Intelligenza Artificiale e Dinamiche Neo-Imperiali
Il bando di Trump sul rilascio di nuovi modelli di Intelligenza Artificiale di Anthropic è una prova di forza o un sintomo del declino nelle nuove architetture dell’imperialismo algoritmico? Nel dibattito pubblico internazionale, il blocco dell’accesso a Fable 5 e Mythos 5 – i modelli di frontiera più recenti di Anthropic -, come la recente decisione di concedere il caccia multiruolo F-35 alla Turchia e persino la decisione di vendere i post su Truth per favorire i sistemi di trading automatizzati, vengono spesso interpretati come un sintomo di declino americano, quasi una prova dell’incapacità statunitense di gestire responsabilmente una tecnologia che ormai determina competitività e sicurezza.
Eppure la lettura più coerente, nel contesto di una analisi strategica, può essere un’altra: non siamo di fronte a un passo falso che segnala debolezza, ma a un’azione che rivela una nuova logica di comando. Washington non sta semplicemente “regolando” o “limitando rischi”: sta dimostrando che il governo degli Stati Uniti può decidere, in modo rapido e unilaterale, chi può usare l’asset tecnologico più capace e soprattutto chi può contribuire (direttamente o indirettamente) alla sua ulteriore evoluzione.
L’Iceberg dell’Intelligenza Artificiale
Prima di passare alle riflessioni di carattere geopolitico è utile introdurre alcuni spunti sul carattere finanziario e istituzionale che scaturiscono nell’interazione con la nuova tecnologia.
“L’esuberanza irrazionale”: il termine fu usato per la prima volta da Alan Greenspan per descrivere quello che stava succedendo a Wall Street immediatamente prima della crisi del dotcom. “Costi quel che costi” fu la determinazione con la quale la finanza decise di sostenere tutto ciò che sembrava legato ad internet. Anche oggi la Banca dei regolamenti internazionali avverte quel possibile rischio per l’alluvione di denaro liquido, che ha reso per la prima volta un uomo trilionario, Elon Musk.
Anche oggi il boom dell’IA, l’inflazione e il debito minacciano l’economia mondiale. Senza ripescare nella memoria l’illusione collettiva dell’inarrestabile progresso – il mito progressista del Ballo Excelsior – che accompagnò l’Europa tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 verso il baratro della Prima guerra Mondiale, bisogna avvertire che questa nuova realtà può essere rappresentata sì dalla stratosferica quotazione di SpaceX, ma bisogna sapere che questo picco di ricchezza è quel 10% della parte emersa di quell’immenso iceberg finanziario, il cui 90% – la parte sommersa – è composta da derivati, veicoli finanziari ed altri azzardi. Solo le cinque sorelle – Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Oracle – si sono indebitate per 121 miliardi di dollari nel 2025 e per 159 nei primi mesi di quest’anno. I profili di rischio vanno oltre il puro perimetro finanziario ed investono anche la promessa di crescita della produttività e della sostituzione del lavoro umano che tardano a manifestarsi. Anzi, in alcune realtà si avvertono segnali in controtendenza con assunzioni di nuovo personale e il blocco degli esperimenti di smart working. Anziché una pura azione di sostituzione dell’umano dal processo si profilano continuamente nuove forme di integrazione uomo-algoritmo. L’altro profilo di rischio si presenta sul lato energetico e ambientale. L’algoritmo si sta sempre più rivelando come potentemente energivoro. Il suo sviluppo impone una nuova infrastruttura affamata di grandi spazi e di enormi quantità di energia, acqua e materie prime, oltre ad altre macchine, tecnici, e ingenti risorse finanziarie. Le ultime stime proiettano il fabbisogno a oltre 8.000 miliardi di dollari nel 2032. Lo stesso CEO di Microsoft, Satya Nadella, stigmatizza il modo con cui ha preso forma la gara per IA, in cui uno sparuto gruppo di persone ha messo sotto controllo l’intero valore della tecnologia destinata a cambiare il mondo, mentre i loro capi fanno profezie apocalittiche, denunciando i rischi della sicurezza e della pauperizzazione, per poi chiedere illimitate risorse ai mercati e domandare al governo di entrare nei loro Board, per controllare il mercato, i concorrenti e garantire l’indicizzazione delle ricchezze.
Altman e lo Statecraft1 del Leviatano algoritmico
In questi giorni Sam Altman, co-fondatore e amministratore delegato di OpenAi, ha proposto di donare all’amministrazione federale americana una quota del 5% del patrimonio azionario – 42,6 miliardi di dollari sulla valutazione di 852 miliardi, il valore stimato a marzo della società -. Per Altman si tratterebbe di filantropismo patriottico. Una sorta di “Alaska Permanent Fund”2 applicata agli algoritmi per redistribuire una parte della ricchezza generata dall’IA ai cittadini americani attraverso lo Stato.
Fuori dalla retorica filantropica, la proposta che lo Stato entri nel capitale di una compagnia tecnologica privata sovverte la stessa struttura logica sia del liberalismo economico, sia dello Stato di diritto fondato sulla divisione dei poteri. È evidente in questa proposta “la cattura del regolatore” – regulatory capture -. L’impresa coopta lo Stato nel proprio patrimonio, trasformando il custode delle regole in curatore dei propri profitti. Come potrebbe esercitare la vigilanza neutrale sulle asimmetrie del mercato o sulla sicurezza dei modelli un soggetto il cui patrimonio è indicizzato ai moltiplicatori dell’azienda.
Nella vecchia foto in bianco e nero realizzata da Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito Comunista, lo “ Stato moderno [ veniva descritto come] un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la clase borghese”3. Oggi lasciando la sfocata immagine e volgendo lo sguardo alla policroma proposta di Altman, non possiamo non cogliere un radicale capovolgimento dei ruoli: lo Stato non è più un soggetto delegato bensì un socio di minoranza -il 5%- del board dell’impresa. Questa immagine rende plastica la nuova configurazione della distribuzione del potere, di chi decide “l’ordine di beccata”4. Nelle potenze autocratiche è il potere politico che discrezionalmente distribuisce quote di potere. A Washington, come in altri Paesi, potrebbero essere le grandi piattaforme globali ad associare nei ruoli di minoranza le istituzioni pubbliche alle proprie strategie.
