La Russia, la guerra di aggressione e il metaverso di Putin

di Dario D’Italia

Il blitzkrieg mancato

La guerra scatenata da Putin con l’obbiettivo di annettere l’Ucraina al ricostituendo Impero russo è entrata in una nuova fase. Il tentativo di “blitzkrieg” del 24 febbraio per conquistare, con un colpo , la capitale Kyiv e sostituire il suo governo, finisce nel disastro della battaglia dell’aeroporto, dove le forze speciali russe vengono annientate e nella umiliante ritirata delle colonne corazzate che da nord, attraverso la Bielorussia, e da est, lungo la direttrice di Karchiv, avrebbero dovuto serrare Kiev in una morsa. Nelle prime ore e nei primi giorni vincono la strategia e la tattica della nuova guerra adottata dall’Ucraina: uso combinato di “intelligence” e nuovi sistemi d’arma contro un’impostazione strategica russa del colpo di maglio, tipico della guerra di pianura del Secondo Conflitto Mondiale.

La Novorossija

La seconda fase della guerra è caratterizzata da una ridefinizione degli obiettivi, che meglio potessero camuffare lo smacco e, contemporaneamente, consentire la stabilizzazione dell’accesso al Mar Nero, con la riesumazione della Novorossija, l’antico progetto di Caterina II realizzato con successo da Potemkin. Nella nuova narrazione putiniana la “Nuovarussia” dovrebbe comprendere le province, di Luhans’k, Donec’k, Karkiv, Zaporizzja, Dnipropetrovs’k, Kerson, Mykolaiv e Odessa. Il simbolo di questa nuova fase della guerra è la battaglia di Mariupol. La resistenza della città martire e le difficolta di superare stabilmente il corso del fiume Dinipro (Dnepr) mostrano l’insufficienza della spinta del corpo di spedizione nel raggiungere i nuovi obbiettivi assegnati alla campagna militare. Il 14 aprile 2022 con l’affondamento dell’ammiraglia della flotta russa del Mar Nero, l’incrociatore Moskava, si evidenzia l’impossibilità della flotta di sostenere uno sbarco per l’aggressione ad Odessa; la successiva liberazione dell’“Isola dei serpenti” azzera quasi definitivamente la possibilità di realizzare l’obbiettivo di occupazione dell’intera Ucraina meridionale fino alla “Transnistria”, provincia ribelle della Moldavia.

L’operazione speciale non è sufficiente

Con il passare dei mesi Putin è costretto a prendere atto che “l’Operazione speciale, che nel “metaverso” del racconto dello Zar aveva il compito di liberare i “fratelli ucraini” dal giogo di un governo “nazista” e ricongiungerli all’universo russo-ortodosso, sfuma verso la descrizione degli ucraini come popolo da “russificare”. Adesso sono gli stessi ucraini ad essere classificati come “nazisti” ai quali viene rifiutato lo status di combattenti: sono terroristi. Questa riclassificazione degli avversari sul campo serve a giustificare la sempre più massiccia ritorsione a fronte delle sconfitte militari, come la rappresaglia su obbiettivi civili di città e infrastrutture lontane centinaia di chilometri dai luoghi delle operazioni militari. L’inaugurazione o meglio intensificazione delle azioni di ritorsione sugli obbiettivi civili testimonia sia la frustrazione sul terreno militare, sia il mutamento della narrazione, sia l’oscillazione del baricentro del potere nella “constituecies di Putin” tra l’ala dell’apparato “militare industriale” intorno al ministero della Difesa e l’ala intransigente dei “siloviki”, del patriarcato di Mosca, dei mercenari e delle associazione dei combattenti.

L’impossibilità di prendere Odessa e stringere Mykolaiv in una morsa impongono ancora una volta ai russi di prendere atto che l’obbiettivo della “Novorossija” non è raggiungibile. A fronte del potenziamento dell’esercito ucraino grazie ai nuovi sistemi d’arma inviati dall’Occidente e per evitare una completa disfatta del corpo di spedizione, Putin è costretto ad una doppia mossa, una sul terreno militare: la mobilitazione parziale; la seconda sul terreno simbolico del racconto di Putin degli obbiettivi della campagna e della classificazione degli avversari: i referendum di annessione alla Federazione Russa delle province di Luhans’k, Donec’k, Zaporizzja e Kerson. Il continuo riposizionamento militare e simbolico della campagna militare russa in Ucraina è frutto di tre fattori: della debolezza dell’apparato “militare industriale”, della disorganizzazione logistica dovuta alle bardature burocratiche, di una evidente insufficienza industriale dovuta alle sanzioni e derivante anche da una inefficienza produttiva intrinseca. La spasmodica ricerca di munizionamenti e sistemi d’arma dalla Corea del Nord all’Iran testimonia, da un lato, i distinguo o anche la lontananza dalla contribuzione diretta di Cina ed India – da notare che l’India è tra i principali clienti della Russia per le forniture militari -, mentre dall’altro sottolinea la difficoltà dell’apparato militare-industriale interno, incapace di sostenere la campagna nel momento in cui la guerra si presenta sempre più come “guerra dei materiali”- munizioni, pezzi di ricambio, nuovi mezzi e nuove armi -. La mossa dei “plebisciti di annessione” presenta due profili di lettura. Il primo è quello di sostenere il cambiamento del racconto nel “metaverso di Putin” per cui le azioni militari ucraine sono ora “una guerra di aggressione” contro il territorio della Russia, ovvero una completa trasfigurazione della guerra che trasforma gli aggressori in aggrediti. La seconda potrebbe, come in parte qualche voce in occidente ha dato da intendere, rappresentare la base per l’apertura di un dialogo per una trattativa. 

