Elezioni regionali in Lombardia dal 1995 al 2018

di Dario D’Italia

Il sistema elettorale

Le sei tornate elettorali che scandiscono la  seconda fase del regionalismo italiano  vanno  della riforma elettorale introdotta con la legge del 23 febbraio 1995 n. 43 ( Nuove norme per la elezione  dei consigli delle regioni a statuto ordinario) alle elezioni appena celebrate lo scorso 4 marzo dell’anno in corso.

Il Sistema elettorale

Le sei tornate elettorali che scandiscono la  seconda fase del regionalismo italiano  vanno  della riforma elettorale introdotta con la legge del 23 febbraio 1995 n. 43 ( Nuove norme per la elezione  dei consigli delle regioni a statuto ordinario) alle elezioni appena celebrate lo scorso 4 marzo dell’anno in corso.

Il quadro normativo

I primi anni dell’ultimo decennio del novecento, sotto la spinta dei referendum ( 1991 – preferenze; 1993 – sistema maggioritario),  furono segnati da un’intensa attività di manutenzione, innovazione e riforme dei sistemi elettorali locali con  la n°81 del 1993 ( elezione diretta del Sindaco e del Presidente della Provincia), nazionale con le leggi del 4 agosto del 1993, n° 276 per l’elezione del Senato e n°277 per l’elezione della camera dei deputati, meglio conosciute con l’appellativo leggi Mattarella, dal nome suo estensore, o meglio “Mattarellum” come principiò ad indicarla il politologo fiorentino Giovanni Sartori, volendone sottolineare anche l’elemento di costrizione nella formazione dei raggruppamenti per le candidature del 75% della quota maggioritaria  e della premialità implicita.

Con il Mattarellum si votò nel 94 per la formazione della XII legislatura, il 1996 per la formazione della XIII e il 2001 per la formazione della XIV legislatura. Dal 2005 il Mattarellum fu sostituito dalla “legge Calderoli”, la  n°270 del 21 dicembre 2005, meglio conosciuta come “ porcellum”, un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate, con la quale si rinnovano le camere nel 2006, 2008, 2013, che finirà delegittimata dalla Consulta. Le Regioni a statuto ordinario saranno disciplinate dalla legge n°43 del 1995.

La nuova legge non introdusse, come erroneamente si tese a propagandare, l’elezione diretta del Presidente della Giunta regionale. Sul vecchio impianto proporzionale, con scrutinio circoscrizionale su liste plurinominali, della legge n°108 del 1968  si introdusse un premio di maggioranza pari ad un quinto dei consiglieri assegnati alla regione ( il 20%). La modalità di assegnazione del premio si effettuava tramite il collegamento di una lista regionale composta da un quinto dei seggi assegnati alla regione ( per la Lombardia 16) alle liste circoscrizionali. Il premio veniva quindi assegnato alla lista regionale ( indicata sulla scheda con il nome del suo capolista)  che aveva preso più voti in modo da garantire almeno il 60% dei seggi assegnati. La 43 del ’95 non garantiva la riserva di posto per il capolista della lista regionale arrivato secondo. Anche se gli elettori trovarono scritto sulle schede elettorali nelle elezioni del 1995 i nomi dei capilista segnati sulle schede elettorali, furono i consigli regionali ed eleggere i Presidenti delle Giunte regionali, come imponeva la Costituzione allora vigente. La elezione diretta dei Presidenti delle Giunte regionali si avrà con la legge Costituzionale n°1 del 1999 che disciplinò l’elezione diretta del Presidente della Giunta, la contestualità dell’elezione del Presidente e del  Consiglio; la clausola del “simul stabunt vel simul cadent”; la riserva di posto per il candidato presidente che si piazza al secondo posto, l’autonomia organizzativa e Statutaria; per  la disciplina elettorale l’autonomia regionale si esercita nell’ambito dei principi fissati con legge della repubblica. ( legge n°165 del 2 luglio 2004).

Nei rinnovi dei Consigli regionali del 2000, 2005, 2010 in Lombardia si è votato con un sistema elettorale basato per 80% dei seggi assegnati con sistema proporzionale (legge n°108 del 1968), e per l’elezione diretta del presidente e del premio di maggioranza del 20 o del 10% sulla combinazione dei dispositivi della legge n°43 del ’95 e della legge Costituzionale n°1 del 1999. Con la legge regionale n°17 del 31 ottobre 2012 il Consiglio regionale della Lombardia ha esercitato la sua potestà sulla legge elettorale ed approvato la sua legge nell’ambito dei principi della l. n°165 del 2004 e dello Statuto regionale. Elezione diretta del Presidente, contestualità, reciproco auto-dissolvimento, vincolo dei due mandati per il Presidente, premio di maggioranza o di stabilità. La garanzia della rappresentanza di tutti i territori è data sia dall’abolizione della lista regionale e dal conseguente assegnazione dei seggi alle circoscrizioni, sia dalla espressa previsione della legge la quale prevede che in carenza di assegnazione di un rappresentante in una circoscrizione il seggio viene assegnato al candidato più votato. Con il nuovo sistema elettorale il Consiglio regionale della Lombardia è stato rinnovato nel 2013 e nel 2018.

Il Corpo elettorale

gli elettori

Nei 23 anni che ci separano dal 1995 il corpo elettorale regionale è passato dai 7 milioni e 506 mila elettori del 1995 agli attuali 7 milioni e 882 mila con un incremento di circa 376 mila unità, pari al circa il 5%, le variazioni tra un’elezione e la successiva sono al di sotto dell’unità. Il corpo elettorale della regione è contraddistinto da una forte stabilità.