Questo esercizio non è puramente retorico. In questa nuova realtà l’IA di frontiera è sempre più una “tecnologia dual-use” con riflessi strategici devastanti che potrebbero anche obliterare l’arma nucleare o la crittografia militare.Anche se ancora manca un profilo teorico dell’impatto di questa tecnologia sullo Stato di diritto, sulla divisione dei poteri, sui diritti civili, sulle libertà soggettive, l’attività di Statecraft è chiaramente visibile al Pentagono dove figure come Marc Andreessen5– gestore del fondo di investimenti a16z, che finanzia la nuova industria della difesa hi-tec, come Anduril e ShieldAI, autore del Manifesto dei tecno ottimisti, e altri dirigenti legati a Palantir, sono cooptati nel Defense policy Board o nei Comitati della Sicurezza Nazionale Americana.
La convergenza tra codice, potenza di calcolo, deterrenza militare è l’architrave su cui regge il nuovo concetto di difesa nazionale interamente trasmigrato in “sicurezza nazionale”. Difesa nazionale e sicurezza nazionale non sono sinonimi, nel secondo termine si annida una dimensione ideologica che trasfigura sia i profili dello Stato, sia quelli della cittadinanza.Regalare quote di equity al Leviatano federale non è né retorica filantropica, né un tentativo di democratizzare la ricchezza, bensì la costruzione di un Centauro illiberale attrezzato per il controllo e il dominio secondo i nuovi dettami della sicurezza nazionale, dove non basta più essere cittadini, bisogna essere patrioti e credenti.
La hubris del centauro algoritmico
La geopolitica della frontiera tecnologica – storicamente legata a energia, armamenti e microelettronica – entra qui in una fase nuova. Non è soltanto questione di proprietà intellettuale o di esportazione di macchinari. È la stessa accessibilità funzionale dei modelli a diventare terreno di competizione politica. In breve: l’IA di frontiera smette di essere una “capacità” industriale e diventa un oggetto di sovranità.
Questa trasformazione avviene dentro un contesto specifico: l’attuale presidenza e suo profilo decisionista, può essere descritta come approccio neo-cesarista: potere concentrato, decisioni ampie e rapide, e capacità di usare la cornice della sicurezza nazionale come strumento di gestione delle catene di fornitura e degli ecosistemi tecnologici. Il provvedimento contro gli utenti stranieri è quindi il tassello visibile di una strategia più ampia: creare gerarchie di accesso, preservare vantaggi asimmetrici e impedire che la proliferazione – tecnica e organizzativa – renda replicabile ciò che oggi è dominato dagli Stati Uniti. Questa interpretazione non nega i rischi e i danni potenziali dell’azione americana. Tuttavia, proprio perché l’azione è costosa, incoerente o difficilmente sostenibile nel tempo, essa deve essere letta come espressione politica prima che come soluzione tecnica perfetta. Il bando opera soprattutto come messaggio: chi controlla la definizione pubblica dei rischi controlla anche la distribuzione del potere.
La svolta: dall’IA come prodotto all’IA come accesso
Per gran parte della storia della competizione tecnologica, i governi – almeno quelli che aspiravano a influenzare la traiettoria globale – hanno giocato principalmente su due leve: prodotto e capacità. Dove prodotto significa, cosa puoi esportare, vendere, integrare; quali funzioni concedere, quali output limitare. Mentre la capacità significa con quali componenti (chip, macchinari, know-how) puoi produrre, quali pipeline industriali puoi usare, quali investimenti puoi sostenere.
Nell’IA di frontiera, però, si verifica un passaggio che sposta la guerra di posizione da cosa possiedi a cosa puoi usare, quando e con quali vincoli. In altre parole, il baricentro politico si sposta dal bene tecnologico alla sua accessibilità funzionale. È qui che l’analisi strategica della lettura del significato del bando diventa cruciale. Qui il bando non è solo regolazione dei rischi, è una ristrutturazione del rapporto tra sovranità e tecnologia. Nel contesto in cui l’accesso diventa più importante del prodotto, un modello di frontiera non è un bene statico. È un servizio (spesso, o comunque un ecosistema di inferenza e strumenti), una prestazione cumulativa (più usi e più feedback raccogli, più puoi ottimizzare), una piattaforma di sviluppo (integrazione di agenti, librerie, strumenti di automazione, flussi di lavoro). Anche quando il modello fosse “scaricabile” in teoria, la pratica dell’adozione dipende da condizioni accessorie: computer, tempi di inferenza, controlli di sicurezza, integrazione con software, qualità delle interfacce, aggiornamenti e patch. Quindi l’accesso non è un dettaglio. È la porta attraverso cui entra la tecnologia nella società e nell’economia. Nel linguaggio geopolitico, questo significa che la tecnologia non è più semplicemente un asset. Diventa un canale. E i canali, le porte, gli stretti, quando sono controllati, generano dipendenza anche se formalmente la tecnologia resta “in commercio”.
Dal “jailbreak” alla governance del rischio: sicurezza come giustificazione e come infrastruttura di potere
La motivazione ufficiale del bando è il presunto jailbreak6 e rischi di uso malevolo (hacking, armi biologiche, violazioni di sistemi governativi). Ma la domanda strategica – tipica della geopolitica – è invece: perché una misura che limita l’accesso geografico e/o a categorie di utenti produce anche un vantaggio politico strutturale?
