Dopo la liberazione di Kerson, a oltre otto mesi dall’invasione della Russia di Putin dell’Ucraina, è possibile trarre qualche primo bilancio partendo dall’analisi delle varie fasi della guerra sul piano militare, dal blitzkrieg mancato, alla guerra d’attrito, alla controffensiva ucraina. Sul terreno militare le forze occupanti hanno mostrato intrinseche debolezze, sia tattico-strategiche che logistiche. Ancora più preoccupante appare l’incapacità dell’apparato industriale-militare di sostenere lo sforzo bellico e la necessità della Russia di ricorrere ai mercati stranieri per rifornire le proprie truppe. Il tentativo di ripristinare l’impero dei Romanov per il momento sembra drasticamente svuotato, così come la pretesa geopolitica della Russia quale potenza globale. Ma dal 24 febbraio è in corso un’altra “più tremenda della guerra” come ebbe a dire Woodrow Wilson a proposito della così detta arma economica: le sanzioni. Oggi è possibile, oltre che utile, cercare di tracciare un primo profilo dell’impatto che le misure e contromisure commerciali, finanziarie ed economiche stanno avendo sui fatti militari e sull’economia regionale e globale. Il blocco e il ripristino del flusso del grano e degli approvvigionamenti energetici, tra gli altri, hanno mostrato come gli impatti economici delle sanzioni si riverberano ben oltre il teatro della guerra. Si abbattono sulla Russia e investono l’economia globale.

Le sanzioni: uno strumento antico della guerra globale

La prima applicazione di sanzioni economiche che la storia ricordi può essere fatte risalire a cosiddetto “decreto Megarese” con il quale l’Atene di Pericle nel 432 a.c. escludeva i commercianti di Megara dal mercato ateniese e da quello degli alleati. Tucidide lucidamente annota che “la guerra non sarebbe stata dichiarata se [gli Ateniesi] avessero abrogato le disposizioni prese ai danni di Megara”, perché “il decreto imponeva il divieto di usufruire dei porti del dominio ateniese e di intrattenere scambi commerciali con l’attica”1 . Nei tempi moderni e contemporanei i blocchi degli scambi e lo strangolamento economico hanno continuato ad essere strumenti della guerra. Dal 1919, però, questo kit di strumenti si è in parte reso autonomo dalla stretta azione bellica, fino ad essere individuato come strumento di prevenzione della guerra stessa. Questo cambiamento da strumento del tempo della guerra a strumento del tempo della pace arriva a prendere forma nel ventesimo secolo.

L’Utopia della revocazione della guerra con l’arma economica

Il tentativo di esorcizzare la guerra diventa sempre più consistente nel pensiero moderno. L’idealismo ottimista ha pensato, e continua a farlo, di imbrigliare la guerra ricorrendo ad una serie di divieti od obblighi che isolano un Paese dal resto della comunità degli Stati. Nel ventesimo secolo questa modalità potè diventare una strategia da perseguire grazie alla crescente integrazione delle economie, dovuta alla crescita esponenziale dei commerci legati all’avvento dell’industria e alle produzioni di massa, che ruppero le autarchie degli Stati autosufficienti. Nella storia moderna, quindi, la pace mondiale è stata un’idea potente, ma anche una delle più elusive e ricca di smentite. Questo oscillare tra speranza e desolazione prese una nuova urgenza dopo le distruzioni senza precedenti della Prima Guerra Mondiale. I vincitori crearono una nuova organizzazione internazionale, la Lega delle Nazioni, che prometteva di unire gli Stati del mondo in una libera associazione e risolvere le dispute attraverso la negoziazione. Il collasso globale dell’ordine politico ed economico negli anni ’30 e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale resero facile l’abolizione della Lega come impresa utopica. Iniziò allora la riflessione sui trattati di pace ritenuti fatalmente fallaci e sulle nuove istituzioni internazionali, troppo deboli per preservare la stabilità. Questa impostazione, presente ancora oggi, sosteneva che le istituzioni internazionali create come presidio del governo delle relazioni tra gli Stati per preservare la pace, come la Lega prima e successivamente l’ONU, mancavano però dei mezzi per ridurre all’obbedienza i disturbatori della pace. Ma questa , allora, non fu la visione dei suoi fondatori, i quali credevano di aver equipaggiato l’organizzazione con un nuovo e potente tipo di strumento coercitivo adeguati al mondo moderno: le sanzioni.

L’arma economica “alcune volte più tremenda della guerra”

Lo strumento che doveva garantire la nuova era di pace erano le sanzioni, descritte nel 1919 dal Presidente Usa Woodrow Wilson come “alcune volte più tremende della guerra”. La minaccia era quella di un assoluto isolamento […] E’ un rimedio terribile. Non costerà vite fuori dalla nazione boicottata, ma porterà una pressione sopra la nazione che, a mio giudizio, nessuna moderna nazione potrà resistere”2. Nel primo decennio dell’esistenza della Lega, lo strumento descritto da Wilson fu spesso riferito come arma economica. La sua designazione si richiamava alla pratica della guerra del blocco navale che l’aveva ispirata. Durante la Prima Guerra Mondiale gli Alleati, guidati dall’Inghilterra e dalla Francia, avevano lanciato una guerra senza precedenti contro la Germania, l’Austro-Ungheria e l’Impero ottomano, ereggendo un blocco navale che interruppe il flusso di beni, energia, derrate alimentari e informazioni verso i loro nemici. Ci fu un impatto severo sull’Europa centrale e sul Medio Oriente, dove centinaia di migliaia di persone morirono di fame e malattie. Il blocco si dimostro così un’arma molto potente. La prima massiccia applicazione delle sanzioni fu così efficace nel fiaccare le società civili dei Paesi soggetti al blocco e fece varcare al concetto di guerra un’altra linea rossa: la distinzione tra obbiettivi militari e obbiettivi civili. Anzi, possiamo affermare con sufficiente sicurezza che a pagare le conseguenze dei blocchi erano prevalentemente le società civili. Oggi più o meno un secolo dopo la Grande Guerra, queste misure hanno un differente, ma più conosciuto nome: sanzioni economiche.