I Votanti

L’evoluzione dei votanti mostra un profilo più articolato sia per cause interne sia per cause esogene. I votanti nel 1995 sono 6 milioni e 320 mila pari all’ 84,24%  dell’intero corpo elettorale, nel 2000  i votanti si attestano a 5 milioni e 742 mila, pari al 75,59%, 1 milione e 853 mila elettori disertano le urne, 581 mila più del 1995; nel 2005 la percentuale dei votanti sugli elettori scende al 72,97%, in valore assoluto solo 5 milioni e 573 mila elettori si recano alle urne su 7 milioni e 638 mila  avente diritto, l’astensione supera i 2 milioni. La parabola decrescente continua nel 2010 quando solo il 64,64% degli elettori si reca alle urne, ossia 4 milioni e 973 mila su un corpo elettorale di 7 milioni e 694 mila. 2 milioni e 721 mila elettori non si sentono coinvolti nel processo elettorale. Nel 2013 il coinvolgimento degli elettori nel processo elettorale segna uno sbalzo in controtendenza. Un milione di elettori rientra nel circuito del voto. I votanti si attestano a 5 milioni e 938 rispetto ai 4 milioni e 937 mila di tre anni prima. I votanti del 24 febbrai 2013 rappresentano il 76,74% del elettori. Il dato ha però una spiegazione esogena, infatti le elezioni regionali e le elezioni politiche si tengono negli stessi giorni di conseguenza il tasso di partecipazione si attesta al livello della partecipazione alle elezioni politiche, la stessa cosa si ripete con le elezioni del 4 marzo 2018 con una partecipazione del 73,10% in linea con il calo generale.

Il regionalismo lombardo nella seconda repubblica

Con il termine “seconda repubblica” non si vuole qui indicare una particolare forma istituzionale dello Stato e della Repubblica, sulla quale ci sarebbe da discutere, ma semplicemente indicare un periodo che va dalla prima parte degli anni novanta alle ultime elezioni politiche del 2018, ossia il quarto di secolo che abbiamo alle spalle. La prima parte degli anni novanta del secolo scorso, come abbiamo visto, fu forgiata dal concatenarsi di eventi di carattere globale e cause endogene, la fine del mondo bipolare, con il crollo del comunismo, l’implosione del sistema politico nazionale la cui rendita politica ( soprattutto per i partiti di governo) si era trasformata  in sistema corruttivo, che successivamente esplose come questione morale. I Partiti di governo furono azzerati dall’onda moralizzatrice  mentre per il maggior partito dell’opposizione (il PCI)  con l’implosione Dell’Unione Sovietica venivano meno le sue ragioni fondative,. In questo contesto critico presero forma nuovi soggetti politici  come la Lega Lombarda e Forza Italia.

I principali temi che segnarono il confronto politico  furono  ancorati  alla ricerca della modalità della formazione della rappresentanza e dalla responsabilità dell’elettore nella scelta degli esecutivi. La foga riformatrice fu semplificata  nella iperbole comunicativa dello  slogan “ridare lo scettro al cittadino. Le riforme delle leggi elettorali venne individuata come la modalità più immediata per concretizzare quello slogan.  Le prime leggi di riforma approvate introdussero la elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province, con l’assegnazione di un premio di maggioranza nei consigli alla fazione vincente. L’intervento con legge ordinaria sul sistema degli enti locali produsse una legislazione sufficientemente organica.

Per le regioni come abbiamo visto la 43 del 95 risolse il problema della stabilità con il premio di maggioranza ed una così detta norma antiribaltone, ma la elezione diretta del Presidente della Giunta si avrà soltanto con la legge costituzionale n°1 del 1999. Per il Parlamento la questione aveva, come ha, un complesso impatto sul complesso della Costituzione  e sulla forma parlamentare del Governo. Attraverso la manutenzione delle norme elettorali si cercarono di indurre forme di “bipolarizzazione” del sistema, ed in alcune fasi della discussione si evocò financo il “bipartitismo”. La seconda questione che animò il periodo fu indotta, sicuramente dalla presenza della Lega, ma non solo, essa rispondeva al tema del superamento del decentramento amministrativo e la nascita di un “nuovo regionalismo” proto-federalista. Cosa che in parte avvenne con la riforma della Costituzione,  approvata in Parlamento il 12 marzo 2001 e confermata con referendum popolare  il 7 ottobre 2001 ( la legge costituzionale n°3 del 18 ottobre  2001) meglio conosciuta come riforma del titolo V della Costituzione.

Questo sintetico tratteggio della fase credo possa essere utile a contestualizzare meglio i dati elettorali che si sono succeduti dal ’95 ad oggi.