Ci sono tre ragioni, che convivono e si rinforzano. La prima è data dal fatto che la sicurezza diventa un criterio selettivo, in teoria, una policy di sicurezza dovrebbe essere “funzionale” (testare modelli, verificare controlli); in pratica, la sicurezza spesso diventa un linguaggio legittimante per misure “selettive” (chi può ricevere accesso, chi può usarlo, con quali modalità). Il secondo vantaggio è dato dalla circostanza che se la tecnologia è definita come rischio per la sicurezza nazionale, allora diventa legittimo imporre non soltanto standard tecnici, ma anche perimetri di utilizzo. Anche se bisogna tener presente che limitare l’accesso crea frizioni organizzative. Anche se l’utente finale avesse competenze per mitigare i rischi o per aggirarli, la frizione costa in tempo, in termini legali – contratti, interruzioni del servizio -, in termini funzionali, come la necessità di reingegnerizzazione. Nel mercato dell’IA, la frizione è spesso equivalente a una tassa strategica..
La sicurezza diventa un processo non un requisito. Quando mancano regole stabili e trasparenti (o quando sono volontarie e non operative), il governo si trova con strumenti ex post e decisioni ad hoc. Questo rende la sicurezza un processo politico, non un semplice requisito tecnico. Quindi l’accesso è governato attraverso il rischio, ma il rischio è a sua volta “costruito” e interpretato secondo priorità politiche. Il risultato è che la gestione della sicurezza diventa una modalità di comando.
Il bando come cambio di paradigma. Controllo della disponibilità e della traiettoria
Una misura come quella descritta non agisce come un interruttore “on/off” per la pericolosità: agisce come un interruttore “on/off” per il flusso di utilizzo. E i flussi contano, perché nell’IA di frontiera l’utilizzo fornisce evidenze per migliorare (prompting patterns, failure modes, valutazioni), consente integrazioni che trasformano l’IA in agenti e processi, crea competenze operative nelle organizzazioni, genera ecosistemi di strumenti e procedure, che diventano difficili da sostituire. Per il mantenere il vantaggio di traiettoria è necessario essere dentro il circuito di utilizzo e ottimizzazione per evolvere più velocemente. Questa è una differenza rispetto al passato, quando la competizione era spesso più “verticale” (chip, fabbriche) e meno “di servizio”. Oggi nel mondo dei servizi AI, la governance dell’accesso è governance di traiettoria. Inoltre, la questione segnalata dal bando non è solo “chi usa oggi”, ma “chi impara domani”
Nella geopolitica del controllo tecnologico, l’obiettivo di chi impone restrizioni non è necessariamente impedire l’uso in assoluto. Spesso l’obiettivo è impedire che altri acquisiscono: competenze applicative; capacità di verificare e replicare; standard operativi e benchmark; pipeline di integrazione. L’accesso, inoltre, crea istituzioni, non solo competenze individuali, procedure, contratti, team, ruoli. E una volta che queste istituzioni sono create, diventano politicamente e economicamente “inerziali”. Rimuovere l’accesso, quindi, è un modo per impedire la costruzione di istituzioni locali attorno alla tecnologia. Questo aspetto è suggerito dal legame tra bando e dipendenza economica: se l’80% degli utenti è all’estero, allora togliere accesso ha implicazioni su investimenti, fiducia, e soprattutto su chi avrà il vantaggio futuro nel costruire soluzioni su quella base.
Le forme della sovranità: territoriali, di accesso e gerarchica
In un mondo globalizzato, quasi tutte le catene di valore sono transnazionali. Restrizioni basate sulla nazionalità o localizzazione non sono semplicemente burocratiche, sono un modo per “spezzare” catene di collaborazione. Il bando non vale solo per governi esteri. Vale per dipendenti e staff non americani in aziende americane, per partner con contratti globali, per società con infrastrutture di computer e data center non perfettamente localizzati, per integratori che operano cross-border. Se la policy è rigida, la conseguenza è che anche i soggetti che sarebbero “alleati” si ritrovano in una zona grigia, le aziende devono riconfigurare organigrammi e processi, e questo aumenta l’incertezza legale e operativa. Da qui nasce un effetto strategico: la restrizione agisce come una “tassa di riorganizzazione”. Chi può sostenere meglio la riorganizzazione ha vantaggio; chi no, dipende o rinuncia. Tradizionalmente, nella geopolitica classica, la sovranità è territoriale. Oggi, nella competizione tecnologica, emerge una sovranità di accesso, che è data dalla capacità di decidere chi entra nella stanza dove si produce valore.
Se Washington può decidere “chi usa” i modelli di frontiera più potenti, allora esercita una forma di sovranità non sul territorio, ma sulle relazioni e sui canali di utilizzo. Questa è la forma più moderna di controllo imperiale: non serve una conquista territoriale; basta che l’economia degli altri si strutturi attorno a un canale controllato da te. E l’IA di frontiera – per la sua capacità di trasformare processi economici e di sicurezza – rende quel canale particolarmente strategico. Una gerarchia di accesso è, di fatto, un sistema politico di distribuzione del potere tecnologico. Non è un’idea astratta. È il tipo di architettura che può emergere quando una superpotenza decide che la tecnologia di frontiera è troppo importante per essere disponibile in modo indiscriminato. Si possono delineare tre categorie in cui l’espansione si dispiega in termini strategici: quali obiettivi servono, che dinamiche producono, quali reazioni provocano.
“Il core” americano come preservazione del vantaggio e come acceleratore di traiettoria
Il primo livello è quello in cui l’accesso è massimo e non condizionato. L’idea è semplice, se l’IA di frontiera è un moltiplicatore – per la cyberdifesa, per l’intelligence, per la capacità offensiva informatica, per le operazioni e l’automazione – allora l’America deve evitare che gli avversari o concorrenti accumulino capacità equivalenti; impedire che parti della catena di valore globale si emancipano; evitare che i feedback e miglioramenti arrivino in modo simmetrico. Ma c’è un secondo livello, più sottile e più neoimperiale: il core non è solo protetto, ma anche ottimizzato. Quando un ecosistema ha accesso continuo può sperimentare più spesso, più rapidamente, può identificare failure modes, può produrre agenti e integrazioni che trasformano l’IA in infrastruttura operativa, può creare dipendenza interna verso quella piattaforma. “Il core” è sia scudo sia motore. È un motore perché l’accesso continuo alimenta la curva di miglioramento e riduce tempi di apprendimento. In questa ottica, la gerarchia è “neo-imperiale” non tanto perché viola leggi o usa coercizione militare, ma perché costruisce un ordine in cui l’asimmetria tecnologica diventa stabile e sfruttabile.