Un’arma della guerra nel tempo della pace

L’affermazione delle sanzioni nelle relazioni internazionali segnala l’ascesa dell’approccio liberale al primo conflitto mondiale, che è ben vivo ancora oggi. Le sanzioni si diffusero oltre i confini della guerra e della pace e divennero un driver delle relazioni internazionali, producendo un nuovo modo per mappare e manipolare la fabbrica dell’economia mondiale, sfidando la concezione liberale della coercizione e alterando il corso delle leggi internazionali. All’indomani del grande mattatoio rappresentato dalla Prima Guerra Mondiale, presero rapidamente  piede le idee che proponevano la necessità di impedire che la grande tragedia appena trascorsa potesse ripetersi. La coercizione all’accesso dei beni, alla compartecipazione dello sviluppo e del benessere furono viste come strumenti efficaci, ma soprattutto non cruenti. Queste idee furono abbracciate dalle nascenti tecnostrutture degli Stati e degli organismi internazionali, dalle elite politiche sotto la pressione delle associazioni civili, da esperti tecnici nelle grandi democrazie europee, britannica e francese, ma anche nella Germania di Weimar, nella prima Italia fascista e negli Stati Uniti. Dopo una prima fase di entusiasmo verso i nuovi strumenti che promettevano di bandire la guerra tra le nazioni civili, cominciarono a sorgere dei dubbi sia sulla loro efficacia, sia per l’impatto indiscriminato che tagliava netto il confine tra obbiettivi militari e civili. Dallo scoppio della guerra del 1914 fino alla della creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1945, si sviluppò un’accanita discussione sulla possibilità di mettere in sicurezza il mondo attraverso le sanzioni economiche. Ma la vera innovazione fu imposta dai vincitori della Prima Guerra Mondiale, allorché incorporarono l’arma economica nell’articolo 16 nella Convenzione della Lega delle Nazioni, trasformandola da istituzione della guerra in istituzioni della pace. La Lega delle Nazioni è stata troppo superficialmente giudicata come un’istituzione idealistica e velleitaria. Una riflessione più attenta potrebbe, invece, farci riflettere su come e perché molti strumenti innovativi adottati dalla Lega come nuovi istituti della governance internazionale, nell’economia globale, nella salute mondiale, nella giustizia internazionale e nello stesso uso sanzioni, sono sopravvissuti all’organizzazione e continuano ad essere parte delle Nazioni Unite dopo la Seconda Guerra Mondiale. Proprio l’uso delle sanzioni è diventato uno dei principali strumenti dell’Onu ed ha subito uno straordinario incremento. Oggi sono usate con grande frequenza, per censurare o promuovere un’ampia gamma di obbiettivi sociali e politici. In retrospettiva l’arma economica si è rivelata come una delle più durature innovazioni dell’internazionalismo liberale del ventesimo secolo ed è una chiave per comprendere il suo paradossale approccio alla guerra e alla pace, ma soprattutto un potente strumento di governo dei reggitori dell’ordine globale e della sua economia.

La guerra economica e larsenale delle sanzioni

Nel corso del tempo le sanzioni si presentano sempre più come uno strumento di gestione del confronto e del conflitto e possono essere usate a scopo deterrente. Sono una minaccia che, come i danni materiali di guerra, sviluppa i suoi effetti anche nel futuro sulla qualità della vita delle generazioni a venire. Come con l’uso dei gas nella Prima Guerra Mondiale e dei bombardamenti aerei sulle gradi città nella Seconda, scompare il confine tra vittime militari e civili, così con l’arma delle sanzioni viene abolito il confine non solo tra militari e civili, ma anche tra le generazioni. Le sanzioni inoltre sono attrattive non solo per il loro potente impatto, ma perché sono più facili da usare: il loro potere coercitivo non è attuato attraverso “boots on the ground”, bombardamenti o altre azioni militari, ma da dietro una scrivania. Il campo delle operazioni non è un terreno visibile, ma la loro forza si sprigiona allo stesso modo. Senza ignorare i suoi effetti fisici Wilson affermava che il loro vero potere era psicologico: “le sanzioni funzionavano perché è l’anima che è ferita più intensamente che il corpo”3.

Anche oggi, oltre le martoriate città ucraine e le devastazioni dei campi di battaglia, si sta combattendo un altro violento conflitto con l’arma economica con un’intensità che non si era più vista dalla Seconda Guerra Mondiale, nel tentativo di degradare la capacità economica della Russia nel sostenere il conflitto. In questo senso la guerra in Ucraina rappresenta uno “stress test” dell’assetto globale. L’iniziativa militare della Russia, oltre agli obiettivi territoriali in Ucraina, rappresenta una sfida revisionista dell’Ordine globale a guida occidentale. La risposta alla guerra russa, organizzata dall’Occidente e dall’Ucraina, si muove su un doppio livello: quello militare e quello delle sanzioni. Il primo è funzionale a reggere l’urto dell’invasione e successivamente contrattaccare per riaffermare la propria integrità territoriale. Il secondo, quello delle sanzioni, è indebolire l’economia russa, in modo da fiaccare la possibilità di sostenere il suo profilo di potenza globale. L’applicabilità e l’efficacia di questo arsenale rivelerà anche le capacità delle “liberal democrazie” di proiettare, in caso di successo, questa nuova architettura e la gestione di questi strumenti che intesseranno l’ordine globale nel decennio che abbiamo di fronte ed oltre, includendo l’India e la Cina.

Tra l’ultimo scorcio del 2021 e l’inizio del 2022, mentre la Russia rendeva sempre più chiare le sue intenzioni di invadere l’Ucraina, gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati hanno applicato una serie di  sanzioni senza precedenti. Il campo delle sanzioni è strutturato su quattro filoni. Le persone: Oligarchi vicini all’amministrazione e la cleptocrazia istituzionale, con divieti di movimento e il sequestro dei beni. Le misure finanziarie: sconnessione del sistema finanziario russo dal sistema globale e dallo standard del dollaro. Il blocco delle esportazioni dell’energia: uscita da parte dei Paesi occidentali dalla dipendenza energetica russa e progressivo blocco degli acquisti. Il divieto di esportazioni di prodotti, tecnologie e componenti alla Russia: l’elenco dei beni dual use messi sotto bando colpiscono sia l’industria militare che quella civile, dall’automotive all’industria estrattiva, dalle banche all’energia, dalla medicina alle reti digitali, ai trasporti e molto altro. Lo spettro delle sanzioni, se applicato con efficacia e per un tempo significativo, può colpire duramente le capacità produttive del Paese nei prossimi decenni con un impatto complessivo molto pesante sull’intera società.

Le sanzioni saranno efficaci?