Regione Lombardia,  dal Tripolarismo al bipolarismo e ritorno

La prima elezione celebrata con la nuova legge elettorale il 23 aprile del ’95, assegnando la vittoria al centrodestra apre la stagione formigoniana che si protrarrà per i successivi 18 anni. La rappresentanza consiliare è strutturata su tre poli. Il Centro destra ( Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro democratico conquistano 38 consiglieri, 16 consiglieri saranno portati in dote dalla lista regionale guidata dal candidato vincente) può contare di 54 componenti; Il Centro sinistra ( PDS, Popolari, Verdi, Patto Democratici, Laburisti, 19) , Rifondazione Comunista 5; Lega Lombarda 12. Il primo consiglio regionale post-riforma ha in se le componenti della nuova fase ma risente ancora dell’impianto pluripartitico della fase precedente. Se sommando  i voti dei primi due capolista regionale e lo pesiamo percentualmente sul totale dei voti validi delle liste regionali possiamo costruire un rudimentale indicatore della bipolarità dell’aggregato elettorale. Per semplicità lo chiamerò indice di bipolarismo. Nelle elezioni del 1995 il 68,46% dei votanti aveva espresso la propria preferenza per Formigoni o per Masi. Come vedremo in seguito, dopo una fase di più o meno accentuato “bipolarismo” con le elezioni del 24/25 febbraio 2013 e quelle del 4 marzo si ritorna ad un’Assemblea regionale tripolare. Il dato elettorale è sempre il lascito della situazione esistente, meglio della sua percezione, e l’innesco dei processi in sviluppo, questo vale per il quarto di secolo che abbiamo alle spalle; la Seconda repubblica, e gli scenari che sono davanti a noi. Il periodo preso in esame anche se ancora breve per tentare di enucleare delle regolarità ci può pero aiutare a comprendere meglio le interazioni tra sistema politico e la sua rappresentazione istituzionale. Nelle elezioni del 1995 le tre forze principali rappresentavano, con le loro liste e coalizioni l’89% del voto valido, oggi le tre principali forze della regione rappresentano il 95% del voto. Il soggetti sono diversi. Allora vinse Forza Italia e il Centrodestra, la Lega di Speroni si piazzò al terzo posto, il Centrosinistra di Masi si fermo al 29,63%. Oggi vince il Centro destra, ma a trazione leghista con il 51%, il movimento 5 Stelle si piazza terzo al 17,8% ( la Lega di Speroni si fermo al 17,68%); le liste del Centrosinistra sono al 27,04%. Questo ritorno ad una struttura tripolare si iscrive in un sistema politico ed istituzionale profondamente mutato.

Prima di avventurarci in considerazioni di carattere generale potrebbe essere opportuno osservare  come il sistema politico regionale assorbì i cambiamenti della struttura politica e delle modalità di  formazione della rappresentanza politica della prima metà degli anni novanta segnati dall’implosione del partito egemone, la Democrazia Cristiana, e del suo principale alleato, il PSI, e dall’irrompere sulla scena politica di formazioni eterodosse che segneranno profondamente  la Seconda repubblica ( Lega e Forza Italia)

Il mito del Governatore

La riforma elettorale del ’95  individua  un nuovo profilo politico di governo regionale che la successiva legge costituzionale n°1/99 perfezionerà come forma di “governo neoparlamentare” caratterizzata dalla contestualità dell’elezione, dalla garanzia di stabilità del premio di maggioranza, dalla possibilità del reciproco dissolvimento – anche se in questa relazione di reciprocità l’egemone rimane il Presidente-. Nella vulgata comunicativa nasce però il mito del Governatore eletto direttamente , così che nella successiva stagione statutaria i Presidenti delle regioni metteranno a frutto questo vantaggio di percezione della loro funzione spostando sulle giunte il peso decisionale ed operativo.

La Lombardia, come vedremo può essere indicato come laboratorio privilegiato del dispiegarsi del nuovo regionalismo e della nuova forma di governo regionale.

L’esperienza lombarda è contraddistinta da due continuità. La prima, personale caratterizzata da 4 mandati consecutivi conseguiti da Roberto Formigoni  (con una sapiente gestione dell’esercizio della potestà legislativa regionale in materia elettorale) per una durata di 18 anni, perché come sappiamo l’ultima fu interrotta anticipatamente, per il precipitare di fatti di natura giudiziaria; la seconda di natura politica che con l’ultima tornata elettorale si traguarda verso il trentennio (28 anni) con Maroni e Fontana.

Questa monolitica stabilità tuttavia è contraddistinta da continui mutamenti sia nella morfologia della maggioranza politica sia nelle forme di legittimazione dei Presidenti.

Lo studio dei comportamenti elettorali e dei fatti politico-istituzionali presuppone un campo di analisi molto più vasto delle rapide riflessioni che si svolgeranno di seguito e si prefiggono di individuare alcuni tratti che hanno caratterizzato il voto dei candidati presidenti.

Ci limiteremo in questa sede individuare alcuni elementi che hanno caratterizzato il voto regionale dal 1995 ad oggi, in particolare per la scelta del presidente. La prima premessa da fare è che nelle elezioni regionali si può effettuare il voto disgiunto.

Indicatori di Personalizzazione e di bipolarizzazione del sistema

Per descrivere questi schizzi ci limiteremo ad osservare principalmente due indicatori: a) un indicatore di Personalizzazione, ricavato dalla differenza del voto al candidato presidente sottratto dal voto alla coalizione o alla lista collegata sul totale dei voti del presidente; b) secondo indicatore l’indicatore di personalizzazione, ricavato dalla % dei voti ottenuti dal candidato alla carica di Presidente sul totale dei voti personali dei candidati presidenti; L’indicatore di bi polarizzazione dato dalla  percentuale della somma dei voti validi dei primi due candidati presidenti sul totale dei voti ai candidati presidenti. Questi tre indicatori  non pretendono di essere statisticamente sofisticati, il loro compito e quello di contribuire ad individuare possibili profili regolarità o mutamenti di comportamento elettorale sia sul versante dell’offerta che della domanda.