F22 non F35. Le alleanze sono utili se non si azzera l’asimmetria
L’alleanza è utile, ma non deve trasformarsi in una redistribuzione del vantaggio. L’asimmetria controllata evita che gli alleati raggiungano l’autonomia completa o che riducano il gap. La dimensione Neoimperiale, qui, significa che la dipendenza viene gestita, non si rompe l’alleanza, si evita che l’alleanza diventi un ponte verso la parità tecnologica. Inoltre, l’asimmetria può creare una dinamica psicologica e politica, gli alleati possono sentirsi “partner autorizzati”, ma sanno anche che l’autorizzazione può essere ritirata. Questo rende l’alleanza vulnerabile all’imprevisto. Un sistema leader e seguaci è sempre organizzato “dall ordine di beccata”, che, già oggi l’America adotta. Infatti, ad esempio, permette ai suoi alleati l’acquisto degli aerei F-22, ma non i più avanzati F-35. L’immagine degli F-35 e F-22 è illuminante: non è necessariamente un divieto assoluto, ma una concessione asimmetrica.
Questa pratica, può assumere forme diverse: accesso a modelli “equivalenti” ma con vincoli (limiti di funzione, filtri, riduzione di capability), accesso a versioni non più recenti o con differenze tecniche, accesso per segmenti d’uso specifici (difesa, finanza, ricerca) e non per altri, accesso attraverso canali governativi o contratti che permettono oversight. Qui la funzione strategica è duplice: preservare interoperabilità e alleanza operativa, gli alleati devono poter cooperare su missioni reali. Senza questa asimmetria l’alleanza rischia di diventare incompleta nel nuovo dominio (cyber e AI-enabled intelligence).
Il resto del mondo con “handicap” e precauzioni
Nella struttura concentrica dell’ordine neo-imperiale il terzo livello è il più importante per la distribuzione globale del potere. La nuova distribuzione del potere non mira semplicemente alla sicurezza. Non basta la dimensione securitaria è necessario ridurre l’effetto dimostrativo (vedere la tecnologia non significa poter replicare), limitare la proliferazione di competenze (non basta usare, serve imparare e adattare), impedire la costruzione di ecosistemi concorrenti. Con “handicap” si intendono i modelli destinati al resto del mondo, i quali potrebbero essere più limitati, più sorvegliati, con controlli di sicurezza più rigidi, con costi d’uso più elevati (ad esempio tramite token policy o limiti di inferenza), con versioni ritardate. L’handicap può essere tecnicamente motivato dalla sicurezza, ma strategicamente utile anche come deterrente economico, perché rende l’adozione “meno conveniente” rispetto all’ecosistema core. Questa architettura tende a produrre un circuito nel quale i paesi terzi dipendono dalla disponibilità autorizzativa che genera negoziazioni, li costringe a internalizzare la dipendenza in termini di budget, di infrastrutture e pianificazione industriale. È uno dei modi più moderni di controllo del mercato globale, non serve embargo formale, basta rendere la disponibilità condizionata.
Perché una gerarchia di accesso è coerente con la “sicurezza nazionale” come concetto espansivo
L’IA di frontiera può violare sistemi classificati “in poche ore”. Anche se la cifra è giornalistica o iperbolica, il messaggio politico è chiaro: la capacità è tale da rendere la sicurezza nazionale un tema totale. Quando la sicurezza nazionale diventa totalizzante, allora la gerarchia di accesso diventa “razionale” per chi governa. Gli utenti sono classificati come rischiosi o meno, gli usi sono categorizzati e i confini della policy si allargano fino a includere chiunque. Questa è una trasformazione concettuale. Sicurezza non significa più soltanto proteggere infrastrutture esistenti, ma controllare il rifornimento delle capacità future. In geopolitica, questo è tipico delle potenze che cercano di preservare supremazia in domini emergenti: quando un dominio diventa decisivo, la supremazia non si gioca solo sull’output militare, ma sulla supply chain di conoscenza e capacità.
Incentivi e conseguenze: dipendenza, alleanze, e “spinta” verso alternative (inclusa la Cina)
Un rischio fondamentale della gerarchia è che essa produce reazioni. E le reazioni – nel mondo dell’IA – possono essere relativamente rapide. In questo contesto bisogna scontare il rischio che il bando fornisca al resto del mondo una ragione per “fare squadra con la Cina”. Questo timore è plausibile per almeno tre motivi: economico, industriale, politico Sul versante economico, se l’accesso americano è instabile o politicamente arbitrario, i governi cercano alternative per diversificare. Dal punto di vista industriale, gli investimenti in infrastrutture (data center, compute, integrazioni) richiedono stabilità, se la stabilità manca, i piani vengono rinviati o diversificati. Sul versante più propriamente politico, l’esperienza di dipendenza può trasformarsi in politica identitaria (sovranità tecnologica) e in lobbying internazionale. Quindi la gerarchia neo-imperiale, pur progettata per mantenere il vantaggio, può generare contro-mobilitazione, con la creazione di blocchi capaci di competere su canali alternativi.
Non si può controllare tutto, basta controllare abbastanza. Gerarchia e rischio di fallimento della governance
Una gerarchia di accesso vulnerabile è un dato tecnico. Nel mondo digitale le misure perfette sono rare. Ci sono sempre elementi non controllabili, come, il mercato nero e quello delle identità, la persistenza di accessi anche quando dovrebbero essere bloccati, il jailbreak o bypass su controlli. Allora perché la gerarchia viene comunque attuata? Perché – nella prassi politica – spesso non serve l’eliminazione totale del rischio; serve ridurre la scala, la velocità di diffusione, la qualità complessiva dell’ecosistema fuori dal core. Questo è un principio già noto nel mondo cyber dove non serve “rendere impossibile” un attacco, basta che l’attaccante sia costretto a partire più tardi, con meno risorse o con strumenti inferiori. n chiave geopolitica, la gerarchia crea un divario. E il divario, anche se non perfetto, può bastare a mantenere la dominanza strategica per un periodo decisivo.