Il sistema finanziario occidentale ha congelato metà delle riserve russe in valuta, pari a 580 miliardi di dollari, e la maggior parte delle grandi banche russe sono state tagliate fuori dal sistema globale dei pagamenti. L’America ha smesso di comprare petrolio russo e presto, a partire dal prossimo febbraio, l’embargo europeo sarà pienamente attivo. L’Europa nel frattempo sta costruendo il suo disancoraggio dalla dipendenza del gas russo, rendendo le pipeline Nord Stream non più strategiche per la sua sicurezza. Nello stesso tempo oligarchi e alti burocrati sono stati colpiti dai divieti di ingresso e i loro beni, dai depositi alle proprietà di società, dalle abitazioni di lusso ai super yacht, sono stati sequestrati. L’approvvigionamento dell’industria russa di prodotti tecnologici e componentistica, inoltre, è stato bloccato. 

Queste misure, oltre a soddisfare le opinioni pubbliche occidentali, hanno effettivi obbiettivi strategici? Come vedremo, i vari tipi di sanzioni hanno avuto e stanno avendo impatti diversi. Alcuni, pur essendo efficaci nel colpire i beni personali e le libertà di movimento delle persone, non hanno un reale impatto né sull’economia, né sulla guerra. Altri tipi, come il divieto di commercio dell’energia, delle derrate alimentari o di altre materie prime hanno avuto un andamento contraddittorio. Possono limitare l’afflusso di valuta pregiata verso la Russia, ma contemporaneamente hanno provocato un’impennata dei prezzi del mercato energetico, in Europa e nelle altre nazioni sviluppate. E in particolare le derrate alimentari hanno innescato la difficoltà di approvvigionamento di mercati importanti come quello africano. Gli obbiettivi a breve termine che, almeno inizialmente, erano quelli di innescare una crisi di liquidità nella bilancia dei pagamenti della Russia per rendere difficile il finanziamento dei costi della guerra in Ucraina, non hanno avuto l’effetto desiderato. Nel lungo termine, l’intento occidentale era quello di colpire le capacità produttive e gli sviluppi tecnologici dell’intera economia e non sono dell’apparato industriale-militare. Al momento possiamo dire che questi obiettivi stanno dimostrando una maggiore efficacia nel produrre un reale declassamento del livello di bellicismo russo.

Una nuova dottrina del potere

Dietro questi ambiziosi obbiettivi si intravede la trama di una nuova dottrina dell’Occidente. Gli Stati Uniti, dopo il momento dell’unipolarismo dell’ultimo decennio dello scorso secolo, quando la supremazia americana appariva incontrastata e all’indomani dell’uso della forza militare dall’Iraq all’Afganistan dove questa filosofia ha mostrato tutta la sua fragilità, hanno la necessità di ripensare profondamente il loro approccio all’ordine internazionale. 

Il primo seme di questo ripensamento può essere rintracciato nel G7 tenuto in Cornovaglia nel 2021, allargato all’Australia, all’India, al Sud Africa e alla Corea del Sud. In quell’occasione, il comunicato finale indicava la volontà di costruire una collaborazione rafforzata delle liberaldemocrazie, capace di affermare una via alla globalizzazione, nel contesto dei loro valori democratici, e di contrastare le varianti autoritarie. 

Il nuovo contesto geopolitico indica la necessità di rimodulare in modo coordinato il modello globale su due pilastri, quello Atlantico e quello Indo Pacifico. L’Occidente non deve disperdere queste indicazioni, ma coltivarle, di fronte alla sfida della guerra, oggi con maggiore cura di ieri. 

Le sanzioni stesse, usate ora come nella Prima Guerra Mondiale, possono fornire risposte che consentono all’Alleanza Occidentale di riorganizzarle per adattarle alle questioni del controllo delle reti finanziarie e tecnologiche mondiali dell’economia del XXI secolo.

Nello scorso ventennio le sanzioni sono state adottate per punire gli abusi dei diritti umani, per isolare nazioni come l’Iran o il Venezuela o per azzoppare imprese come Huawei. Ma l’attuale embargo alla Russia ha l’obbiettivo di far regredire l’undicesima potenza economica globale, uno dei più grandi esportatori di energia, di grano e altre materie prime. Prossimamente esse potrebbero diventare anche strumenti che decidono del futuro di interi Paesi.

Le sanzioni tra aspettative e realtà

A partire da febbraio gli Usa e i suoi alleati occidentali hanno scatenato un volume di sanzioni senza precedenti per cercare di abbattere l’economia russa, nella speranza di azzoppare il suo sforzo bellico e spingere il popolo e gli oligarchi alla protesta, scoraggiando nel contempo altre autocrazie, come la Cina, da simili tentativi di destabilizzazione.

Anche quando le sanzioni risultano molto efficaci, il tempo è essenziale per innescare un serio impatto sull’economia. The Economist scandaglia l’efficacia di quattro tipi di misure. Il congelamento degli asset degli oligarchi, che ha un impatto comunicativo, ma nessun vero impatto sull’economia e la guerra. Le sanzioni finanziarie, che hanno un significativo impatto sul mercato e sull’economia, e portano mercato nero e contrabbando diffuso. Le restrizioni commerciali, che sebbene ora sul versante dell’energia abbiano un impatto negativo per i Paesi occidentali, possono, con lo sganciamento dalla dipendenza russa, declassare nel lungo periodo il peso geopolitico della Russia. Il bando all’importazioni delle tecnologie, dell’hard e del soft per il digitale, dei nuovi materiali, che vanno dalla chimica alla medicina, dalla componentistica per l’aviazione, alle infrastrutture e i mezzi di trasporto, al altri settori ugualmente importanti, rappresentano il bazooka che l’Occidente tiene puntato sull’economia russa. 