Dall’offensiva di settembre al ponte di Kerk

Il continuo riposizionamento tattico militare e del suo racconto nei primi sei mesi della guerra è stato condotto sul filo degli obbiettivi dichiarati dalla Russia e dalla sua incapacità di realizzarli. L’esercito ucraino si era mosso su una strategia di contrasto, quella che l’ex generale australiano Mick Ryan ha definito “strategia della corrosione”. Nei primi giorni della guerra, bloccato il tentativo del colpo di maglio russo, l’esercito ucraino, anche per il suo tipo di armamento e in attesa delle armi promesse dall’occidente, si era schierato “a specchio”: disposizione flessibile, uso combinato dei droni  (FGM-148 Javelin, Bayraktar TB2, ecc), sistema di comunicazione internet sicuro, Starlink di Elon Musk, supporto dell’intelligence, soprattutto inglese e americana, con il compito principale di colpire i centri di comando, di bersagliare le colonne corazzate e disarticolare la logistica per bloccare le linee di avanzata avversarie. 

Costretti a rinunciare a Kijv e Karkiv i russi hanno provato a consolidare le proprie posizioni e avanzare nel sud. La battaglia di Mariupol diventa il simbolo della nuova strategia della guerra: martellamento delle artiglierie su obbiettivi indistinti civili e militari e ingaggio di combattimenti solo sui terreni dove è possibile concentrare una schiacciante superiorità per potenza di fuoco e numero di forze impegnate.

Con le forniture, a partire da agosto, dei nuovi sistemi d’arma occidentali, in primo luogo degli M 142 HIMARS  americani, lanciarazzi leggeri con gittata variabile fino a 600-800 Km, la strategia della corrosione entra nella sua fase culminante. L’aumento della gittata dei nuovi sistemi consente adesso alle forze ucraine di colpire sistematicamente le reti della logistica dell’armata e le difese allestite. Le grandi pianure dello scontro non sono assimilabili ad un campo piano dove le truppe possono muoversi come in un torneo medioevale, ma vanno lette secondo una topologia militare, una vasta distesa fratturata da ampi corsi d’acqua, campagne acquitrinose infide per lo spostamento di truppe e veicoli corazzati, con reticoli stradali e nodi e ponti facilmente individuabili e difficile da difendere per truppe incolonnate. La visione delle colonne di decine di Km di carri armati a nord di Kijv  bloccati dai Javelin, attualizza il racconto tramandato della disfatta di Teotoburgo. Il controllo delle sponde dei fiumi, l’incolumità dei ponti diventano nodi di importanza strategica nelle fasi di difesa e di avanzata.

Dalla Corrosione allo Sfondamento

Corroborato dalle nuove forniture militari, dall’uso strategico di intelligence e della rete dei satelliti, l’esercito ucraino dalla seconda metà di settembre ha potuto scatenare una massiccia controffensiva che ad oggi, anche se rallentata, non sembra aver ancora raggiunto il punto di culminazione. La controffensiva si è mossa su quattro direttrici: a nord da Kupiansk e Izyum verso Svatova; a sud-est, la direttrice principale, dove liberato il nodo strategico di Lyman si apre verso Severonestsk e Lysychansk; a sud lungo in Dnepr per guadagnare la sponda orientale e puntare su Kerson; il taglio su Mariupol, che sarebbe la quarta direttrice, potrebbe rappresentare una mossa devastante per le forze russe che rischierebbero di essere imbottigliate in una sacca che comprende la stessa Crimea, dopo il sabotaggio del ponte di Kerk.

La battaglia di Kerson

Nel corso dell’estate il comando militare russo, per prevenire una possibile offensiva ucraina, aveva teso al rafforzamento del fronte sud, mentre le forze di Kadyrov e della Wagner premevano per un maggiore impegno sul nodo strategico di Bakhmut, sulla direttrice per Kramatorsk. Nei primi giorni dell’offensiva le forze ucraine si sono concentrate sul nodo di Lyman, spingendosi sulla riva est del fiume Inhulest, lungo l’autostrada T2207. Il comando militare russo, per evitare di finire in una sacca, ha cercato di spostare uomini e armamenti a sud sul fronte di Kerson. Nonostante il tentativo russo di trasferire munizioni, riserve e mezzi addizionali, ulteriori uomini dalla mobilitazione in corso, l’offensiva ucraina continua a spingere lungo il corso del fiume Dneper e l’autostrada T0403, separando le linee di comunicazione russe nel nord della regione di Kerson e, a sud, verso l’area di Beryslav. Secondo l’Istitute for the Studi of War, il vice comandante del General Staff Ucraino del fronte meridionale, Brigadiere Generale Oleksiy Hromov, ha affermato che la Russia ha concentrato 45 battaglioni di gruppi tattici in difesa di Kerson contro la controffensiva ucraina; Hromov ha anche affermato che le truppe ucraine stanno rafforzando le loro posizioni nell’area di Blahodatne, circa 40 KM a nord di Kerson. Inoltre il Comando operazioni Sud ucraino ha affermato che il 19 ottobre sono stati colpiti due depostiti di munizioni russe nei dintorni di Beryslav. Intanto si moltiplicano gli sforzi delle autorità filo russe, istituite con i plebisciti farsa, e della autorità militari di occupazione di trasferire la popolazione civile dell’area di Kerson nei territori della federazione russa: un tentativo di mettere in salvo la parte di popolazione che si è schierata con le forze occupanti, ma anche di deportare una parte della popolazione da giocare sul tavolo di possibili future trattative. In ogni caso sono tutti sintomi di un potere insicuro di mantenere le proprie posizioni sia istituzionali che militari. Che la battaglia di Kerson stia per avvicinarsi al suo esito è anche dimostrato dalla polemica sulla diga di Nova Kakhovka e dalla fretta di evacuazione delle popolazione e dei soldati dall’area. I russi accusano gli ucraini di voler far saltare la diga, mentre gli ucraini denunciano la classica “false flag” e accusano i russi di aver minato la diga e la loro intenzione di farla saltare per coprire la loro ritirata. La distruzione della diga comporterebbe l’inondazione di circa 80 centri abitati, compresa la stessa Kerson. Il problema e che la diga garantisce l’approvvigionamento quasi totale di acqua potabile per tutta la Crimea, circa 200 milioni di litri di acqua potabile al giorno. Far saltare la diga da parte russa distruggerebbe un’infrastruttura importante per gli ucraini, ritarderebbe la loro avanzata, ma contemporaneamente priverebbe l’intera Crimea dall’approvvigionamento idrico, difficilmente rimpiazzatile con le autobotti.