Contraddizione interna: il controllo dell’accesso riduce anche l’ecosistema che alimenta l’innovazione
Le misure di controllo riducono le capacità delle sfide portate al sistema ma l’abbassamento della qualità delle sfide impoverisce l’ecosistema che alimenta l’innovazione. La contraddizione sottolinea il legame tra capacità competitiva e qualità dell’innovazione. Se l’accesso globale alimenta gli utenti, i ricavi e -soprattutto – l’ecosistema di utilizzo, un bando troppo ampio può ridurre i feedback e l’adozione, aumentare costi di transazione, creare incertezza che raffredda investimenti,danneggiare la pipeline commerciale e di ricerca. In sostanza, la gerarchia neo-imperiale è efficace nel breve periodo come leva politica, ma nel medio periodo rischia di indebolire la vitalità del sistema che deve alimentare il vantaggio. Questa tensione è geopoliticamente importante perché segnala una variabile: l’uso della tecnologia come “arma” può produrre effetti collaterali che non erano nel calcolo iniziale.
Perché la gerarchia è neo-imperiale anche senza impero territoriale
La forma imperialismo algoritmico non emerge solo nel contenuto del bando. È iscritto nella forma dell’ordine come verticalizzazione, condizionamento politico e centralità della governance americana. Per verticalizzazione dobbiamo intendere l’uso delle leve dell’accesso stratificato e non egualitario. Il condizionamento politico si estrinseca attraverso autorizzazioni revocabili e non necessariamente trasparenti. Mentre la centralità della governance americana, decide amministrativamente le regole di accesso e anche il ritmo della competizione globale. La miscela di questi elementi produce dipendenza perché costringe gli altri paesi ad organizzare piani industriali e di sicurezza attorno a un perimetro controllato. L’impero, qui, è un sistema di distribuzione del diritto d’uso. Non serve occupare basta rendere inevitabile la negoziazione.
Nell’IA di frontiera, la posta geopolitica si sposta dal prodotto all’accesso. Contare “chi può usare”diventa più rilevante di contare “chi ha la tecnologia”, perché l’IA è un ecosistema incrementale e un servizio integrabile. L’accesso è traiettoria, apprendimento, istituzioni e dipendenza. La logica neoimperiale emerge come gerarchia di accesso (cuore americano, alleati con capacità ridotte, resto del mondo con handicap e controlli). Questa architettura trasforma sicurezza nazionale in infrastruttura di potere, non elimina il rischio, ma mantiene l’asimmetria. Tuttavia produce anche effetti collaterali come incertezza, reazioni politiche e possibili accelerazioni verso alternative.
Il neo-cesarismo. Come l’accesso diventa comando e la velocità potere
Nel processo dell’impero algoritmico, la gerarchia di accesso non sarebbe possibile senza un modo di governare tipico del cesarismo tecnologico. L’idea portante è che, in un dominio ad alta posta e ad alta velocità di evoluzione, lo Stato debba agire con strumenti rapidi, concentrati e capaci di incidere sulla realtà prima che essa si stabilizzi in regole condivise. Qui il riferimento non è solo all’autorità politica in senso classico, ma a un paradigma amministrativo: intervenire tramite leve piuttosto che tramite standard.
Nel mondo dell’IA di frontiera, il tempo è una variabile strategica. Se i modelli evolvono rapidamente, i processi regolatori lenti diventano insufficienti. Il neo-cesarismo risponde con una logica. Se non puoi costruire regole stabili, usa la capacità di decisione immediata. Questo produce tre effetti geopoliticamente rilevanti: opacità relativa, discontinuità, centralizzazione del controllo. Per opacità relativa si deve intendere che le basi legali e i criteri pratici possono non essere pienamente chiari o non immediatamente coerenti, perché l’azione nasce per gestire una contingenza. Mentre la discontinuità evidenzia come il sistema di governance cambia ritmo; costringendo gli attori esterni (imprese, governi, alleati) a pianificare in condizioni di incertezza. La centralizzazione del controllo diventa la capacità di imporre un vincolo immediato, soprattutto a un attore privato, trasferisce potere allo “stato che decide”. In questo quadro analitico, il bando non è una norma nel senso forte del termine. È un atto di controllo che segnala cosa succede quando lo Stato sceglie di esercitare la propria sovranità su una capacità strategica.
Intervenire su attori privati. Sovranità amministrativa oltre la sovranità territoriale
Un elemento che rende la dinamica simile a una forma di cesarismo è il bersaglio: non un ente statale estero, non un impianto fisico, ma un laboratorio privato che eroga un servizio con utenti globali. Questa scelta produce un cambio di paradigma. Non si governa solo “la produzione” (chi fabbrica, chi esporta). Si governa “l’accesso operativo” (chi può usare la capacità). Geopoliticamente, questa è una novità: in passato la leva era spesso la restrizione su componenti fisici (chip, macchinari) o su esportazioni. Qui la leva è contrattuale e amministrativa. Bloccare l’uso equivale a intervenire sulle catene di valore e sugli ecosistemi di applicazione. La sovranità tecnologica diventa quindi sovranità del circuito: chi controlla il circuito di accesso controlla anche la traiettoria di utilizzo, iterazione e diffusione.
Modalità di controllo. Regolazione come gestione del rischio politico
Trasmettere l’idea che gli apparati di sicurezza nazionale siano in modalità di controllo. Significa che la governance non avviene come policy calibrata e prevedibile, ma come gestione continua del rischio. In pratica, una modalità di controllo tende a preferire strumenti reversibili (sospensioni, restrizioni, permessi), usando categorie di classificazione (rischioso/non rischioso) più che criteri misurabili e stabili, e applica le regole caso per caso, soprattutto quando la tecnologia corre più veloce dei tribunali e delle agenzie. In questo contesto emerge la logica neo-cesarista: quando la tecnologia è troppo dinamica, lo Stato tenta di sostituire la lentezza regolatoria con la presa decisionale.