Gli Oligarchi e i jet fantasma

Le sanzioni meno efficaci sono state quelle che hanno avuto la maggiore pubblicità: la blacklist degli apparatchiks considerati vicini al Cremlino. Si tratta di 1.455 membri della elite o della cleptocrazia russa a cui è stato impedito di viaggiare in alcuni o tutti i paesi occidentali ed è stato negato l’accesso o il possesso dei propri beni. La lista del congelamento dei beni, denaro e titoli depositati nelle banche occidentali comprende anche case di campagna, società di calcio, gioiellerie e yacht, con equipaggi e schiere di guardie del corpo. L’obiettivo ‘oligarchi’ è un approccio molto attrattivo per governi che hanno la necessità di far vedere che stanno facendo qualcosa. Rende molto nella comunicazione e dà alla Russia pochi mezzi di ritorsione. I magnati occidentali, infatti, non hanno grandi risorse impegnate in Russia e quasi tutte le imprese americane o europee hanno già dismesso i loro investimenti. Il Dipartimento di Giustizia americano vorrebbe anche usare la legge anti mafia per liquidare gli asset sequestrati e assegnare il ricavato all’Ucraina. L’Unione Europea ha invece proposto che la violazione delle sanzioni sia considerato un crimine. Nonostante l’imposizione delle sanzioni la ricchezza individuata è però lasciata a custodi privati, dai gestori svizzeri delle ricchezze ai marinai di St Tropez, accompagnata spesso  da mancanza di mezzi o di volontà per individuare la vera origine delle ricchezze. Mentre le grandi banche spesso si rifiutano di muovere fondi a nome di entità sospette se sono controllati per almeno il 25% da designati russi (la soglia legale è il 50%), le piccole finanziarie o le compagnie di criptovalute sono assai meno diligenti. Le compagnie che dovrebbero monitorare gli asset fisici, così come i manager dei porti, sono generalmente privi delle documentazioni necessarie. Altra difficoltà emerge dalla discrepanza delle giurisdizioni. Recentemente la Casa Bianca ha rimproverato Gli Emirati Arabi, dove sono stati fatti atterrare nel deserto dozzine di jet privati di proprietà russa, e la Svizzera per non fare abbastanza per scoprire gli evasori delle sanzioni. Non è chiaro se il congelamento di questi asset contribuisce in qualche modo ad azzoppare l’economia russa. La maggior parte degli oligarchi ha poca influenza politica e non sono del tutto senza fondamento le voci che raccontano di “un Putin abbastanza felice di vederli espropriati”. Tanto meno si può parlare dell’efficacia del sforzo di vendere gli asset congelati e di assegnare i ricavati all’Ucraina.

Le misure finanziarie

Il secondo tipo di sanzioni ha come obbiettivo il centro nevralgico dell’economia russa: banche commerciali e la banca centrale. Finora siamo stati di fronte ad una scala mobile  delle sanzioni, dipendenti dalla loro importanza e vicinanza al Cremlino. Le sanzioni sul mercato dei capitali vanno dal divieto di acquisto e la vendita per gli investitori occidentali, o le condivisioni rilasciate da 19 banche russe. Dieci istituti commerciali, inclusi i due maggiori per asset, sono stati cacciati dallo Swift4. Questo comporta che più o meno 11.000 banche sono globalmente fuori dai confini dei pagamenti. Ventisei non possono più trattare i trasferimenti internazionali in dollari americani, dopo che gli Usa, hanno rifiutato di offrire le “banche corrispondenti”. Secondo un ricerca dalla Bundesbank tra il primo febbraio e il trenta aprile del 2022 la sospensione dallo Swift aveva causato il quasi totale collasso dei trasferimenti monetari tra le banche russe, tranne le regolazioni del mercato dell’energia, e il sistema di pagamento tra le banche dell’Eurozona. Il bando delle banche corrispondenti è stato molto potente. Non solo perché il 40% del commercio oltre frontiera è tenuto in dollari, ma anche perché spesso serve come garanzia per ulteriori transazioni che coinvolgono valute di secondo livello. Adesso la Russia deve spesso ricorrere al baratto, un’opzione rischiosa è ingombrante. Perché questo potente sistema di strangolamento dei pagamenti attraverso l’esclusione dai circuiti finanziari si è rivelato in parte inefficace? Sia perché alle banche che trattano i voluminosi acquisti dell’energia russa, in primo luogo Gazprombank, è ancora consentito di usare lo Swift, sia perché molto è stato canalizzato, legalmente, attraverso piccole banche che restano connesse al network. Fare senza dollari è più complicato, ma è ancora possibile commerciare. Ad esempio, l’India che da febbraio è stata inondata dal petrolio russo sta ora cercando un modo praticabile per pagarlo in rupie. Un salto nei volumi dei pagamenti potrebbe avvenire attraverso Cips5, lo Swift cinese. Da maggio a luglio i suggerimenti della Cina stanno avendo molta fortuna e i volumi di scambi in yuan-rubli hanno raggiunto nuovi record alla borsa di Mosca. Il congelamento delle riserve detenute dalla Bank of Russia (la banca centrale russa) uguale a circa la metà della sua scorta totale pari a 600 miliardi di dollari, ha avuto lo stesso mix di risultati. Nelle prime ore dell’annuncio delle misure il valore del rublo precipitò del 30%, con la banca centrale impossibilitata a difenderlo a lungo. Ma appena la banca centrale incrementò fortemente il tasso d’interesse passando dal precedente 9,5% al 20%, la moneta si stabilizzò, ma il credito interno così rafforzato surriscaldò la domanda che ha spinto la Russia nella recessione. In giugno le sanzioni che hanno impedito alla banca centrale russa i pagamenti per 100 milioni di dollari dovuti ai detentori di bond russi, hanno portato il Paese al suo maggior default del debito estero. Il flusso dei pagamenti in conto gas e greggio ha consentito però, poche settimane fa al rublo un rimbalzo permettendo alla banca centrale di tagliare rapidamente i tassi, all’8% il 25 di luglio. Questo è il difetto dell’originale piano dell’Occidente. Mentre la scorta estera di dollari ed euro rimane  off-limits, la Russia incamera valuta pregiata fresca ogni giorno, grazie alle sue gigantesche esportazioni quotidiane di petrolio e gas. Per questo motivo è legittimo interrogarsi sul sabotaggio del nord-stream 2. Pertanto la banca centrale non ha bisogno di prestiti, rendendo il suo default largamente senza conseguenze.