1995: la nuova regione e la legge minotauro

Le Prime  elezioni con la nuova legge elettorale del 1995 la partecipazione si attestò all’84,24% e furono caratterizzate da una struttura tripolare. I candidati furono sei, tre superarono il milione di voti ( Formigoni 2 milioni 386 mila voti, con un bottino personale di 309,5 mila voti pari al 12,97% e i 36,95% dell’intero voto personale espresso in quella tornata. Terzo nei voti , un milione 87 mila voti, Speroni colse un notevole successo personale: il 19,13% del suo consenso fu personale, il quale pesava il 24,8% sul totale dei voti personali. Il candidato del centrosinistra si assicurò la seconda piazza con un milione 591 mila voti dei quali, però, solo118 furono frutto di voto personale, pari al 7,42% del proprio voto e al14,09% del totale dei voti personali. Il totale dei voti personali sui voti ai presidenti fu di 837 mila, pari al 14, 42% del totale dei voti raccolti dai candidati presidenti. La percentuale dei voti raccolti dai primi due candidati, che qui useremo come indicatore di bi polarizzazione, fu del 68,46%. La prima elezione con il nuovo sistema fotografò una regione tripolare con un centrodestra a trazione Forza Italia e due gambe, una rappresentata dal centro (parte dell’ex DC) e l’altra dalla destra di AN. Un centrosinistra a trazione PDS in coalizione con i Popolari ( parte dell’ex DC), movimenti referendari, verdi e una parte della sinistra riformista. Il terzo polo era strutturato intorno alla Lega ormai consolidata in Lombardia e dalla sinistra radicale. Sia il candidato vincente del centrodestra sia quello della Lega si mostrano capaci di intercettare una quota consistente di voto personale. Il candidato del centrosinistra non è in grado di andare molto oltre il voto della sua coalizione di liste.

Con la nuova legge elettorale in un modello elettorale si evidenziò immediatamente un limite dovuto al fatto che nella quota proporzionale le minoranze elessero 36 consiglieri e quindi per garantire al presidente eletto con una percentuale superiore al 40% il 60% dei consiglieri il numero dei consiglieri eletti fu portato a 90.

2000: l’apogeo dell’astro Formigoni

Le successive elezioni del 2000, alle quali partecipò il 75,59%   con un calo di 580.841 votanti rispetto alle precedenti elezioni, -8,65%,  si svolsero in un contesto politico contrassegnato dal mutamento della morfologia delle coalizioni. Nel centrodestra fece il suo ingresso la lega, portando in dote 702 mila voti. L’allargamento del centrodestra consenti a Formigoni di cogliere il secondo successo e l’apice del consenso, mai più raggiunto fino ad oggi da un candidato presidente di 3 milioni 355 mila voti, il 62,37%,  con una dote personale di 360 mila voti pari al 10,7% del suo consenso e il 43,68% dei voti ai soli presidenti. Anche nel centrosinistra era modificata la morfologia dell’alleanza: PDS, Popolari e Verdi confluirono nell’Ulivo, Rifondazione Comunista entro nel perimetro della coalizione. Il Candidato di centrosinistra Mino Martinazzoli raccolse 1 milione 692 mila voti, il 31,46, con un bottino di voti personali di 398 mila, pari al 23,52% dei suoi voti complessivi e il 48,25% del totale dei voti personali dei presidenti. Nel giro di un quinquennio il candidato del centrosinistra sul voto personale aveva battuto di circa 38 mila voti in numeri assoluti il potente Formigoni all’apice della sua fase espansiva. Nei voti di lista, infatti, la sua coalizione ottenne il 65,75% del consenso. Questo eccesso di consenso permise di sperimentare un ulteriore aspetto della legge. Per correggere l’eccesso di sproporzione alla coalizione di maggioranza che aveva ottenuto nel riparto proporzionale già  43 seggi fu assegnato solo la meta dei seggi spettanti nella lista regionale 8 anziché 16. In questa tornata elettorale il voto personale dei presidenti al 15,33%. Gli indicatori che abbiamo preso come base per misurare la personalizzazione del voto ci dicono che per Formigoni il voto personale pesa per il 10,74% sul suo consenso e rappresenta il 43,68% dei voti personali dei presidenti. Per il candidato di centrosinistra il voto personale rappresenta il 23,52% del voto complessivo sul candidato e il 48,25% della somma dei voti personali dei candidati presidenti. L’indice di bi polarizzazione al 93,82%. Il sistema sembra avviato verso un bipolarismo di coalizione a trazione del candidato presidente.

2005: Bipolarismo perfetto

Nel 2005 il panorama politico elettorale risulta sufficientemente stabilizzato. Formigoni si presenta per il terzo mandato alla guida di una coalizione di centrodestra basato sulle quattro punte centro, destra, Lega e FI. Il dominus dell’alleanza rimane FI, anche se nella tornata elettorale perde 400 mila voti rispetto alle precedenti. La partecipazione al voto si attesta al 72,97%, con una flessione di circa 2 punti e mezzo sulle precedenti.  Formigoni riconquista la Regione con 2 milioni 841 mila voti, 500 mila meno del 2000. La sua percentuale elettorale si attesta al 53,86%. Il candidato del centrosinistra Riccardo Sarfatti raccoglie 2 milioni 278 mila voti pari al 43,17%.  I candidati alla presidenza in questa tornata sono  quattro. Il voto personale sui presidenti è espresso da  892.310 elettori ed è pari  al 16,91%. Questi elettori per il 46,54% ( 415 mila) scelgono Formigoni e costituiranno il 14,61% del suo voto complessivo, il 48,54% si dirige su Sarfatti dove rappresenterà il 19,01%. L’indicatore di bipolarismo raggiunge il 97,03%. Solo circa il 3% degli elettori e fuori dal circuito bipolare dominato dalle coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Il sistema multipolare  pre ‘95  è definitivamente archiviato.

