della crisi di forma. Le strutture moderne vengono destrutturate non da un soggetto unitario, ma da una combinazione di forze sistemiche: digitalizzazione, finanziarizzazione, mutamento ecologico, competizione multipolare.
La politica del XXI secolo è sempre più una politica delle infrastrutture, delle topologie e delle narrazioni. Chi controlla le reti energetiche, digitali, cognitive e logistiche controlla le condizioni di possibilità dell’azione politica. Chi controlla le narrazioni controlla la legittimità del potere.
Quella che stiamo attraversando è dunque una soglia ontologica: il mondo moderno non è ancora superato, ma non è più sufficiente. La nuova forma storica non è ancora emersa, ma i suoi contorni sono già visibili nelle topologie del potere e nelle eterarchie dell’ordine globale.
Il compito della teoria geopolitica è allora quello di pensare non solo gli attori e i territori, ma le forme: forme temporali, forme spaziali, forme di sovranità, forme di narrazione. In questo senso, il 2026 non è un anno come gli altri, ma un momento liminale, in cui il mondo attraversa una soglia e si trova sospeso tra un ordine che muore e un ordine che non è ancora nato.
Bibliografia essenziale
Teoria della storia e del tempo
- Koselleck, R., Vergangene Zukunft. Zur S
- Portinaro, P. P., Il tempo della storia.
Geopolitica e ordine mondiale
- Schmitt, C., Der Nomos der Erde.
- Brzezinski, Z., La Grande Scacchiera.
Mearsheimer, J., La Logica di potenza. L’America, le guerre, il controllo del mondo
Acharya, A., Storia e futuro dell’Ordine mondiale.
Spazio, tecnica e topologia del potere
- Bratton, B., The Stack: On Software and Sovereignty.
- Latour, B., Politiques de la nature.
- Sloterdijk, P., Sfere.
Tecnica, modernità e politica
- Arendt, H., Vita activa.
- Ellul, J., La technique.
- Guardini, R., L’uomo e la tecnica
- La Soluzione di Susskind o della Complementarità: Susskind ha suggerito che non vi sia contraddizione se si considerano i punti di vista di due osservatori diversi, entrambi validi: Osservatore esterno. Vede l’informazione “spalmarsi” sulla superficie dell’orizzonte degli eventi, che qui assumiamo come orizzonte fisico (come un ologramma) e rimettersi lentamente tramite la radiazione di Hawking. Osservatore in caduta, il passeggero della nave, attraversa l’orizzonte degli eventi senza notare nulla di speciale, in linea con la relatività di Einstein. Trascuriamo in questa sede il principio olografico
- Walter Benjamin: L’Opera d’arte nella sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino, 2011