Come abbiamo visto queste misure di restrizione commerciali presentano due fronti. L’azione di frenare le rimesse dell’esportazioni del petrolio, che nell’ultimo anno hanno contribuito per il 36% del budget federale, ha ricevuto più attenzione di quella che meritava. L’America non importa più petrolio russo, tranne quello russo raffinato in Italia, vedi l’ultimo caso con la raffineria italiana6. L’Unione Europea si è impegnata a fermare l’acquisto di greggio russo in dicembre, e quello raffinato nel prossimo febbraio. Ne sta già comprando un pò meno: 2,4 milioni di barili al giorno a luglio contro i 2,9 milioni dell’anteguerra. Molte di queste quantità non più allocate in Europa vanno verso l’India e la Cina, anche se con sconti intorno ai 25 dollari rispetto al prezzo del Brent, che negli ultimi mesi ha quotato mediamente 101 dollari. Nessun embargo è stato istituito sul gas, che vale il 10% del budget russo, ed è difficile da rimpiazzare, anche se l’Europa sta cercando approvvigionamenti alternativi. Che la Russia, a causa dell’impennata dei prezzi, stia incassando di più adesso con le sanzioni che prima è senza  dubbio discutibile. Infatti, secondo Rystad Energy7, si sono perse sopra gli 85 miliardi di dollari di entrate da tasse su petrolio e gas quest’anno, con potenziale futura perdita di 295 milioni dovuti agli sconti. L’altro versante ci dice che è in parte l’ embargo dell’Occidente che tiene i prezzi ad un livello così alto. La società di consulenza Capital Economics8, stima che la Russia ha venduto il suo greggio ad una media di 85 dollari al barile da febbraio, un prezzo più alto del 90% dal 2014. E ancora, contrariamente alla prime aspettative, la Russia continua ad esportare tanto petrolio quasi quanto quello esportato negli ultimi anni.Nei prossimi mesi, quando le importazioni europee saranno bandite ci sarà un cambiamento? La ricerca di nuovi compratori per i 2,4 milioni di barili giornalieri sarà comunque difficile. Inoltre, da dicembre, alle assicurazioni europee e britanniche che dominano il mercato del trasporto navale del greggio sarà vietato assicurare le petroliere che trasportano greggio russo. Questo potrebbe essere un ulteriore ostacolo per la collocazione sul mercato. Molti porti o canali, per il rischio di sversamenti, potrebbero non consentire gli approdi o i passaggi.  La Kpler9, un’altra società di consulenza, ritiene che queste frizioni costringeranno la Russia a tagliare la produzione di circa 1,1 milioni di barili giornalieri alla fine del 2022, equivalenti al 14% dell’export dell’ultimo anno. Bisogna anche notare che c’è già chi in Europa parla di un possibile ritardo del bando dell’importazione del greggio russo se l’inverno dovesse dimostrarsi particolarmente freddo. Il mercato del greggio in questa fase resterà molto instabile e aumenterà la quota del mercato nero e grigio. La Cina e L’India potrebbero assicurare alla Russia ulteriori acquisti e la Russia può offrire riassicurazioni sui prezzi. Se le esportazioni del greggio dovessero realmente diminuire, il mercato è così surriscaldato che i prezzi potrebbero balzare il alto nullificando i tagli. Gli Stati Uniti, di fronte a questo scenario, stanno spingendo gli alleati ad imporre un tetto al prezzo sul greggio russo che si sta dimostrando difficile da adottare. Il mercato ombra in Bahrain o Dubai potrebbe assicurare maggiori volumi. La Russia potrebbe reagire diminuendo le vendite per un breve periodo, provocando un’impennata dei prezzi mettendo pressione all’Occidente. Il tema del mercato dell’energia, in questo contesto, esce dai tradizionali canali del commercio internazionale per il suo profilo sempre più prossimo alle questioni di sicurezza. Per questo il tema deve essere affrontato anche nel perimetro dell’Alleanza Atlantica quanto meno ed essere oggetto delle cooperazioni rafforzate delle “liberal democrazie” quale embrione della  auspicata Lega delle Democrazie, per evitare una possibile frattura tra le due sponde dell’Atlantico che devono conteggiare il costo della guerra con due bilance diverse.

I chip: il bazooka delle sanzioni

Le più potenti sanzioni sono le meno discusse: il controllo delle esportazioni. In diversi incontri i Governi occidentali si sono consultati sulla gamma delle industrie domestiche che avevano bisogno di licenze prima di commerciare con la Russia, nella maggior parte dei casi queste licenze non sono state concesse. Le restrizioni sono andate ben oltre i prodotti dual use, ossia quelli che possono avere un’applicazione sia commerciale che militare, come nel caso dei droni, laser, chip, computers, software ed equipaggiamenti per l’energia. Le restrizioni sono state estese anche ai prodotti e componenti a bassa tecnologia, così come ai prodotti chimici e alle materie prime che sono usualmente bandite per l’Iran e la Corea del Nord. L’ampiezza di queste sanzioni è importante, ma quello che può renderle effettivamente efficaci è il comportamento degli Stati Uniti che, attraverso l’ufficio federale Fdrp (Foreign Direct Product Rule), hanno esteso il controllo non solo sui prodotti realizzati negli Stati Uniti, ma anche su quelli fatti all’estero che usano software, strumenti o input americani. Questo rende gli Stati Uniti particolarmente urticanti per gli altri Paesi, ma potenzia l’effetto delle sanzioni. Gli Stati Uniti istituirono il Fdrp nel 2020 per impedire ad Huawei, il gigante cinese nelle telecomunicazioni accusata di usare lo spionaggio, di acquisire un vantaggio strategico nei semiconduttori. Per farlo strinsero il controllo globale sulle imprese di tutto il mondo, proprio perché gli impianti in America contavano solo il 15% di capacità nel mercato dei chip. Adesso gli Stati Uniti affermano, secondo The Economist, che i chip esportati in Russia sono diminuiti del 90% rispetto all’anno precedente. Questa è sicuramente la peggiore notizia per il settore manifatturiero russo. 

Putin, a partire dal 2014, si era particolarmente impegnato a isolare il proprio paese dall’Occidente e dalle sue sanzioni, cercando di ‘dedollarizzare’ il suo commercio, diversificando le riserve della banca centrale e provando a sviluppare una rete di pagamenti domestica. La stessa cosa non è stata invece possibile per il sistema industriale che, prima dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022, era profondamente integrata e dipendente del mercato globale, più o meno come gli altri Paesi. Chip e componenti elettroniche provenienti da oltre settanta imprese Americane ed Europee sono stati trovati nelle armi russe impiegate in Ucraina. Altre industrie, da quelle estrattive ai trasporti, dalle reti digitali alle piattaforme, dall’industria chimica alla medicina, hanno bisogno di componenti e competenze straniere per la loro gestione, manutenzione e sviluppo. La metropolitana di Mosca ha costante bisogno di forniture ed expertise tedesche per la sua manutenzione, pena il suo decadimento nell’arco di pochi mesi. La Russia necessita anche di nuovi software e hardware per sviluppare nuovi prodotti, da quelli di consumo fino alle auto elettriche. Alcuni effetti sono già visibili: le esportazioni verso la Russia, da gennaio a giugno, sono cadute del 7%, quella dei led per auto del 90%, i prodotti farmaceutici del 25%, le componenti elettriche del 15%. Nella produzione delle auto la Russia è costretta ad allentare le misure di sicurezza, immettendole sul mercato ad esempio senza airbag, senza Abs o altri sistemi di sicurezza. La mancanza di sistemi ad alta tecnologia fa indietreggiare la possibilità dell’implementazione della rete 5G per la Russia. Le imprese primarie del cloud-computing come la Yandex, una piattaforma internet, o Sberbank per i servizi finanziari, che stavano lottando per espandere i loro centri, sono oggi in forte difficoltà. La carenza di chip sta ostacolando l’emissione delle carte di credito o debito Mir, il sistema di pagamento domestico. La carenza di tecnologia per i vascelli specializzati rischia di azzoppare il piano di trivellazioni dell’artico russo, mentre la scarsità di tecnologia straniera e del know-how indebolisce le capacità di estrazione del greggio e del gas. Le industrie di base, miniere e fonderie sono già in flessione10. La Russia sta cercando di reagire a questa situazione provando a ricorrere al mercato grigio come fonte per i prodotti banditi, come la tecnologia occidentale o la componentistica militare, spesso attraverso triangolazione con rivenditori asiatici o africani. In giugno sono state legalizzate le importazioni parallele, consentendo alle imprese di ottenere beni come server e telefoni attraverso questi canali. Sempre secondo The Economist esperti dell’intelligence ucraina hanno rivelato che “c’è stato un boom nelle carte di credito per turisti, così come una volta gli operatori turistici organizzavano per i russi viaggi all’estero per il vaccino anti Covid, adesso li fanno viaggiare con la carta Visa rilasciata in Uzbekistan, per acquistare i prodotti banditi. Il commercio tra i Paesi occidentali e quelli vicini alla Russia, come Georgia e Kazakhstan, sono cresciuti rapidamente dall’invasione”.