Il valore simbolico del sabotaggio del ponte di Kerk

Il cordone ombelicale che simbolicamente legava la penisola di Crimea alla madre Russia, il ponte di Kerk, collegamento stradale e ferroviario fortemente voluto da Putin all’indomani della unilaterale occupazione e annessione da parte della Federazione Russa, il 9 ottobre, con una spettacolare azione di sabotaggio, è stato gravemente danneggiato. L’atto di sabotaggio ha un profilo squisitamente militare e uno, altrettanto eloquentemente, diplomatico. Il primo risponde al tentativo ucraino di imbottigliare le forze russe in una sacca costituita dalle province di Kerson e Crimea senza più collegamenti diretti con il territorio russo; il secondo profilo, quello diplomatico, può essere configurato come una risposta ai plebisciti russi appena celebrati. Se per i russi il punto di partenza per una possibile apertura di negoziati di armistizio o di pace potrebbe essere la presa d’atto che i territori delle quattro province vanno considerate territorio russo, per gli ucraini una ripresa dei colloqui non significa tornare alla situazione antecedente il 25 febbraio 2022, bensì a quella antecedente il 2014.

La guerra nel “metaverso” di Putin

Parallelamente allo sviluppo della situazione sul campo si è mosso l’universo parallelo della realtà virtuale della narrazione del “metaverso di Putin”. Dall’azione di liberazione dei fratelli ucraini da un  governo “nazista” attraverso un’operazione speciale, alla de-nazificazione dell’intera ucraina, fino al mito di una crociata contro un Occidente irenico, depravato e arrogante che pretende di imporre la sua morale ad un’anima russa autentica nella sua ortodossia e alla rivendicazione di uno spazio mistico simbolico da affermare attraverso un’eterna vocazione imperiale:  la vocazione geopolitica di comandare il cuore continentale, Heartland, con i piedi ben piantati nei mari.  Dall’artico al nord, ai mari caldi, dal Mediterraneo attraverso il Mar Nero, e possibilmente l’Oceano indiano attraverso il corridoio iraniano, questa è la moderna visione di Eurasia. Con il termine “metaverso” in questo contesto non si intende una particolare tecnologia o combinazione di algoritmi, ma più propriamente la combinazione di elementi mitologici, simbolici, storico religiosi, fatti de-contestualizzati e de-storicizzati, mescolati ad elementi contingenti e carichi di desideri camuffati da aspettative. Questo miscuglio di desiderio e presunto destino serve a costruire percorsi di aspettative che non devono più pagare il loro tributo ai fatti della realtà.

La base del consenso di Putin e lo sviluppo della guerra

L’annuncio della mobilitazione parziale del Presidente russo Vladimir Putin ha avuto un impatto più significativo sul contesto domestico russo che sulla condotta della guerra in ucraina. Questo annuncio ha evidenziato alcune incrinature nella narrazione, fino a quel punto compatta, dell’andamento “dell’operazione speciale”: in qualche modo è venuta in superficie la frustrazione per i fallimenti sui campi di battaglia che riverbera nell’impostazione della narrazione del “metaverso” alcune fratture nelle quali si intromettono i fatti che confondono e minano l’illustrazione della guerra di Putin. La dichiarazione della mobilitazione parziale non poteva avere nessun impatto immediato sul fronte della guerra e sulla controffensiva ucraina in corso, i suoi effetti potranno essere valutati sul campo solo fra qualche mese. L’impatto immediato si è invece riverberato sul fronte interno. L’aumentata consapevolezza dei rischi della guerra, il rifiuto dell’arruolamento con le lunghe code alle frontiere, fino nelle azione di vero e proprio sabotaggio dei centri di reclutamento, hanno parzialmente incrinato la parvenza di consenso monolitico sulle scelte del Presidente. L’esecuzione dell’ordine di mobilitazione parziale ha evidenziato lo stato di disorganizzazione della catena di comando e della logistica dell’esercito e degli apparati del Ministero della Difesa che, accoppiata al successo della controffensiva ucraina, ha alimentato ulteriori fratture tra le voci che parlano a nome del “metaverso” di Putin.