2010: Verso il declino

Nel 2010 si rinnova per la quarta volta il vertice della regione e il consiglio regionale con il nuovo sistema. L’impianto bipolare di coalizione è ancora solido e dominante anche se si avvertono alcune scosse. La coalizione di centrodestra si riorganizza semplificando la composizione, il Popolo della libertà assorbe FI, i centristi e AN in un’unica formazione. Il centrodestra si presenta con due sigle Popolo delle libertà e Lega nord. Nel centro sinistra la lista del PD eredita l’Ulivo. La coalizione si baserà sull’alleanza con l’Italia dei valori, pensionati, sinistra ecologia e libertà ed altre frammentazioni della sinistra.  Fuori dal perimetro bipolare compare la formazione di centro guidata da Pezzotta, la formazione radicale di sinistra e per la prima volta la sigla “Movimento 5 stelle”. Alle elezioni partecipa il 64,64% degli aventi diritto, 8 punti in meno delle precedenti elezioni 19,6 punti in meno del 1995. Formigoni alla testa della rinnovata coalizione di centrodestra ottiene la quarta riconferma con 2 milioni 704 mila voti, pari al 56,12%. Penati raccoglie 1 milione 603 mila voti pari al 33, 28%. I voti personali  dei candidati, che in questa tornata sono 6, come nel ’95, si attestano a 555.969 pari all’11,54 circa 5 punti e mezzo meno del 2005. Da questo pacchetto i due candidati più votati ne ottengono il 73%. Il voto personale di Formigoni scende a 224.996, l’8,32% del suo voto complessivo e il 40,47% dei totale dei voti personali. Penati raccoglie 181.978 voti personali che rappresentano l’11,35% del suo voto complessivo e il 32,73% del voto personale dei candidati presidenti. L’indicatore di bipolarismo appare meno solido, si attesta all’89,40%. Dopo 15 anni, la brusca caduta del tasso di partecipazione elettorale e la flessione del tasso di personalizzazione del voto e dell’arretramento dell’indicatore di bipolarismo sembrano indicare un accumulo di criticità.

2013: Dal trauma al tripolarismo

La tornata elettorale del 2013 è dovuta all’interruzione anticipata e traumatica della legislatura regionale. Le elezioni anticipate regionali cadono nel contesto dell’esplosione della questione morale delle regioni (Fenomeno rimborsi) che va a sommarsi all’eccezionalità del contesto nazionale. L’abbinamento delle due situazioni  di criticità produrrà un’indubbia miscela esplosiva.

Alle elezioni del 24/25 Febbraio 2013 partecipa il 76,74% degli elettori, 964 mila elettori in più del 2010. Il centrodestra si presenta sotto la guida del candidato espresso dalla Lega Roberto Maroni. La sua coalizione raccoglie la Lega, il Popolo delle libertà, la destra di Fratelli d’Italia, la lista del candidato Presidente Maroni e i Pensionati. Il centrosinistra oltre al PD raccoglie le forze civiche organizzate nel Patto civico, Sinistra ecologia e libertà, Italia dei valori ed altre tre formazione di centro e di sinistra, come se la moltiplicazione delle liste potesse moltiplicare i voti. Fuori dal perimetro del bipolarismo si muove il tentativo di costruire un polo moderato laico-liberale guidato da Albertini e il “Movimento 5 Stelle” in crescente visibilità. Il voto assegna la vittoria a Roberto Maroni, riconfermando per la quinta volta il centrodestra al governo della regione. Maroni vince con 2 milioni 457 mila voti ( il 42,82%), contro Umberto Ambrosoli che si ferma a 2 milioni 194 mila voti ( il 38,24%). I voti personali cadono a 330.468 pari al 5,76%. Maroni riceve 127 mila voti personali pari al 5,20% dei suoi voti complessivi e al 38,69% del totale dei voti personali. Ambrosoli porta in dote 178.841 voti personali, l’8,15% del suo voto complessivo e il 54,12% della somma dei voti personali. L’indicatore di bipolarismo perde altri 8 punti  e si attesta all’81%. Lo schema bipolare di coalizione sembra destinato ad una repentina rottura. Il campo dell’opposizione non vede più una forza egemone, diventa plurale. Il campo della maggioranza è attraversato da forti momenti di fibrillazione. La lista Maroni che sembrava destinata a fare da incubatore per una riorganizzazione delle forze del centrodestra implode su se stessa. Le dinamiche di riorganizzazione del campo di centrodestra rispondono di più a stimolazioni sociali e politiche guidate dall’esterno in primo luogo dal segretario della Lega. L’abbinamento del ciclo politico elettorale regionale e nazionale, ha finito per spostare e schiacciare le dinamiche regionali su quelle nazionali.