Ma è difficile pensare che l’intera economia possa essere trainata dal contrabbando, specialmente quando alcuni prodotti sono scarsi ovunque. Le imprese cinesi che usualmente forniscono un quarto delle importazioni russe, sono state lente negli aiuti, anche perché temono di perdere il loro accesso alle componenti essenziali dell’occidente. Anche Huawei ha tagliato i suoi legami con la Russia. Le prospettive indicano che la scarsità di questi prodotti essenziali è destinata a durare e i suoi effetti si moltiplicheranno nel tempo, poiché l’usura dei sistemi chiederà il suo pedaggio e le radici di questo arretramento si diffonderanno. Il risultato sarà un rallentamento e una degradazione dell’economia russa. Il regresso del sistema russo ha anche un altro effetto, meno visibile ma altrettanto forte: centinaia di migliaia di russi, molti dei quali altamente qualificati, stanno lasciando il Paese, anche al seguito delle circa 1.200 imprese straniere che stanno abbandonando il suolo russo. Questo provocherà un’ulteriore depressione del sistema. 

Secondo i ricercatori del Fmi, la stima del tasso di crescita del paese nel 2025-26 ha perso circa le metà di quanto preventivato, comparata a quella precedente alla guerra. Se i Paesi che hanno imposto e quelli che hanno aderito alle sanzioni continueranno nella loro stretta, la spina dorsale dell’industria russa, con l’impoverimento delle competenze e la perdita dei legami internazionali, si disgregherà e nel futuro vedrà una forte perdita di produttività, poca innovazione ed una strutturale inflazione. 

La necessità della manutenzione delle sanzioni come istituto dell’ordine internazionale e arma economica del nuovo confronto globale

Le sanzioni sono strumenti che agiscono nel campo dell’inimicizia. Il loro peccato originale è che sono strumenti nati dalla guerra, come il blocco navale e anche quando adattati al tempo di pace, o meglio elevati a guardiani della pace stessa, rimangono strumenti di coercizione. Pur essendo uno degli strumenti della modernità più longevi nel campo delle relazioni internazionali, devono essere adottate attraverso l’imposizione: hanno cioè bisogno di una riserva di forza per essere messe in atto. Sono strumenti sottostanti ad un ordine e per questo non possono sfuggire al loro profilo ambiguo, sia in tempo di guerra che in tempo di pace. In tempo di guerra perché, come abbiamo visto, il loro impatto travalica il campo di battaglia e ha come obbiettivo l’intera società soggetta alla sanzione, proiettandosi in modo pernicioso sulle generazioni future. In tempo di pace perché il Paese soggetto alla sanzioni le vedrà sempre come coercizione e, se è una potenza revisionista dell’equilibrio in atto, le considererà un atto di dominio delle potenze dominanti. In questo quadro la guerra in Ucraina segna una fase di assestamento o di passaggio negli equilibri internazionali, ma non c’è dubbio che le stesse “armi economiche”, messe oggi alla prova, avranno bisogno di un loro ripensamento per il futuro.

Oggi si scopre infatti che l’arma delle sanzioni ha dei difetti. Il principale è legato al tempo. Il blocco all’accesso delle tecnologie monopolizzate dall’occidente ha bisogno di anni per mordere e le autocrazie sono brave ad assorbire il primo colpo di un embargo, perché possono disporre centralmente e autoritariamente dell’utilizzo delle risorse. Poi ci sarà il contraccolpo. Però, sebbene per prodotto interno la Russia occupi solo l’undicesimo posto tra le economie mondiali secondo le stime del Fmi (il Pil russo dell’anno precedente all’invasione è stato di circa 1.800 Miliardi di dollari, inferiore al Pil italiano, e era dovuto per il 46% dalle rimesse dell’esportazione di greggio e gas) scollegare la Russia dall’economia globale ha un impatto significativo per quei Paesi o quelle aree che hanno bisogno di energia, prodotti alimentari ed altre materie prime. 

L’altro grande limite è che l’embargo, totale o parziale, non è stato imposto da circa cento Paesi, il cui prodotto interno è pari al 40% del prodotto interno globale. 

Il petrolio degli Urali può essere indirizzato verso l’Asia. Dubai è in piena sintonia con la Russia e, infatti, ci sono sette voli al giorno per Mosca della compagnia Emirates a Mosca. L’economia globalizzata è brava ad adattarsi agli shock e alle opportunità e bisogna considerare anche che molti Paesi non desiderano imporre le politiche dell’Occidente. Questo dovrebbe anche far scartare ogni illusione che le sanzioni offrono all’Occidente una poco costosa e asimmetrica via per confrontarsi con la Cina, la maggiore autocrazia globale, come deterrenza o punizione per una eventuale invasione di Taiwan. L’Occidente potrebbe sequestrare i tre trilioni di dollari di riserve della Cina e tagliare le sue banche dai propri circuiti. Ma, come la Russia, sarebbe improbabile il collasso dell’economia cinese. La ritorsione del governo di Pechino potrebbe essere quella di affamare l’Occidente di prodotti elettronici, batterie e materiali medici, lasciare vuoti gli scaffali dei grandi centri commerciali e innescare il caos. Dato che molti Paesi dipendono dai cospicui scambi commerciali, tanto dall’America quando dalla Cina, sarà molto duro imporre un’embargo globale, come lo è con la Russia. La lezione che ci viene dalla guerra della Russia all’Ucraina è che il confronto con le autocrazie aggressive richiede azioni su una  molteplicità di fronti. Il potere della forza è essenziale. Per non essere ricattate, le democrazie devono correre al riparo e tagliare le loro esposizioni al possibile strangolamento degli avversari. Le sanzioni giocano un ruolo vitale, ma il campo delle democrazie non può permettersi né un loro continuo proliferare, né un loro impatto indiscriminato. Il continuo allargamento degli obbiettivi, degli scopi e le modalità di erogazione, fanno sì che esse assumano il profilo di strumenti atti ad affermare un ordine politico piuttosto che essere un strumento della relazioni internazionali condivise. Molti Paesi che oggi temono le possibili sanzioni occidentali del domani, sono i meno disponibili ad imporre l’embargo attuale.