Con l’inizio della controffensiva ucraina si apre un periodo difficile per il Presidente Putin sul fronte internazionale, sul fronte militare e sullo stesso fronte interno. L’incontro di Samarcanda, il 16 settembre, oltre alla diffidenza delle repubbliche asiatiche, registra un invito alla prudenza da parte della Cina e una richiesta di moderazione – non è il tempo della guerra – da parte dell’India e della Turchia. La dichiarazione della mobilitazione parziale del 21 settembre, segna un’ulteriore sfaldamento delle componenti della base di consenso del presidente. I nazionalisti che chiedevano una mobilitazione generale vedono tradite le loro aspettative. Le modalità di gestione della mobilitazione danno il destro a blogger per una serie di critiche aperte sia alla gestione della mobilitazione che alle modalità di condotta dell’intera operazione militare, nonostante ne avessero in precedenza condiviso gli obbiettivi e le modalità di condotta della guerra di Putin in Ucraina. Secondo l’Institute for the Study of the War si possono identificare tre principali fazioni dell’attuale spazio dell’informazione dei nazionalisti russi, il “core” della base di Consenso alla guerra di Putin: la prima costituita dai blogger militari, dai corrispondenti di guerra, la seconda dagli ex ufficiali, dai veterani russi e dalle associazioni dei sostenitori e la terza dai siloviki – persone provenienti dai corpi dei servizi speciali con significative basi di potere e forze proprie, anche militari. Fino ad oggi, per garantire la sua supremazia, Putin ha avuto bisogno di garantirsi il supporto di tutte e tre le fazioni. I blogger militari perché alimentano la narrazione ufficiale e gli obbiettivi, presentando la visione di Putin con giudizio favorevole alla guerra, sia in Russia che nelle repubbliche alleate; la comunità dei veterani per aiutare ad organizzare e supportare le campagne di sostegno alla guerra; i siloviki perché stanno fornendo risorse e forze di combattimento sul campo.

Se queste sono le forze a sostegno personale del Presidente Putin, l’equilibrio generale di sostegno alla guerra è garantito da altri due pilastri: il primo l’apparato militare industriale che trova il suo ulteriore equilibrio interno nel Mistero della Difesa, diretto da Sergej Shoigu, l’altro è rappresentato dalla Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca retto dal Patriarca Kirill. Putin sa che il concatenamento delle fazioni e l’equilibrio sistemico sono sempre più necessari per garantire lo sforzo bellico, ma deve anche constatare che, con l’aggravarsi della situazione sul campo, la comunità nazionalistica radicale russa mostra ogni giorno segni di disgregazione più evidenti. Nella prima fase Putin ha costantemente cercato di accontentare le pressioni di queste comunità, garantendo la comparsa di alcuni blogger militari sulle televisioni di stato, consentendo ai siloviki di costituire proprie forze e continuare le operazioni offensive intorno a Bakhmut – dove peraltro non riescono a conquistare territori – e la città di Donetsk e placando i veterani con l’ordine di mobilitazione e un maggiore coinvolgimento della società nello sforzo bellico come chiedevano da tempo.

I Siloviki e la privatizzazione della guerra

Garantire un equilibrio tra la struttura istituzionale dell’Esercito russo, la sua linea di comando, il suo spirito di corpo, i suoi iter burocratici e i corpi delle milizie cecene o dei mercenari della Wagner nei momenti di sconfitta e arretramento, diventa molto complicato. Le milizie cecene di Kadyrov e i mercenari della Wagner di Prigozhin presentate, nella prima fase dell’operazione speciale, come forze ausiliarie o come esercito personale di Putin, nel corso delle varie fasi della guerra stanno assumendo una funzione sempre più rilevante. La maggiore importanza della loro funzione non è principalmente sul campo – vedi lo stallo di Bakhmut -, ma sicuramente nel bilanciamento della base del potere di Putin e della sua narrazione della guerra, che ultimamente sembra influenzare anche la strategia del comando militare. Le critiche all’apparato militare, ai centri di comando sul campo e allo stesso Ministero della Difesa sono iniziate con lo stallo dei mesi estivi e si sono intensificate con i primi rovesci provocati dalla controffensiva ucraina. La disfatta russa a Lyman, e il rischio di intrappolamento di interi battaglioni, ha galvanizzato le critiche che si sono presto trasformate in attacchi diretti al comandante del Distretto Militare Centrale, Alexander Lapin, responsabile del raggruppamento di forze a Lyman. Le critiche più feroci sono state portate dal capo delle milizie cecene Ramzan Kadyrov e dal padrone del gruppo Wagner. I comandanti delle milizie non rivendicano, ormai, solo un ruolo autonomo nell’attuazione della strategia, ora intendono influenzare o guidare le scelte strategiche, anche invocando l’impegno diretto di Putin nella pianificazione. Oggi Kadyrov e Prigozhin rappresentano la voce emergente tra le forze combattenti del regime che attaccano con sempre maggiore veemenza il più tradizionale e convenzionale approccio alla guerra perseguito dal Ministero della Difesa Sergey Shoigu e dal Comando Militare. L’arretramento, l’impossibilità di una tempestiva controffensiva, il disastroso avvio e conclusione della mobilitazione parziale voluta da Putin hanno ulteriormente incendiato le tensioni tra il campo dei Siloviki, il Ministero e l’Esercito. I capi delle milizie adesso sfidano apertamente esercito e ministero chiedendo la testa dei comandanti sul campo e dello stesso Ministro. Il presidente Putin rischia di rimanere schiacciato tra spinte contrapposte. Sa di non potersi alienare il sostegno del duo Kadyrov-Progozhin per il disperato bisogno delle milizie cecene e dei mercenari della Wagner, né può impunemente sconfessare il principale pilastro sul quale costruire il futuro impero zarista: l’apparato militare industriale costruito intorno al Ministero della Difesa che comunque garantisce, al di là della disorganizzazione burocratica e della stessa corruzione, la schiacciante maggioranza delle forze e delle risorse impegnate in Ucraina e istituzionalmente assicura la continuazione dell’azione militare. Il pendolo dell’equilibrio sembra spostarsi a favore della fazione del nazionalismo radicale. Nei primi giorni di ottobre lo stesso Kadyrov annuncia di essere stato promosso da Putin a Colonnello Generale dell’Armata russa, segue l’11 ottobre la notizia della nomina di Sergei Surovikin a comandante dell’operazione speciale. La figura di Surovikin è emblematica: la sua carriera di comincia nel 1991, come capitano del 1° battaglione fucilieri, quando aderì al tentativo di colpo di stato perpetrato contro Gorbaciov e fu il solo ufficiale che ordinò ai suoi uomini di far fuoco sui civili che dimostravano contro il tentativo di colpo di stato. Responsabile di tre morti, fu messo agli arresti e poi reintegrato nei ranghi senza processo. Successivamente si è distinto in Siria per le sue tattiche brutali contro città e civili. La nomina del nuovo comandante di quella che ancora Putin si ostina a chiamare “operazione speciale”, noto nelle ultime settimane per le critiche alla gestione della campagna molto vicine alle dichiarazioni di Kadyrov e Prigozhin, segna una ulteriore torsione strategica che avvicina il comportamento delle truppe regolari a quello invocato dai capi delle milizie, l’adozione della della rappresaglia indiscriminata su città e obbiettivi civili, che chiameremo, per comodità, “sirianizzazione della guerra”.