2018: un quadro in movimento

Lo scenario nel quale inquadrare le elezioni del 4 marzo va definito nel contesto del riprofilarsi del ruolo della regione al seguito dei due referendum quello costituzionale  del 4 dicembre 2016 e quello regionale del 22 ottobre 2017. Principalmente in questi due passaggi il centrodestra ha ritessuto rinnovandoli i suoi legami con il territorio. All’indomani dell’esito del referendum costituzionale nessuna forza politica, in primo luogo, il PD ha sentito la necessità di riflettere sul ruolo delle regioni strette tra crisi finanziaria, perdita di ruolo e blocco della cornice istituzionale. Il referendum e la successiva apertura del tavolo con il Governo per attivare il terzo comma dell’articolo 116 ha rappresentato certamente l’occasione per aprire una discussione sulla regione come istituto di governo della Repubblica.  Maroni porta il centro destra all’elezioni con una proposta sulla regione. Non ostate il cambio in corsa del candidato alla Presidenza  ( Attilio Fontana) il centrodestra si presenta all’appuntamento elettorale con una sua fisionomia. L’affluenza al voto segna un flessione  rispetto alle precedenti ma in linea con il dato nazionale e si attesta al 73,10%.  I candidati alla carica di Presidente sono 7, uno in più rispetto al 1995. La coalizione di centrodestra si basa su tre gambe ( Lega, FI, Fratelli d’Italia), le liste al seguito ( Noi con l’Italia, Energie per l’Italia e lista Fontana)  che non incontreranno un forte gradimento elettorale. Il centrosinistra schiera la sua proposta imperniata sul PD, con l’alleanza dei radicali di +europa e il tentativo di bissare l’esperimento del civismo di Ambrosoli. I 5Stelle ormai emancipati giocano in solitaria la loro partita. La sinistra si frantuma in micro liste. L’elettorato riconsegna la maggioranza al Centrodestra con il 51,3% ed elegge Fontana con il 49,75% dei voti.  Il candidato del centrosinistra Gori si ferma al 29,09%; i 5Stelle si assentano al terzo posto con Violi al 17,37%. I voti personali conquistati dai candidati presidenti rappresentano il 6,83% (383.627). Il totale di tutti i voti personali è inferiore ai voti personali presi dai singoli candidati come Martinazzoli (398.035), o  Sarfatti (433.169) per citare solo alcuni candidati del centrosinistra. In questo pacchetto di voti personali a Fontana va il 30,44% e pesano sui suoi voti complessivi per 4,18%; mentre Gori si assicura il 57,01% che pesano sul totale dei suoi voti per il 13,39%; a Violi va il 10% che pesa sul suo risultato per il 4,27%. La richiesta di voto utile in campagna elettorale auspicato dal centrosinistra fa registrare 2898 adesioni, ( 0,76%) dei voti personali) ossia il differenziale negativo fatto registrare dal candidato Rosati rispetto ai voti della lista Liberi e Uguali. Il voto personale diventa assolutamente marginale e con la perdita di attrazione delle liste civiche l’elettore si orienta esclusivamente sull’offerta politiche delle sigle dei partiti. L’indicatore di bi polarizzazione continua la sua discesa e si attesta  a 78,84.

Evoluzione della morfologia dell’offerta politica regionale

Il sistema politico regionale si adatta alla nuova legge elettorale con un’operazione di ortopedia istituzionale. Come abbiamo detto la nuova legge rappresenta, per il sistema politico della “Prima Repubblica”,  costituzionalmente improntata – dal comune al governo nazionale – alla forma pura di parlamentarismo e ad un sistema elettorale proporzionale, una sorta di “minotauro”. Su un corpo proporzionale ( l’ottanta per cento dei consiglieri è eletto su liste plurinominali di circoscrizione con metodo puramente proporzionale e con voto di preferenza), la legge n.43 del ’95 innesta una testa ibrida composta da un presidente (scelto) direttamente dal corpo elettorale che porta in dote un premio del 20% ( 16 consiglieri) attinti da una lista regionale che nessuno vota. Quindi su un impianto puramente proporzionale viene ortopedicamente innestata l’elezione  diretta, dal 2000 in poi,  del Presidente che fa scattare l’attribuzione del premio di maggioranza.  Il sistema politico regionale si confrontava per la prima volta con questa novità.

Va sottolineato come in quegli anni l’impianto stesso del sistema politico nazionale attraversava una fase di crisi radicale. I principali partiti che avevano retto il governo del Paese e delle principali istituzioni territoriali nel giro di pochi mesi scomparvero, prima il PSI e successivamente la DC. Non vogliamo aprire una discussione su questo, ho voluto richiamare quei fatti per meglio definire il contesto nel quale si collocavano le riforme elettorali e le modalità con le quali il sistema politico di apprestava ad utilizzarle. Sicuramente la nascente FI fu il soggetto che meglio seppe collocarsi nella nuova situazione . FI forte del 29,2%  costituisce una coalizione che raccoglie il centro e la destra necessari per superare il 40% dei voti. Il Centrosinistra basato sul PDS e Popolari ai quali si aggiungono i verdi e il Patto democratico non sfonda il muro del 30%. La Lega con la sua corsa solitaria si ferma al 17,7%. Rifondazione fuori dallo schieramento di centrosinistra raccoglie il 7,7% , contribuendo a scrivere l’ennesimo capitolo della saga sulle separazioni. Nella prima competizione con il nuovo sistema elettorale si presentarono 15 liste e 6 candidati presidenti, solo tre liste superarono la percentuale del 10% dei voti. Il sistema politico regionale forzatamente si adatta alle nuove regole elettorali.