Il paradosso. Perché un sistema per “ridurre rischio” può aumentare l’instabilità che pretende di contenere
Il cesarismo tecnologico produce spesso un paradosso: l’azione nasce per proteggere la sicurezza, ma genera effetti che aumentano l’incertezza sistematica come i costi di transizione, l’incertezza per gli investitori, le spinte verso i bypass e il rischio di delegittimazione. Costi di transazione sono generati dalla necessità della ricostruzione delle procedure, dei contratti e delle pipeline per le aziende che integrano modelli. Se l’accesso può essere improvvisamente ritirato questo genera incertezza per investitori e clienti e diminuisce la disponibilità a investire in progetti di lungo periodo (data center, integrazioni, enterprise). Inoltre, quando la governance non è prevedibile, aumentano gli incentivi a trovare strade alternative, bypass come il mercato nero, le false identità o i tool di “jailbreak”.
Se, infine, la sicurezza nazionale è percepita come “strumento di pressione” più che come tutela, la fiducia degli alleati e del mercato cala, e la crisi di delegittimazione rende più probabile la ricerca di autonomia. Geopoliticamente, ciò significa che la leva neo-cesarista può ridurre il rischio in un punto (accesso controllato), ma aumentarlo altrove (instabilità, frammentazione, incentivi a competere fuori dal perimetro USA).
La nuova sicurezza nazionale come infrastruttura di potere e come linguaggio di governo
Nel dibattito classico, la sicurezza nazionale era la cornice che giustificava difesa, intelligence, protezione di infrastrutture critiche e deterrenza. Oggi la sicurezza nazionale sta assumendo un ruolo diverso. Diventa un’infrastruttura di potere capace di organizzare catene globali e determinare chi può partecipare alla creazione di valore tecnologico. Nella nuova dimensione la sicurezza cambia natura e significato da minaccia fisica viene trasfigurata in minaccia informazionale.
L’IA di frontiera è descritta come una tecnologia capace di violare sistemi classificati in tempi rapidi, accelerare attacchi cyber, abilitare comportamenti e strumenti con potenziale offensivo. Questo tipo di narrazione – anche letta criticamente – configura un nuovo concetto: quando la tecnologia può incidere su sistemi sensibili, la sicurezza nazionale non è più solo “un dominio tra altri”. Diventa il criterio che permea l’intera economia dell’IA. Ed è da questa nuova configurazione che nasce la nuova sicurezza nazionale, che non riguarda soltanto l’uso militare diretto, riguarda la diffusione e l’infrastruttura di utilizzo, riguarda soprattutto la capacità di apprendere e migliorare più velocemente di altri. In breve, la sicurezza nazionale diventa anche competizione di traiettoria. In termini geopolitici, l’opacità ha un effetto: gli attori esterni interpretano il rischio come imprevedibilità e l’imprevedibilità spinge verso la diversificazione (nuovi fornitori, nuovi ecosistemi, oppure maggiore vicinanza a blocchi concorrenti).
Quando l’accesso ai modelli diventa un tema di sicurezza nazionale, gli alleati non negoziano soltanto standard tecnici, compatibilità operative e procedure di intelligence. Negoziano soprattutto la durata e la reversibilità dei permessi, la possibilità di usare la tecnologia in scenari imprevisti, il rischio che cambiamenti politici possono interrompere capacità già pianificate. Ne deriva una nuova forma di instabilità tra alleata. La cooperazione non si basa più solo su fiducia e interoperabilità, ma su concessioni che possono essere ritirate unilateralmente.
La sicurezza nazionale come difesa dell’asimmetria
l’IA di frontiera non è soltanto pericolosa. È anche decisiva per la superiorità informazionale e industriale. Se la sicurezza nazionale è l’argomento, l’obiettivo implicito può essere quello di preservare l’asimmetria tecnologica, impedire che la capacità si diffonda abbastanza da ridurre il vantaggio statunitense, controllare la supply chain di apprendimento, non solo la supply chain dei chip. Questa lettura non richiede di affermare che la sicurezza sia pretesto. Richiede invece di riconoscere una verità geopolitica: la sicurezza, quando è totale, tende ad assorbire anche obiettivi di potenza. Il linguaggio securitario rende politica ordinaria ciò che altrimenti sarebbe contestato come interferenza.
La posta in gioco per l’ordine internazionale
L’accesso sostituisce il prodotto come variabile geopolitica primaria. Nell’IA di frontiera conta non solo chi possiede, ma chi può usare e migliorare senza interruzioni. Il cesarismo tecnologico – inteso come decisionismo e governance per leve – trasforma la gestione del rischio in un controllo amministrativo dell’ecosistema. La sicurezza diventa una leva politica più che un processo tecnico stabile. La nuova sicurezza nazionale non è più, quindi, solo difesa, ma architettura di potere, inquadra restrizioni, autorizzazioni e permessi come misure necessarie, e produce gerarchie globali e dipendenze. Se gli Stati Uniti stabiliscono che l’IA di frontiera è un tema di sicurezza nazionale con gestione tramite permessi e restrizioni, l’ordine internazionale tende a spostarsi verso un modello “a blocchi”: non soltanto alleanze militari o partnership economiche, ma perimetri di accesso alle capacità. La conseguenza più delicata è che ciò può generare reazioni competitive per l’autonomia di computazionale, per le infrastrutture e i talent. Spingere per la diversificazione verso canali alternativi e la frammentazione dell’ecosistema dell’IA. In altre parole la governance neo-imperiale dell’accesso mira a preservare il vantaggio, ma rischia di accelerare proprio la nascita di capacità concorrenti e l’erosione della cooperazione. In altre parole, il bando contro Fable e Mythos non va letto, solo, come incidente o prova di confusione regolatoria. Va evidenziato un profilo di transizione storica che emerge quando una tecnologia diventa infrastruttura di potere, per cui la sicurezza nazionale diventa la grammatica con cui si riscrivono i confini dei nuovi domini economici e politici. E in questa riscrittura, la sovranità tecnologica degli altri non viene negata, viene resa negoziabile.