La linea Wagner

Neanche la nomina del nuovo Comandante Surovikin sembra aver soddisfatto le aspettative dei siloviki che hanno alzato il tiro delle critiche ai comandi militari e hanno rivendicato una gestione diretta delle operazioni. Di queste ore la polemica della cosiddetta “Linea Wagner”, il vallo anticarro che le truppe mercenarie al soldo di Prigozhin stanno erigendo nel nord-est dell’Ucraina dietro le linee di contatto, che dalla provincia del Donestk attraverso il Luhansk arriva nel Belgorod russo. La sua assonanza gotica non richiama certo un’esperienza militare vincente. 

Prigozhin attraverso la sua emittente critica apertamente “la burocrazia come nemica” che non protegge la popolazione russa, supportando la costruzione del vallo. 

La comunità dei blogger sta ripetutamente accusando il Cremlino per la mancata difesa della provincia russa. È emblematica la vicenda di Strelkov, il fuciliere, che messo ai domiciliari per le sue dure critiche, è scappato dichiarando di essere tornato in Ucraina a combattere. 

Strelkov, pseudonimo di Igor Girkin, attivo negli anni 1990 in Transnistria, in Bosnia e in Georgia, balzò agli onori della della cronaca nel 2014 quando, al soldo dell’Oligarca nazionalista Malofeev con il suo manipolo di separatisti, prese il controllo di Slavynsh. Accusato dell’abbattimento del volo della Malaysia Airlines 370, oggi rappresenta l’ala oltranzista dei blogger in aperta rottura con l’apparato militare e sempre più in sintonia con la fazione dei mercenari, come testimoniato dallo stesso canale televisivo della Wagner, che parla apertamente di fratture nell’inner circle di Putin.

La battaglia della narrazione

Lo spostamento degli equilibri nella base del sistema del Presidente Putin ha provocato una frattura tra siloviki e blogger militari. I blogger militari hanno teso a difendere i comandi militari, in primo luogo Lapin, anche per aver evitato che il suo raggruppamento finisse nella sacca di Lyman e perché si sono da sempre schierati contro una competizione tra i comandanti delle milizie, i comandi militari e i Ministero della Difesa. Fino ad oggi Putin ha evitato di criticare sia il duo Kadyrov-Prigozhin per i loro attacchi diretti all’Esercito e al ministero della Difesa, sia direttamente il suo Ministro della Difesa, sacrificando invece i comandi operativi dei vari fronti. L’ultimo in ordine di tempo è stato il Comandante del Fronte Militare Occidentale, il Colonnello Generale Alexander Zhuralev. Questa oscillazione è stata osservata dai blogger, che nel passato si congratulavano frequentemente con le prese di posizione di Prigozhin e Kadyrov, mentre adesso si mostrano più scettici sui reali interessi dei siloviki che accusano di essere troppo auto interessati.

Con il proseguimento dell’offensiva ucraina, ulteriori fratture sono emerse tra la stessa comunità dei blogger. Sui loro siti è iniziata una discussione introspettiva sulle rispettive credenziali militari e sul diritto di pretendere di offrire raccomandazioni alle Forze Armate russe. Alcuni blogger hanno lamentato che la rete dava spazio a commentatori senza appropriate esperienze militari che pretendevano di criticare i comandi militari in carica, mentre avrebbero dovuto offrire la semplice fotografia della situazione del fronte, senza commentare. La sconfitta russa di Lyman e la gestione del ripiegamento russo, con il successivo incidente innescato dalle critiche di Kadyrov-Prigozhin, hanno rappresentato la cartina di tornasole per la spaccatura del fronte dei blogger. I blogger più attivi nel denunciare le carenze di credenziali militari di molti critici si sono incontrati con lo stesso Putin e hanno avuto un ruolo di primo piano tra i commentatori televisivi nei canali della televisione di Stato, dove si sono vantati di essere i soli che hanno individuato le vere carenze delle forze russe e di averle indicate a Putin che potrà porvi rimedio.