Nella nostra discussione varrebbe la pena di considerare un dato, anche questo di contesto, ma non per questo meno significativo. Cercheremo qui di definire solo il titolo della questione che va ascritta al tema che riguarda le relazioni e le interazioni tra sistema politico nazionale e forme di governo e sistemi di elezioni degli enti territoriali ( Comuni; Province, finché sono esistite nella forma di elezioni diretta; Regioni). I Sistemi elettorali territoriali e i rispettivi sistemi di governo sono improntati a sistemi di elezione diretta del Sindaco, Presidente di Provincia, Presidente di Giunta regionale ( Governatore) e di preminenza degli esecutivi sulle Assemblee. La forma di governo nazionale rimane parlamentare, anche se le leggi elettorali hanno introdotto forme di personalizzazione. I capi delle coalizioni della fase bipolare della “Seconda repubblica” sono stati vittime delle dinamiche parlamentari. Dalla prima crisi del Centrodestra, agli incidenti dell’Ulivo. La continua riaggregazione di frazioni parlamentari ha fortemente inciso sulla stabilità delle maggioranze uscite dal processo elettorale. Se dovessimo confrontare la durata dei governi  sorretti da maggioranze uscite dal processo elettorale e quelli prodotti dalle dinamiche parlamentari durante gli della cosi detta “seconda repubblica” avremmo qualche sorpresa.

Tornando al nostro tema, mi premeva sottolineare  come il sistema dei partiti si sia dovuto adattare, rimanendo indeciso, tra un sistema elettorale e istituzionale comunale e regionale basato sull’elezione diretta del capo dell’esecutivo e ridotta funzione della rappresentanza consiliare e la dimensione nazionale del governo parlamentare. L’oscillazione tra queste due polarità ha contribuito a rendere più difficile la riorganizzazione del sistema politico negli anni della seconda repubblica.

I sistemi elettorali e istituzionali territoriali hanno garantito stabilità e continuità delle amministrazioni ma non hanno contestualmente garantito l’affermarsi di stabili strutture politiche. La personalizzazione della carica esecutiva eletta rimane eterodossa rispetto alla formazione di strutture politiche e leadership territoriali riconosciute. Emblematica è la figura dello stesso Formigoni che nei 18 anni della sua presidenza della vede la sua formazione politica sfarinarsi anche a livello locale.

La Regione tra catto-liberalismo e sovranismo a trazione leghista

Con le prime elezioni de 1995 si apre la fase del governo di centro destra in regione. L’asse vincente si costituisce intorno alla polarità della rivoluzione “liberale – liberista” propugnata da FI e la dimensione cattolica dominata dall’emergente Comunione e Liberazione. La coalizione di centro destra costituita da FI, AN e Centro Cristiani Democratici, conquista il 41,72% dei consensi e 28 seggi nel proporzionale. La lista regionale, il cui capolista è Formigoni, conquista il 41,07% e porta in dote il premio del 20% , 16 consiglieri, i quali sommati ai seggi conquistati nelle circoscrizioni proporzionali portano le liste collegate al presidente vincente a 44 seggi, quattro meno della soglia spettante alla maggioranza che è di 48, le opposizioni divise in tre blocchi principali, la coalizione di centro sinistra costituita dal PDS, Popolari, Verdi ed altre tre formazioni di referendari o riarticolazioni della sinistra riformista conquista 19 seggi, le altre principali liste non coalizzate con i due poli conquistano rispettivamente, la Lega 12 seggi e Rifondazione Comunista 5 seggi. Le opposizione possono contare su 36 seggi. Per garantire alla maggioranza la soglia del 60% dei seggi si dovette procedere all’assegnazione di ulteriori 10 seggi nelle circoscrizioni proporzionali alle liste della maggioranza portando così i seggi della maggioranza a 54 e di conseguenza i seggi assegnati al Consiglio regionale da ottanta a novanta. Alla prima prova la nuova legge elettorale essegna complessivamente un premio di stabilità alla maggiorana, che aveva conquistato nel proporzionale solo 28 seggi, un premio di 26 seggi. Nonostante questo schiacciante premio la regione nel 1995 ha sostanzialmente un impianto tripolare, con un campo di centro sinistra in fase di riorganizzazione. Nelle elezioni del 2000 i due poli si presentano profondamente modificati. Il centrosinistra aveva dato vita all’esperienza dell’Ulivo e portato nella sua orbita coalizionale, il centrodestra  aveva allargato i suoi confini alla Lega, fuori dall’orbita bipolare rimasero i Radicali e i comunisti Italiani.

Il centro destra raccolse il consenso di 2 milioni 995 mila elettori ( 65,75%), vetta mai più raggiunta negli anni a venire. Formigoni fu eletto con 3 milioni 355 mila voti ( 62,37%). Il centro sinistra elesse 26 consiglieri, compreso il suo candidato Presidente, i Radicali ebbero 3 seggi. La maggioranza elesse nella quota proporzionale  43 seggi ed avendo quindi superato il 50% dei seggi assegnati al Consiglio fu assegnato allo maggioranza solo la metà del premio, ossia 8 dei 16 seggi della lista regionale. Nonostante il dimezzamento del premio la maggioranza poteva contare su 51 seggi, 3 oltre la soglia del 60%.

La rappresentanza fuori dall’area del bipolarsismo  del 1995 era rappresentata da 17 consiglieri nel 2000 si riduce a 3.