L’Alleanza occidentale unita sulla guerra, ma divisa sui costi?

Le due sponde dell’Atlantico, convergenti sul piano della guerra, subiscono impatti economici differenti. L’Europa e gli Stati Uniti, di fronte al ritorno della guerra in Europa, hanno mostrato un approccio fortemente unitario. Questo ha consentito anche un nuovo slancio della Nato che, da alleanza militare legata a filo doppio al teatro Atlantico e a una stagione geopolitica finita da oltre 30 anni, può assumere oggi, anche grazie alla nuove adesioni e possibili nuove richieste, una postura di carattere globale con le aperture ai Paesi del Pacifico e rappresentare un struttura chiave del nuovo ordine che si verrà a delineare con la conclusione della crisi ucraina, anche a  seguito degli sviluppi sempre più minacciosi del quadrante Asiatico-Pacifico. Sul piano politico, in termini generali, l’Occidente, nel suo insieme, si è mosso in modo unitario. I due fronti della guerra, il sostegno militare e diplomatico e quello economico delle sanzioni, sono stati affrontati congiuntamente. 

Ma come abbiamo cercato di descrivere, il tema delle sanzioni produce effetti divaricanti sulle due sponde dell’Atlantico. Lo spettro delle sanzioni messe in campo copre un orizzonte vasto che va dai provvedimenti che colpiscono persone e le loro ricchezze, alla esclusione del Paese dai circuiti finanziari internazionali, al blocco di vendita di un’ampia gamma materiali sensibili e degli acquisti energetici. L’impatto di questo tipo di sanzione ha avuto e avrà un effetto diversificato. Alcuni divieti, quelli che riguardano persone, sono molto appariscenti nel attuale mondo della comunicazione, ma mordono poco sul piano economico e sull’andamento della guerra. Dall’altra parte, l’impatto della esclusione dai circuiti finanziari e il blocco delle esportazioni verso la Russia di tecnologie e di beni dual use avrà un effetto molto più importante sul sistema industriale e militare del Paese, ma avrà bisogno di qualche mese per dispiegare i suoi effetti.

Le sanzioni che avevano l’obiettivo di estromettere la Russia dal mercato dell’energia hanno avuto un impatto diverso da quello sperato. Il tentativo di tagliare le rimesse pregiate ricavate con la vendita di greggio e di gas, per evitare il finanziamento dello sforzo bellico in un mercato già surriscaldato dalla pandemia, ha ingenerato una forte instabilità e una crescita vertiginosa dei prezzi di gas e greggio, i quali hanno finito per compensare le minori quantità di energia vendute.

La guerra ibrida impostata da Mosca ha scatenato la tempesta nei mercati energetici, con un impatto differenziato nelle varie regioni dell’Occidente. Secondo quanto dice Baverez sulla testata Le Point11 del 17 ottobre “l’Europa è effettivamente il continente più colpito dal terremoto che ha moltiplicato per dodici il prezzo del gas e costituisce un prelievo del 6% sul suo Pil, il doppio degli shock petroliferi degli anni Settanta”. L’impatto si sta già manifestando: la spesa energetica, sia per le imprese che per le famiglie, è fortemente surriscaldata, mentre le manovre pubbliche non riescono a contenere l’impennata dei prezzi, né la prospettiva di una possibile recessione. 

L’attività manifatturiera è in flessione e i sintomi della recessione si stanno propagando in tutto il continente. La bilancia commerciale dell’area euro, che nel primo semestre del 2021 contava eccedenze per 121 miliardi, per lo stesso periodo del 2022 conta un deficit di 177 miliardi. I vari governi nazionali stanno reagendo con tentativi non coordinati di sostegno all’economia o con nazionalizzazioni di operatori dell’energia, sotto minaccia di default. Contrariamente a quanto succede in Europa e in Gran Bretagna, l’impatto della guerra in ucraina e della guerra ibrida di Mosca produce negli Stati Uniti, autosufficienti nel campo dell’energia e dominanti nei comparti delle alte tecnologie e nei sistemi di armamento, un rafforzamento dell’economia. Gli Usa hanno assunto stabilmente la guida della nuova fase geopolitica, attraverso al contrasto degli imperi autoritari e quella geo-economica con lotta all’inflazione. 

L’India e le nuove catene di fornitura

In una globalizzazione che si riorganizza secondo le faglie ideologiche, le fabbriche si riorienteranno verso nuove localizzazioni, dove potranno sfruttare meglio il potenziale competitivo, secondo la nuova dottrina della “Cina + 1”12. Gli Stati Uniti offrono, con la lotta contro l’inflazione e il potente piano di 369 miliardi di dollari, dei quali 110 già sbloccati per la transizione ecologica, un ambiente fortemente competitivo per l’imprenditorialità capace di sfruttare i nuovi scenari, mentre per le imprese che si vedono costrette a lasciare la Cina per i crescenti vincoli del nuovo corso, l’India può diventare un nuovo polo di triangolazione dell’area Indo-Pacifico.

La crisi energetica, soprattutto per l’Europa, crea un rischio non solo economico importante, ma anche uno politico strategico. Se si allarga il divario economico fra le due sponde dell’Atlantico, inevitabilmente si apriranno linee di frattura fra i vari Paesi dell’Unione Europea. Già oggi è possibile intravedere alcune possibili rischiose linee di divaricazione nelle politiche nazionali degli Stati Europei. Ne sono un esempio il Piano di sostegno tedesco di 200 miliardi di euro, finanziato dal debito attraverso il Fondo di Stabilizzazione creato nel 2020 per il contrasto degli effetti economici della pandemia, oppure il ritardo con il quali i Paesi membri stanno affrontando il tema della riforma del mercato europeo dell’elettricità e la questione del tetto del prezzo del gas. A questi si aggiungono le iniziative diplomatiche e le aperture economiche individuali verso la Cina e le possibili distorsioni generate da un affastellamento di piani nazionali di sostegno in concorrenza tra loro. 