Anche la comunità dei veterani mostra insoddisfazione con sempre maggiore evidenza. Come aveva già riportato a maggio l’Institute for the Study of War, l’Organizzazione indipendente dei veterani russi, nell’Assemblea degli Ufficiali, resa nota una lettera aperta al Presidente Putin nella quale si chiedeva la dichiarazione di guerra all’Ucraina, l’annuncio della mobilitazione e la formazione di una nuova amministrazione per il tempo di guerra per eseguire la mobilitazione. Questa nuova Amministrazione avrebbe soppiantato i Commissariati militari che ora sono stati individuati come i responsabili del malfunzionamento della mobilitazione stessa e, sovente, sono stati luoghi di attacchi e attentati contro la mobilitazione. L’assemblea chiedeva anche, in un riflesso condizionato da Armata Rossa, che Putin dichiarasse apertamente che la Russia stava combattendo contro la NATO in Ucraina, non contro gli ucraini. Molto prima che questa narrazione fosse adottata dal Cremlino dopo la sconfitta di Karkiv e Lyman. I vecchi nazionalisti della comunità militare avevano dall’inizio dell’azione speciale avvertito Putin della insufficienza delle forze mobilitate rispetto agli obbiettivi dichiarati. Putin fino ad oggi si è rifiutato di ordinare una mobilitazione generale o di dichiarare guerra all’Ucraina. La stessa mobilitazione parziale non ha fatto che rivelare uno stato generale delle strutture del Paese molto più fatiscente di quello che persino i più pessimisti sulle capacità dell’esercito russo potevano immaginare. La mobilitazione parziale ha mostrato uno stato di disorganizzazione, di assenza di patriottismo, vedi i generalizzati tentativi di espatrio, e di mancanza di motivazione tale da far affermare al vice comandante del Distretto militare sud russo, Andrey Gurulev “che il Comando militare russo deve lasciar vedere la sua inabilità a mobilitare 300 mila riservisti pronti a combattere e rivedere i criteri stessi della mobilitazione, se la Russia vuole avere una speranza di riconquistare l’iniziativa in questa guerra”. Gurulev ha anche espresso il suo supporto all’attacco dei capi delle milizie al comandante del raggruppamento delle forze a Lyman. Queste dichiarazioni hanno il sapore di un regolamento di conti nell’Esercito e una richiesta di decapitazione della struttura di comando. Ancora una volta la risposta è stata ambigua, con il continuo giro di valzer degli ufficiali comandanti, mentre tende a stabilizzarsi l’utilizzo indiscriminato e intimidatorio dei bombardamenti con la minaccia nucleare sullo sfondo.

La debolezza russa, la sirianizzazione della guerra

La controffensiva ucraina e l’efficacia dei sistemi d’arma che l’Occidente sta fornendo all’esercito ucraino, hanno mostrato tutta la debolezza del colosso russo. La mobilitazione parziale, che in questi giorni il Ministero della Difesa si è affrettato a dichiarare conclusa per evitare la diffusione delle proteste sempre più diffuse contro il reclutamento, è stata un’ulteriore dimostrazione della disorganizzazione di un Paese in preda all’ossessione di auto-definirsi potenza globale. 

L’affannosa ricerca di munizioni, droni e pezzi di ricambio per rifornire il corpo di spedizione dimostra l’incapacità della struttura militare-industriale di soddisfare le esigenze della proprie forze armate. La riluttanza degli alleati, vedi la Cina, a soddisfare le richieste, costringe la Federazione Russa a ricorrere alla Corea del Nord e all’Iran per i rifornimenti di munizioni, veicoli da ricognizione e droni. In attesa del “generale inverno” e in risposta alle sconfitte sul terreno a Lyman e nell’area di Kerson, all’azione di sabotaggio del ponte di Kerk, il nuovo comandante dell’Operazione speciale ha inaugurato la nuova strategia della rappresaglia massiva dello “sciame di droni” attuato coi gli Shahed-136, droni kamikaze forniti dall’Iran, con un raggio d’azione di circa 1.800 Km, una velocità di crociera di circa 185 Km/h e volo radente, dal costo relativamente economico – 20/50 mila dollari. L’efficacia di questo sistema d’arma, non molto sofisticato, è data dal suo impiego massivo: lo sciame. Le attuali postazioni antiaeree ucraine non sono in grado di individuare e colpire contemporaneamente la gran massa di ordigni scagliati in ogni ondata. L’obbiettivo dichiarato dai comandi russi di questa rappresaglia generalizzato è quello di colpire le infrastrutture civili e militari dell’intero Paese, soprattutto azzerare la sue rete energetica, per costringere l’intera Ucraina ad affrontare l’inverno senza energia.