Nel 2005 la struttura bipolare di coalizione raggiunge la sua massima estensione coprendo il 97% dei consensi espressi. Il centro sinistra trainato dall’Ulivo raggiunge 1 milione 845 mila voti, di questi 1milione 118 mila ( 64,33%) vanno alla lista dell’Ulivo. Per il centro sinistra si verificano due condizioni positive, la lista dell’Ulivo aumenta i sui consensi di 268 mila unità ma il suo peso nella coalizione passa dal  70,95% al 64, 33% a testimonianza di una capacità espansiva della coalizione che guadagna 550 mila voti, salendo fino al 42,1% dei consensi contro il 55, 3% del centro destra che subisce una flessione di 10 punti rispetto al 2000. Con circa il 17% di voto personale ( 443 mila per il candidato Sarfatti, il più alto numero di consensi personali ottenuto da un candidato alla Presidenza della Regione) e il 97,4% dei voti assegnati alle due coalizioni rappresenta l’apice del bipolarismo di coalizione.

La Hubris maggioritaria

Le elezioni del 2010 si svolgono nel corso del tentativo di forzare sulla bi polarizzazione soprattutto nazionale. Il tentativo di passare dal bipolarismo di coalizione accusato di produrre instabilità parlamentare al bipartitismo. Al progetto del centro sinistra della costruzione di un partito a vocazione maggioritaria, nascita del PD nel 2007, il centrodestra risponde con l’annuncio del predellino del “ Popolo della Liberà” del 2009. Le elezioni assegnano per la quarta volta la vittoria a Formigoni, la coalizione di centro destra, composta ormai da Lega e Popolo della Libertà, si afferma con il 58,2% dei consensi, stabilizzando in valori assoluti i voti del 2005. Ma al suo interno cambiano i pesi. Il Popolo della libertà vale il 54,7% della coalizione – nelle elezioni del 2005 i tre soggetti confluiti nel PdL valevano  circa il 70% della coalizione, mentre la Lega pesava per il 28,6%- mentre la Lega si attesta al 45,1%. Nel campo del centro sinistra il PD con 976 mila voti arretra rispetto all’Ulivo del 2005 di circa 120 mila voti, ma il suo peso nella coalizione aumenta passando dal 64,3% al 68,6%. La coalizione del centro sinistra perde 424 mila voti e passa dal 42,1% del 2005 al 33,3%.

L’impatto della crisi internazionale sul sistema paese e le sue articolazioni è profondo e convulso il suo riverbero territoriale viene amplificato la ossificazione del sistema formigoniano lambito sempre più da vicino dalle vicende giudiziarie fino a provocarne la fine anticipata della IX legislatura regionale.

Alle elezioni del 2013 si va con la legge elettorale modificata. La nuova legge elettorale conferma la elezione diretta del presidente, conferma il premio di maggioranza del 20%, ma anziché assegnarlo attraverso la lista regionale, lo assegna nel riparto circoscrizionale. Il candidato presidente non è più il capolista di una lista regionale bensì  una candidatura singola collegata alle liste circoscrizionali.  Dopo 18 anni di regno formigoniano, il centro destra si presenta con un candidato espresso dalla Lega, Roberto Maroni che nella propria coalizione schiera oltre il Popolo della libertà e la Lega, la lista della destra di Fratelli d’Italia e la sua lista personale.  Il centro sinistra cerca di capitalizzare i movimenti civici che si sono formati intorno alle elezioni comunali delle maggiori città, il movimento arancione particolarmente significativo per il successo di Pisapia a Milano.  Il Centrodestra rivince la sfida per la quinta volta la coalizione porta Maroni al 43%, pur perdendo 150 mila voti sulle precedenti elezioni. Nel centro sinistra l’avanzata del PD trascina la coalizione al 37,27%. Il PD guadagna 393 voti, la coalizione guadagna 593 mila voti. Nel campo del centro destra però è in corso un’autentica rivoluzione il peso del Popolo della Libertà scende al 38,9%, la Lega si attesta al 30,1% ma la lista Maroni pesa per il 23,7%.

Nel campo del centro sinistra il PD rimane il polo dominante, buona l’affermazione della lista civica con il 7%, che nella coalizione il 23,7%.

La novità della X legislatura sarà però data dalla presenza di 9 consiglieri del Movimento 5 Stelle eletti fuori dal recinto del bipolarismo. Le due prime coalizioni coprono solo 80% del consenso.

Il 2018 vede un mutamento profondo della morfologia politica il sistema appare strutturalmente tripolarizzato, il voto personale dei presidenti ridotto al 6,8%. Nel centro destra la Lega sembra raddoppiare  il proprio voto , passando dai 700 mila del 2013  al 1 milione e 553 mila di oggi ( nel 2013 la Lega ottenne 700 mila voti, ma la Lista Maroni ne conquistò 553 mila, il bottino della lega era già nel 2013 di circa 1 milione 250 mila), mentre FI precipita a 750 mila voti. Gli attuali pesi nella coalizione vedono la Lega al 57,8% e FI al 27,9%.

Nel campo del centro sinistra ad un severo arretramento del PD, che lascia sul campo 360 mila voti vi è lo sfarinamento della lista civica del candidato Presidente che raccoglie 158 mila voti, 222 mila meno della civica di Ambrosoli. La sconfitta pesa per 600 mila voti, si sono persi circa il 30% dei voti delle precedenti elezioni.

La struttura tripolare dell’XI legislatura è confermata dalla presenza di 13 seggi assegnati al Movimento 5 Stelle e dal fatto che nel campo delle liste non collegate alle due coalizioni principali il peso dei 5S. rappresenta 81,9%

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