Il blocco dell’accesso a modelli di frontiera come Fable 5 e Mythos 5 non può essere interpretato in modo esaustivo né come semplice esito di contingenze regolatorie, né come indicatore univoco di declino. In prospettiva strategica, la misura segnala piuttosto l’emergere (o il consolidamento) di un nuovo regime di competizione. La posta non è soltanto la disponibilità di una tecnologia, bensì la sua accessibilità funzionale, ossia la capacità di decidere chi possa usarla, integrarla, sperimentarla e quindi contribuire – direttamente o indirettamente – alla sua ulteriore evoluzione. In questa cornice, la sicurezza nazionale si configura come linguaggio di governo capace di legittimare interventi che, pur assumendo forme amministrative e contrattuali, producono effetti geopolitici strutturali. Il punto decisivo risiede nel passaggio dalla competizione “verticale” (prodotto/capacità) alla competizione “di servizio” (accesso-uso-traiettoria). Limitare l’uso non coincide necessariamente con impedire l’output, ma può comunque rallentare l’apprendimento collettivo, frammentare la diffusione delle competenze, introdurre costi di transazione e ritardi istituzionali. La conseguenza teoricamente più rilevante è la trasformazione dell’IA di frontiera in un oggetto di sovranità negoziabile. L’autonomia degli altri non è eliminata in senso assoluto, ma resa dipendente da perimetri controllati.
L’Europa come Grande spazio nella geopolitica neo-imperiale
Una risposta europea è possibile solo se l’Unione Europea riconosce se stessa come “Grande spazio”, solo se è in grado di esprimere una scala adeguata delle capacità tecnico scientifiche, finanziarie e politiche necessarie nell’attuale fase competitiva. Per rompere il duopolio dell’IA è necessario perseguire una coalizione con le medie potenze, con le quali costruire un sistema di “ordine di beccata” basato su regole condivise e non sul comando neo cesaristico del nuovo ordine neo imperiale.
Per avviare questo processo è anche necessario che L’Unione Europea si sappia riconoscere come “la giraffa”7 di Togliatti nel sistema istituzionale internazionale. Un animale strano, ma anche in buona salute, diverso dalle medie potenze per peso economico e demografico, diverso dagli altri stati per forma di legittimazione diretta e organizzazione politica, ma un grande spazio del rule of the law, e dei diritti politici e sociali. E ciò non rappresenta, un limite per lo sviluppo delle capacità coalizionali. Anzi i due percorsi possono essere sinergici, più si esercitano le capacità di relazioni maggiore può essere la consapevolezza del rafforzamento delle fondamenta legittimanti.
Quindi per l’Europa, la risposta non può essere ridotta a una logica di attesa né a una replica difensiva sotto forma di protezionismo generalizzato. Se l’accesso opera come leva politica, la strategia europea deve diventare quella del potere negoziale, ovvero stabilire condizioni di accesso più prevedibili e durature, trattare le autorizzazioni come asset di politica industriale e non esclusivamente come vicende regolatorie, costruire la possibilità di usare i sistemi disponibili oggi senza rinunciare all’obiettivo di rafforzare capacità proprie. Ne consegue che l’orizzonte europeo deve includere una doppia traiettoria: da un lato, mitigare la dipendenza strutturale; dall’altro, ridisegnare i prerequisiti materiali della competitività ( algoritmi, capacità di calcolo, infrastrutture energetiche, capitale e capacità organizzative).
Punti per una possibile agenda europea, coerenti con la logica dell’accesso.
Per costruire una polarità non autoritativa del governo dell’IA, l’Europa deve lavorare a una coalizione con altre medie potenze in grado di coprire segmenti differenti della catena del valore – dal lato dei materiali e delle tecnologie di produzione (ad esempio litografia, memorie, attrezzature semiconduttori) fino alle infrastrutture energetiche e alle competenze di talento e governance. La utilità razionale di tale coalizione deriva dall’osservazione che i vantaggi individuali risultano fragili in un regime in cui l’asimmetria può essere rinegoziata ex post; aggregare leve differenti accresce, invece, la credibilità della posizione negoziale complessiva.
La costruzione di una infrastruttura coalizionale permette di accelerare la propria quota di calcolo e la capacità infrastrutturale e di perseguire un’espansione significativa del potenziale di addestramento e di sperimentazione. Se la traiettoria di sviluppo premia l’accesso continuo e la possibilità di testare e integrare con cadenze ravvicinate, l’assenza di scala operativa si traduce in una perdita di velocità istituzionale e di apprendimento. La dimensione energetica e la pianificazione dei data center assumono, in questa prospettiva, un ruolo centrale: la sovranità non si realizza come autarchia, ma come interdipendenza governata attraverso accordi e investimenti.
L’Europa deve, inoltre, rafforzare il proprio mercato dei capitali e la capacità di mobilitare investimenti su orizzonti pluriennali, riducendo i vincoli che ritardano l’allocazione di risorse verso infrastrutture e ricerca. In un regime in cui l’accesso può essere modificato rapidamente, la stabilità finanziaria e contrattuale diventa condizione necessaria per evitare che l’innovazione si trasformi in opportunismo di breve periodo.
La dimensione della competitività richiede anche una riforma delle condizioni di lavoro in chiave di flexicurity o equivalenti assetti istituzionali. L’adozione dell’IA costituisce un processo di trasformazione organizzativa: se le rigidità rendono costoso e lento il cambiamento, l’Europa rischia di mantenere una quota di mercato ma di perdere la sua capacità di trasformare tecnologia in produttività e servizi. La coesione sociale deve quindi essere considerata non come freno, ma come meccanismo di sostenibilità politica dell’azione, tramite nuovi standard del welfare.