La guerra nel “metaverso” e la stabilità del regime

Sotto l’incalzare dei ripetuti rovesci sul campo il “metaverso” di Putin incontra una progressiva frammentazione. Le divergenti modalità di presentare l’informazione nazionalista della Russia possono avere un significativo impatto interno e produrre effetti indesiderati sulla stabilità del regime di Putin. Putin rischia di essere spinto in una posizione che gli impedirà di soddisfare contemporaneamente le richieste delle varie fazioni in campo. Kadyrov e Prigozhin, che al momento sembrano guadagnare influenza, spingono per un cambiamento del modo con cui la Russia conduce la guerra più consono ai loro modi non convenzionali di mobilitazione del personale e di combattere. I veterani fino ad oggi hanno spinto per una più tradizionale riprofilazione dell’Alto Comando e del Ministero della Difesa e per indirizzare la Russia su un percorso di guerra convenzionale, sotto la direzione del Ministero della Difesa. I blogger militari hanno coerentemente difeso le selezioni del Cremlino per le assegnazioni degli incarichi di comando sul campo, mentre continuano ad attaccare il Ministero della Difesa, con una varietà di suggerimenti e raccomandazioni, quando i vari responsabili dei fronti subiscono l’iniziativa avversaria, esponendo dettagli delle operazioni, anche quando il Ministero della Difesa cerca di silenziarli. Putin sa di non potersi permettere l’alienazione di nessuna delle sue fazioni di supporto, ma nello stesso momento sa di non poterli soddisfare tutti con la guerra in corso e con i russi che continuano a subire sconfitte e perdite di territori. L’onda lunga dei continui arretramenti sul campo, mentre si profila la possibilità della perdita della stessa Kerson, unita all’andamento disastroso della mobilitazione parziale che rappresenta una spia del grado di disorganizzazione delle strutture istituzionali russe, può produsse fratture profonde nel nucleo della “constituencies” di Putin e nella visione del popolo russo, nonostante le massicce rappresaglie. Il riverbero di questi contrasti potrebbe far crescere la sensazione che Putin non ha più il pieno sostegno delle fazioni che sostengono il suo potere personale e la sua visione degli obbiettivi della guerra. Gli effetti che questa perdita di presa e controllo sulla sua base può avere sulla stabilità del regime sono duri da prevedere.

ll contesto geopolitico e i rischi di contagio

La pressione costante della Russia di Putin per un coinvolgimento diretto del suo alleato bielorusso ha comportato fino ad oggi solo decisione di comporre un’unico reparto militare congiunto e l’uso dello spazio aereo bielorusso per gli attacchi aerei alle città ucraine. Mentre un intervento diretto bielorusso nella guerra non sembra all’orizzonte. Nell’incontro di Samarcanda le repubbliche asiatiche dell’ex Unione Sovietica non sono apparse rassicurate dalla postura imperiale delle Federazione Russa; secondo il New York Times, l’Alto Comando Russo ha disposto lo spostamento dal teatro siriano ai fronti del Donbas e Kerson di due battaglioni, tra i 1.200 e i 1.600 uomini, compresi alcuni uomini della Wagner e di una batteria contraerea S-300. Sempre la fonte americana denuncia la presenza di addestratori iraniani nella penisola di Crimea. La sperimentazione massiva dei droni iraniani, dopo lo sporadico utilizzo nello Yemen, ha messo in allarme lo Stato di Israele. Il sistema d’arma collaudato e possibilmente migliorato con l’uso massiccio in ucraina, potrebbe diventare una spina nel fianco se fornito agli alleati dell’Iran che si trovano in Libano e nella striscia di Gaza. L’Iron Dome System and SkyHunter Missile israeliano è attualmente il sistema d’arma più efficace contro questo tipo di sciame di droni. In questa situazione potrebbe essere interesse israeliano perfezionare il proprio sistema di difesa missilistica  mettendolo alla prova per contrastare gli sciami giornalieri di Shaed-136 sulle città e infrastrutture ucraine. Lo stesso alleggerimento della presenza russa in Siria consente ad Israele una maggiore libertà di manovra, sia verso le basi delle “guardie della rivoluzione” iraniane in Siria, sia per la possibile fornitura di sistemi di difesa in Ucraina.

La pompa di benzina, con i razzi, gestita dalla mafia

A partire dagli anni 2000 la Federazione Russa rivendica sempre più il ruolo di potenza globale, in qualità di unico erede dell’Urss al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e unico detentore delle delle testate nucleari ottenute con gli Accordi di Budapest, dove l’Ucraina cedette alla Federazione Russa il suo arsenale nucleare superiore alle 1.500 testate, sia balistiche che tattiche, ereditate della disciolta Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. 

La partnership offerta dalla NATO alla Federazione Russa non viene ritenuta soddisfacente da Putin rispetto alla rivendicazione di un rinnovato spirito volto a porre rimedio alla più grande catastrofe del XX secolo: la caduta dell’URSS.

La nuova politica di Putin non ha mai inteso essere la sua prosecuzione dell’Urss come regime politico sociale bensì come sistema imperiale.

Il presente della nuova Russia proietta la sua aspirazione nel futuro attraverso l’immortalità dell’idea della “terza Roma ortodossa” e dell’impero zarista che si contrappone all’Occidente, visto come mondo decadente. La nuova postura geopolitica, rivendicata nel contesto internazionale, poggia solo sul pilastro della potenza militare, costruito sul ricordo della vittoria nella guerra patriottica, la Seconda Guerra Mondiale, e sulla successiva potenza missilistica nel periodo del confronto bipolare. 

Sul versante economico, il più grande stato del mondo per estensione può vantare un Pil assai inferiore a quello dell’Italia. I soli prodotti che la Russia mette sul mercato sono materie prime, minerali e fonti energetiche, tra cui principalmente petrolio e gas. Una struttura produttiva debole e dedita al semplice drenaggio delle materie prime è indice di una tecnologia debole e poco sofisticata e di una base scientifica ristretta. La caotica privatizzazione dei grandi apparati produttivi dell’epoca sovietica, avvenuta attraverso vere e proprie razzie dei boiari di Stato attraverso compiacenti padrinaggi politico-criminali, ha fatto emergere la figura dei famigerati oligarchi come padroni dell’economia russa, dove il loro profilo criminale e polito si sovrappone e confonde.