Bisogna tenere conto, su questo versante, dell’allarme lanciato dal ministro dell’Economia francese Le Maria, nell’intervista al Corriere della Sera in cui sottolinea che “il pericolo per l’Europa è il declino industriale” per questo “serve una reazione forte ai sussidi americani” e aggiunge che “la risposta giusta alla crisi inflazionistica non è alimentare la domanda senza limiti, ma far scendere i prezzi dell’energia, svincolando i prezzi dell’elettricità da quelli del gas, coordinando l’acquisto del gas e investendo nell’indipendenza energetica”13. La mancanza di coordinazione nella gestione dell’attuale fase rischia di frammentare il mercato unico e di indebolire la lotta contro l’inflazione, oltre che di fomentare spinte populistiche e di esacerbazione sociale. I Paesi Occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti (e quindi la Nato), devono essere consapevoli che una divaricazione in questa fase si ripercuoterebbe inevitabilmente sull’alleanza politico militare e sulla compattezza delle società liberaldemocratiche nel contrasto contro le autocrazie. Per gli Stati Uniti dovrebbe essere ormai chiaro che il confronto sul Pacifico non può essere sostenuto da un alleggerimento del rapporto Atlantico, ma al contrario il consolidamento del pilastro atlantico rafforza la posizione dell’Occidente nell’Indo-Pacifico. L’Europa dall’altro canto non può più ignorare che il benessere economico e sociale e le questioni della sicurezza, con il ritorno della guerra in Europa, vanno declinate in una scala diversa rispetto al passato. La stessa questione del rapporto con la Gran Bretagna va rilanciata su un terreno nuovo che renda esplicito come l’Europa ha bisogno della Gran Bretagna tanto quando la Gran Bretagna ha bisogno dell’Europa.

La nebbia di guerra e l’incidente del Nord stream 2

Gli autori materiali dell’incidente del Nord Stream 2 saranno sempre avvolti nella nebbia di guerra. Ma è pur vero che quell’incidente ha un significato altamente simbolico: il taglio del cordone ombelicale che legava l’Europa all’Asia e l’Unione Europea alla Russia di Putin per il suo approvvigionamento energetico, con centro di gravità di questa dipendenza posizionato in Germania. La  stessa complessa storia europea degli ultimi settant’anni si dipana intorno a questa secolare questione geopolitica. L’attrazione ad est della Germania e la necessità di ancorarla all’Atlantico. L’Europa in parte è stata anche quest’involucro, oltre che una nuova scommessa che consentisse il riconoscimento dei diritti e delle libertà oltre i confini degli Stati, anche un nucleo che permettesse il loro progressivo superamento. Involucro che le ha consentito di superare la ferita della responsabilità della follia della Seconda Guerra Mondiale, che permettendo lo sviluppo della Ostpolitik ha favorito la sua riunificazione durante il crollo dell’Unione Sovietica. Il motore tedesco ha fatto, però, da apripista verso l’est, favorendo la dipendenza dell’Europa dal fiume di energia a basso costo garantito dalla Russia e distraendola dalle possibili fonti del mar del nord e da quelle altrettanto significative del Mediterraneo orientale e dell’Africa del nord. La costruzione delle pipeline Nordstream 1 e 2 non è stata solo una scelta di mercato, ma sottolinea anche una volontà e una scelta geopolitica di un Paese e dei suoi gruppi dirigenti, in questo caso tedeschi, di imporre un legame speciale con la Russia e con le prospettive che quel mercato poteva aprire. Questa determinazione, più forte rispetto ad altri Paesi con meno peso politico, come quelli del sud Europa, o meno interessati all’integrazione europea come la Gran Bretagna o i Paesi scandinavi, ha impedito  di aprire altri fonti. 

L’incidente, o meglio il sabotaggio, può essere visto come il momento di una nuova consapevolezza di un’Unione Europea più matura, capace di coniugare autonomia e sicurezza, e capace di rivolgersi sia verso il Mediterraneo e l’Africa, sia verso il Nord.

Oltre l’embargo

La buona notizia è che, a oltre otto mesi dall’invasione, le democrazie si stanno adattando a queste realtà. Le armi pesanti stanno entrando in Ucraina, la Nato ha fortificato, con l’ingresso di nuovi membri, i suoi confini con la Russia, l’Europa si è assicurata nuove forniture per il gas e sta investendo per passare a nuove fonti di energia pulita, sciogliendo così la sua dipendenza energetica dalla Russia. L’America sta riducendo la sua dipendenza dalla tecnologia cinese e ha spinto Taiwan a rafforzare la sua difesa militare. Il problema è che ogni autocrazia, non ultimo quella di Xi Jinping, sta studiando il funzionamento delle sanzioni di guerra sulla Russia e sta pienamente apprendendo la medesima lezione. L’Ucraina segna una nuova era dei conflitti del XXI secolo nei quali gli eserciti, gli elementi tecnologici e quelli finanziari sono interconnessi. Nessuno può contrastare un’aggressione solo attraverso la finanza e i semiconduttori.

  1. Tucidide: La guerra del Peloponneso; libro I°,139-1
  2. Nicholas Mulder: The Economic Weapon, The rise of sanctions as a tool of modern war, Yale University press, 2022; p.2
  3. N. Mulder: Op. Cit, pag 8
  4.   Swift:Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (Società per telecomunicazioni interbancarie  mondiali, nata nel 1973 è diventata lo standard per i pagamenti internazionali nel 1977)
  5.  Cips: Cross-Border Interbank Payment System ( Il sistema di pagamento sviluppato dalla Cina nel 2015, utilizzato prevalentemente per regolare i crediti internazionali in Yuan e i commerci legati alla Belt and Road Iniziative
  6. Wall street Journal: il petrolio russo raffinato in Sicilia e importato negli Usa come prodotto europeo. Il 2 novembre 2022
  7. https://www.rystadenergy.com

  8. https://www.capitaleconomics.com

  9. https://www.kpler.com

  10. The Economist: Are Sanction Working, August 27th September 2nd 2022
  11. Nicolas Baverez: Le Point del 17 ottobre 2022
  12.  Questa nuova dottrina sulla sicurezza delle catene di fornitura contempla la possibilità di mantenere le basi produttive in Cina se contemporaneamente si dispone di un’alternativa produttiva in un’altro Paese in modo da evitare la minaccia politica dell’interruzione delle catene di valore
  13. Bruno Le Marie: Il pericolo per l’Europa è il declino industriale, IlCorriere della Sera, 7 novembre, 2022

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