Riaccendere la fiaccola dell’umanesimo prometeico
L’Europa deve ricordare che la natura dell’uomo è pro-gettante, la sua mente è aperta, il suo tempo è l’avvenire. In questa chiave la strategia europea deve affrontare una sfida ulteriore, come far vivere le libertà e la democrazia, come promuovere una narrazione della loro necessità. Un discorso centrato esclusivamente sui rischi di perdita di competitività non è sufficiente a mobilitare consenso in tempi compatibili con quelli richiesti dall’innovazione. È necessario articolare una visione che colleghi la trasformazione tecnologica a benefici concreti per le persone, includendo protezione e sicurezza dell’IA, ma anche opportunità occupazionali e miglioramenti nella qualità dei servizi e della vita.
In questo senso l’Europa deve essere cosciente che anche qualora il divieto o i suoi effetti dovessero essere modificati, l’elemento strutturale della dipendenza – vale a dire l’esistenza di un regime di accesso controllabile dall’esterno – permarrà come vincolo strategico. Pertanto, bisogna utilizzare attivamente la tecnologia disponibile oggi, costruendo capacità e condizioni per negoziare e contemporaneamente avviare le trasformazioni che meglio possono sfruttare la finestra di opportunità, con effetti cumulativi sulla traiettoria industriale.
In sintesi, l’evento segnalato dal bando statunitense può essere letto come un passaggio dall’asimmetria tecnologica a un’asimmetria di accesso e traiettoria. Per l’Europa, la sfida non consiste soltanto nel recuperare autonomia in astratto, ma nel trasformare tale dipendenza in leva, investendo in infrastrutture e capitale, costruendo coalizioni, riformando condizioni di adozione e sviluppando una visione sociale della trasformazione. Solo così la sovranità tecnologica potrà configurarsi come capacità di governo dell’interdipendenza – più che come pretesa di autosufficienza – e l’Europa potrà evitare di perdere il ciclo di apprendimento che decide la competitività nei domini dell’IA di frontiera.
Note:
- Statecraft (traducibile in italiano come “arte di governo” o “arte dello Stato”) è la gestione strategica del potere da parte dei leader politici per guidare un paese, mantenere la stabilità interna e difendere gli interessi nazionali nel mondo.Il concetto affonda le radici nella filosofia di Niccolò Machiavelli ed è stato formalizzato nella scienza politica contemporanea da studiosi come David Baldwin. Per esercitare l’arte di governo, uno Stato utilizza quattro leve fondamentali: Diplomazia: Negoziati, trattati e alleanze formali con altri paesi. Informazione: Gestione della propaganda, intelligence, cyber-strategia e soft power culturale. Economia: Sanzioni economiche, dazi commerciali, aiuti esteri e accordi commerciali. Militare: Uso o minaccia della forza, deterrenza nucleare e operazioni di difesa. Lo statecraft richiede una visione a lungo termine: Obiettivo: Garantire la sopravvivenza, la sovranità e la prosperità dello Stato in un contesto internazionale competitivo.Ambito: Unisce la politica interna (mantenimento dell’ordine e della legittimità) alla politica estera (geopolitica).
- L’Alaska Permanent Fund (APF) è un fondo sovrano d’investimento costituzionale istituito dallo Stato dell’Alaska nel 1976, gestito dalla società pubblica Alaska Permanent Fund Corporation (APFC). Creato per trasformare i ricavi finiti derivanti dalle estrazioni di petrolio e minerali in una risorsa economica rinnovabile, il fondo ha raggiunto a metà del 2026 una capitalizzazione record superiore agli 85 miliardi di dollari.
- Marx, Engels, Il Manifesto del Partito Comunista
- L’ordine di beccata (in inglese pecking order) è un concetto biologico ed etologico che descrive la gerarchia sociale all’interno di un gruppo di animali. Il termine fu coniato nel 1921 dallo zoologo norvegese Thorleif Schjelderup-Ebbe, che studiò il comportamento dei polli domestici.La gerarchia si stabilisce attraverso l’aggressione fisica: Il dominante: Il soggetto Alfa ha il diritto di beccare tutti gli altri senza essere a sua volta beccato. Ha accesso prioritario al cibo, all’acqua e ai nidi migliori. I subordinati: Gli altri membri del gruppo si posizionano in una scala lineare (il secondo becca tutti tranne il primo, il terzo tutti tranne il primo e il secondo, e così via). L’ultimo: L’animale Omega viene beccato da tutti e riceve le risorse per ultimo.
- Marc Andreessen è uno dei più influenti informatici, imprenditori e investitori di Venture Capital nella storia della Silicon Valley. La sua figura è centrale nello sviluppo della tecnologia globale, noto per aver rivoluzionato l’uso della rete negli anni ’90 e per guidare oggi gli investimenti sulle tecnologie del futuro attraverso la sua società Andreessen Horowitz (a16z)
- La parola inglese jailbreak si traduce principalmente in italiano con evasione o fuga dal carcere. Il significato cambia a seconda del contesto in cui viene utilizzata: letteralmente con evasione, fuga dal carcere; in un contesto Informatico e Tecnologico la parola viene usata quasi sempre non tradotta, se si vuole esprimere il concetto in italiano, si utilizzano espressioni descrittive, come sblocco (o sblocco del dispositivo), con il significato di Rimozione delle restrizioni software imposte dal produttore per installare applicazioni non ufficiali;nel contesto Intelligenza Artificiale (AI), nel mondo dei modelli di linguaggio (LLM) come ChatGPT, il termine è rimasto invariato anche in italiano, con il significato di forzatura o aggiramento dei filtri di sicurezza tramite prompt specifici, usata per spingere l’AI a generare contenuti altrimenti bloccati.
- La metafora di Togliatti sul PCI come “giraffa” indicava il partito come un organismo bizzarro e anomalo nel panorama internazionale, che per forma, storia e radicamento non avrebbe avuto motivo di esistere secondo la logica ortodossa, ma che invece esisteva, cresceva ed era ben in salute.