Lo sbilanciamento delle basi di potere della Federazione Russa rende debole la sua postura geopolitica, poggiata solo sulla presunta potenza militare, ben riassunta dalla metafora circolata negli ambienti diplomatici statunitensi che definiva la Russia come una “pompa di benzina, con i razzi, gestita dalla mafia”. 

Non c’è nell’uso di questa affermazione un giudizio di valore, ma solo la constatazione che una rivendicazione di potenza globale non può essere esercitata solo attraverso la minaccia della forza, ma deve essere espressa attraverso una più complessiva capacita economica, tecno-scientifica e culturale.

L’avventura militare nella quale Putin ha spinto la Russia con l’invasione dell’Ucraina, con l’obiettivo di allontanare la Nato dai sui confini, ha provocato una cascata di eventi: un consistente rafforzamento dell’Alleanza Atlantica, con l’ingresso di Finlandia e Svezia; la trasformazione del mar Baltico in un lago della Nato; uno spostamento verso est di armamenti dell’Alleanza occidentale; la perdita di peso e controllo nel Mar Nero e il passaggio degli stretti; un complessivo indebolimento della presenza nel mediterraneo; la necessità di ridimensionare la presenza militare in Africa, con il ritiro di contingenti della Wagner, e in Siria, con ritiro di uomini e armamenti. Mentre sul fronte degli alleati, l’amicizia senza limiti con la Cina è entrata in una fase di raffreddamento. 

Nello stesso tempo, nell’incontro di Samarcanda convocato con l’intento di costruire il nucleo dei Paesi revisionisti rispetto all’ordine mondiale in atto, la Cina ha ripetutamente ribadito che, sebbene non condanni la guerra in Ucraina, non desidera essere coinvolta né direttamente, né come fornitore d’armi. L’India ha fatto presente la sua contrarietà alla continuazione della guerra, mentre le repubbliche ex sovietiche dell’Asia hanno guardato con sempre maggiori sospetti un vicino per loro troppo potente e frustrato nelle sue aspirazioni imperiali. 

A questo si aggiunge ora il comportamento dello stesso presidente della Bielorussia, che pur dichiarandosi fedele alleato e concedendo il proprio spazio aereo ai russi per i propri raid in Ucraina, si è dimostrato sempre più riluttante per un coinvolgimento diretto.

Dopo otto mesi di guerra, un primo bilancio

Entrambi i fronti esterni registrano un significativo indebolimento: quello della guerra con la probabile perdita di Kerson che riporterebbe la Russia non alla situazione antecedente al 25 febbraio 2022, bensì a quella antecedente il 27 febbraio 2014; mentre quello internazionale con un ridimensionamento della postura della Russia come potenza globale, dove il ricatto nucleare non è sufficiente a sostenere la posizione di super-potenza.

Le sanzioni stanno incidendo profondamente sulla struttura sociale e industriale del Paese, coinvolgendo pesantemente le capacità dell’apparato militare industriale a sostenere la guerra e garantire l’ammodernamento delle sue forze armate. Nello stesso tempo il tentativo di costruire un polo di potenze revisioniste contro l’Occidente non ha registrato passi avanti, bensì distinguo sempre più pesanti tra alleati sempre più riluttanti.

Anche sul fronte interno cominciano a manifestarsi segnali sempre più significativi di malessere sociale innescati dalla catastrofica gestione della mobilitazione, ma anche incrinature tra le tecnostrutture dello Stato: in primo luogo tra l’apparato militare industriale e il sistema di potere personale del Presidente. Lo stesso inner circle del Presidente, a cui era assegnato il compito di costruire il racconto del “metaverso”, appare in preda a spinte e logiche divaricanti. Sicuramente l’esito della guerra in Ucraina avrà un impatto sul potere della Russia, i modi e gli sviluppi sono ancora oggi difficili da decifrare.


Bibliografia

  • Giorgio Cella: Storia e Geopolitica della crisi Ucraina, Carocci editore
  • Aleksej Puskov: Da Gorbaciov a Putin. Geopolitica della Russia, Sandro Teti editore
  • Sergio Romano: La Russia Imperiale di Putin, Leg edizioni
  • Luciano Canfora, Francesco Borgonovo: La guerra in Europa, OAKS edizioni
  • Edgard Morin, La natura dell’URSS, Armando editore
  • Franco Cardini, Fabio Mini: Ucraina, la Guerra e la Storia, Paper First
  • Giorgio Dell’Arti: Le guerre di Putin, La nave di Teseo
  • AA. VV.: Da Clausewitz a Putin: la Guerra nel XXI secolo, Ledizioni
  • Rodric Braithwaite: Russia. Myths and Realities, Pegasus Books
  • Bengt Jangfeldt: L’Idea Russa, Neri Pozza
  • Limes: n°5 del 2014; N° 6 del 2021; N° 11 del 2021; N°3 del 2022; N° 4 del 2022;N°5 del 2022; N° 6 del 2022; N°9 del 2022;
  • Aspenia, Nà 97 del 2022
  • Domino: N° 1 del 2022; N°2 del 2022
  • Foreign Affaires N° 4 del 2022
  • Sito dell’ Institute for the Study of War nei sui aggiornamenti quotidiani
  • Sito di The Atlantic
  • Sito di Eurasiagroup

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